La vita e il pensiero dell’uomo e scrittore Giose Rimanelli, raccontati dalla moglie Sheryl Lynn Postman.

Abbiamo intervistato, in esclusiva, Sheryl Lynn Postman, moglie dello scrittore Giose Rimanelli, la donna che gli ha vissuto accanto negli ultimi 30 anni della sua vita, fino alla morte avvenuta a Lowell, nel 2018. Professoressa Emerita di Spagnolo e Italiano presso il Dipartimento di Lingue del Mondo e Cultura dell’Università di Lowell, in Massachusetts (Usa) Sheryl Lynn Postman è, altresì, fra coloro che hanno, maggiormente, studiato e approfondito l’opera del poeta, romanziere e saggista, originario di Casacalenda, autore di innumerevoli romanzi, fra i quali: “Tiro al piccione” (Milano, Mondadori, 1953); “Peccato originale” (Milano, Mondadori 1954); “Biglietto di Terza” (Milano, Mondadori 1958), che si trasferirà nel 1960 negli Stati Uniti, dopo la bufera provocata dalla pubblicazione del saggio “Il mestiere del furbo: panorama della narrativa italiana (Milano, Sugar, 1959)”, che susciterà polemiche negli ambienti e salotti letterari italiani per le critiche all’ambiente letterario italiano dell’epoca presenti nel libro, firmato con lo pseudonimo A. G. Solari. Primo scrittore italiano ad essere invitato a tenere una conferenza presso la Library of Congress, Giose Rimanelli intraprenderà una prestigiosa carriera accademica, insegnando Italiano e Letteratura Comparata nelle Università di New York, nella Sarah Lawrence University, nella Yale University, nella British Columbia e, in particolare, nelle Università di Los Angeles, dal 1966 al 1968 e di Albany (NY), dal 1968 al 1990.
A Sheryl Lynn Postman, abbiamo chiesto cosa l’avesse colpita, maggiormente, dell’uomo Giose Rimanelli, quando lo conobbe per la prima volta. Quale fosse la sua maggiore virtù. E se ce lo potesse descrivere con tre parole semplici.
“Ho conosciuto Giose, in occasione dell’iscrizione per i miei studi post laurea, in letteratura spagnola, nell’Università dello Stato di New York, ad Albany, alla fine dell’Agosto del 1974. Quello che apprezzai subito fu il suo senso dell’umorismo. La sua virtù era nella sincerità. Non mentiva mai. Diceva sempre la verità, a volte in maniera fin troppo diretta: una franchezza che non usava soltanto con me, ma con tutti. Se dovessi scegliere tre parole per descriverlo, lo definirei: onesto, divertente e leale”.
Quale era la modalità con cui lavorava Giose Rimanelli? Scriveva tutti i giorni o seguiva l’ispirazione?
“Giose scriveva ogni giorno, iniziando dopo il caffè, di prima mattina, fino alla notte, qualche ora dopo la cena”.
Giose Rimanelli ha vissuto fra l’Italia e l’America. Si sentiva, maggiormente, legato alle sue origini italiane o alla sua vita americana? E cosa apprezzava dello stile di vita americano?
“Da adulto Giose non ha vissuto più in Molise. Dopo la guerra ritornò a Casacalenda, ma quando iniziò a scrivere il suo manoscritto che conteneva i suoi tre romanzi iniziali, il padre gli consentì un periodo di due mesi per restarci…dopodiché, Giose si trasferì a Roma, quando aveva 19 anni. Le radici di Giose sono state due: italiana e americana. E lui apprezzava entrambi i rami del suo albero genealogico. L’origine paterna era italiana, mentre quella materna era canadese da parte della madre e statunitense nell’origine del nonno, il padre della madre. Il bisnonno materno era, invece, di Casacalenda. Cosa apprezzava della vita americana? La libertà della nazione e l’onestà della gente”.
Giose Rimanelli parlava con Lei del Molise?
“La prima volta che Giose mi portò nel Molise, fu nel 1976. Prima del nostro viaggio in Italia, mi parlò molto della peculiare mancanza d’acqua nella regione. Poi, per parecchio tempo, mi parlò della storia del Molise, iniziando con la storia dei Sanniti e le tre invasioni dei Romani, che persero, due volte, la guerra contro i Sanniti che, a loro volta, rimandarono a Roma i soldati romani, ormai dispersi e nudi”.
Che rapporto aveva Giose Rimanelli con la sua terra di origine?
