Dolly Parton, figlia povera degli Appalachi diventata mito planetario, è morta il 25 agosto a ottant’anni. Con lei scompare la più grande storia del sogno americano che la musica abbia mai raccontato

Dolly Rebecca Parton nasce il 19 gennaio 1946 a Pittman Center, Tennessee, dodicesima di dodici figli in una famiglia poverissima delle montagne degli Appalachi. Il nonno era un predicatore pentecostale, il padre lavorava la terra, la madre le insegnava i canti tradizionali. Muore il 25 agosto 2026 a Nashville, dopo una breve battaglia contro un cancro, circondata dai suoi cari, nella pace di chi ha vissuto esattamente la vita che voleva. Aveva ottant’anni.
Il suo era il sogno americano nella sua versione più vera: la fortuna che si costruisce giorno per giorno, canzone per canzone, senza mai dimenticare le proprie