“Per sapere il suo rapporto con la sua terra di origine, basta leggere Molise Molise. Secondo quel testo, ci sono due miti che formano parte della sua vita: il Molise, che era il mito della sua giovinezza e il mito dell’ America che trasformò la sua vita professionale e personale. In America, Giose riuscì a conservare e a chiarire i miti della sua infanzia e lì si rese conto che non esisteva più separazione, né con sé stesso, né con il mondo, né con il Molise. Lo spiegò in Molise Molise: stare qui, quindi, significa, stare là. E stare là significa stare qui. Senza più ansia. Il Molise è diventato così vasto che non ho più bisogno di trasformarmi o di trasformarlo”.
Quali erano gli amici italiani ai quali Giose Rimanelli era particolarmente legato?
“Giose parlava con tutti, in Molise. Per lui, erano tutti amici. Trascorreva molto tempo con lo scrittore Pietro Corsi (entrambi erano di Casacalenda). E frequentava, spesso, anche il dottor Elio D’Ascenzo, di Termoli. C’erano anche altri, ma quando lui si rese conto che quelle persone erano antisemitiche, ruppe i rapporti con loro, senza più dialogarci e relazionarsi. A parte il pregiudizio, che non accettava, conosceva la mia origine ebrea e osservava quanto quelle persone mi minacciassero con le loro brutte parole ed azioni. Ed era anche orgoglioso della mia fede religiosa, tant’è che, in occasione di uno dei miei compleanni, acquistò, da un suo vecchio amico, un gioielliere di Casacalenda (credo che il suo nome, in dialetto, fosse Menusch.. di cui anche il prof. Antonio Vincelli, dovrebbe conoscere il nome esatto… perchè anche lui è di Casacalenda), una bellissima Magen David, che ancora oggi, indosso tutti i giorni. Aggiungo che Giose era affascinato da Israele, dove si recò due volte: la prima volta nella veste di giornalista durante la guerra del 1956 e la seconda volta, per piacere, nel 1978”.
Quali sono stati i momenti più belli della vostra vita insieme? Quali erano gli aspetti della vita che lo rendevano felice?
“Abbiamo iniziato il nostro rapporto con l’amicizia. Parlavamo sempre di tutto senza mai dirci falsità. Conversavamo a lungo e spesso, in maniera onesta e sincera, avendo totale fiducia, l’uno nell’altro. Siamo stati amici per più di 40 anni… e sposati per 30 anni”.
C’è una frase o un suo pensiero, che Lei porta ancora con sé nel cuore?
“Questa domanda è molto personale…anzi, troppo! Però, posso dire che Giose è ancora nel mio cuore”.
Che rapporto aveva con i figli? Che modello di padre è stato?
“E’ meglio non parlarne”.
Secondo Lei, quale libro rappresenta meglio Giose Rimanelli, come uomo e come scrittore? E perchè?
“Ho letto tutti i libri di Giose e c’è qualcosa, in ogni testo, che rappresentava lui…ma il libro che mi piace di più è Peccato originale, perché questo testo mette in luce la comprensione umana verso le donne. Quando, nel romanzo, la ragazza, Michela viene attaccata da un gruppo di uomini, Giose narra tutta la vicenda dal punto di vista della ragazza. Non giustifica la brutalità degli uomini verso quell’adolescente e fa capire il sentimento di rabbia delle donne del paese verso gli uomini…attaccando selvaggiamente l’uomo. Sfortunatamente, quell’uomo, Ramorra, cercava di salvare la vita della ragazza, ma l’ha confuso con quegli uomini, essendo vittima di tutti coloro che maltrattavano le donne”.
C’è qualcosa di Giose Rimanelli che il pubblico non conosce, che meriterebbe di essere raccontato?
“Lui credeva nella parità di tutti i cittadini: uomini e donne. Per lui, non dovevano esistere differenze fra i sessi. La donna, secondo Giose, era uguale, in tutti i sensi, all’uomo. Ogni volta che si promuoveva qualche evento in suo onore, gli organizzatori del congresso non invitavano donne, ma soltanto uomini. E quando lui chiedeva come mai non fossero presenti anche le donne, gli organizzatori si giustificavano cercando di fargli credere che facevano tutto per lui e che non avrebbe avuto modo di lamentarsi. Io non ho mai detto niente, ma a Giose non piaceva affatto questo tipo di pregiudizio. Nominava donne che facevano studi sulle sue opere, ma che non venivano invitate. Mi piace aggiungere che lui menzionava sia me che altre studiose, ma nessuno ha approfondito gli studi sulla sua opera più di me. E mi dava fastidio quando venivo considerata una privilegiata, essendo la moglie, perché la mia attenzione professionale si è sempre concentrata non su mio marito, ma sullo scrittore Giose Rimanelli e c’è una notevole differenza fra quello che Giose ha rappresentato come autore e la sua dimensione, più privata, di marito.
Giose era molto orgoglioso di me, perché avevo fatto carriera ed apprezzava la reputazione internazionale da me maturata nel campo degli studi di letteratura spagnola, nonché in quella italiana. Quando parlava del nonno paterno, ricordava sempre una frase impressionante del nonno, che amava ricordare l’importanza dell’autonomia, dell’essere in piedi da soli. Giose diceva la stessa cosa, credendo, personalmente, in quella stessa filosofia. Grazie alla mia carriera, Giose osservava in me una donna che era stata in grado di stare in piedi da sola e questa cosa lo gratificava. Per lui la mia indipendenza voleva dire molte cose…anche se, la cosa più importante, a parte quella di essere coniugi, era quella di essere amici fidati, compagni, partner e colleghi.. uguali in tutti i sensi. Perché lui aveva scelto di condividere la vita con la moglie, non di controllarla”.
Ci sono, almeno, tre cose che, secondo Sheryl Lynn Postman, la critica e i lettori non hanno, fondamentalmente, ancora compreso dell’opera narrativa di Giose Rimanelli: “Fra gli equivoci generati nelle varie analisi all’opera di Rimanelli, c’è, per esempio, l’errore di associare l’autore alla persona protagonista del romanzo, come accade, per esempio, con il giovane repubblichino molisano Marco Laudato, protagonista del libro “Tiro al piccione”, che finisce, in maniera rocambolesca, fra le file di miliziani in camicia nera. Marco Laudato rappresenta l’alter ego di Giose, ma non è Giose. Il libro è autobiografico, ma non è la sua autobiografia. Marco Laudato era arrabbiato con il mondo, mentre Giose non lo era. Giose aveva, invece, una grande curiosità per tutto. Inoltre, voi tendete a vedere Giose solo come uno scrittore molisano e non vedete che lui era uno scrittore italiano, con una reputazione internazionale. Ed è sbagliata la definizione di scrittore italoamericano. Giose amava considerarsi uno scrittore italiano al quale era capitata l’opportunità di vivere e lavorare negli Stati Uniti. Il vostro concetto di scrittore o di persona italoamericana è diversa rispetto al concetto che assume negli Stati Uniti. Nessuno, in America, crede che Giose sia stato un autore italoamericano, ma tutti pensano che lui sia stato, innanzitutto, un italiano. Inoltre, credete, in maniera errata, che essendo molisani, capite tutto di lui. Non è vero. Giose diceva, sempre, che se uno vuole conoscerlo, dovrebbe leggere la sua roba. Che significa studiare la sua filosofia ed il punto di vista proveniente dalla sua esperienza di vita. Ma la sua opera, come anche lui direbbe, non è, esattamente, la sua autobiografia.
Per esempio, Il film di Giuliano Montaldo, “Tiro al piccione”, del 1961, non c’entra nulla con la sua vita personale, né professionale. Il regista Montaldo ha cambiato tutto del romanzo originario, per poter fare il suo film, con la sua interpretazione politica personale. Mentre Giose non aveva una visione politica particolare che non fosse quella di raccontare le atrocità della guerra. Per esempio, Marco Laudato, nel romanzo, è di Casacalenda, in Molise, mentre, nel film di Montaldo, proviene da Cremona. Marco, nel romanzo, è un innocente adolescente, mentre, nel film, è un adulto fascista totale. Marco, nel romanzo, scappò dai nazisti con l’aiuto di un ebreo di Milano e degli americani, nonché grazie all’aiuto di un compaesano di Cava dei Tirreni. Questi episodi non appaiono nel film. Ci sono molte altre modifiche che il regista Montaldo ha apportato al romanzo, ma questi che ho raccontato, sono sufficienti a darci un’idea”:
Cosa le manca di più di Giose, oggi?
“Le nostre conversazioni. Conversavamo di tutto e trascorrevamo molto tempo insieme. Non c’erano segreti, nè silenzio fra noi”.
Qual è l’eredità più importante che, secondo Lei, Giose Rimanelli lascia al Molise e ai suoi lettori?
“Non posso dare una risposta a questa domanda, perché non sono molisana, né italiana. Comunque, quello che vedo nella sua opera è il desiderio di sapere ancora di più, di tutto… e il fatto che aborrisse, profondamente, la violenza. Giose pensava che la violenza non fosse, mai, una risposta e la soluzione ai problemi. La violenza era per lui, la reazione di chi non aveva ricevuto un’educazione e di una formazione formali: l’arma di coloro che non sono in grado di ragionare e di riflettere. Quella di chi fosse incapace di analizzare le cose da più punti di vista, che non fosse soltanto quello loro…”.
Se oggi Lei avesse la possibilità di parlargli per un minuto, cosa gli direbbe?
“Questa è una cosa che non confiderei mai a nessuno. Sarebbe una cosa che riguarderebbe soltanto noi due, non per gli altri”.






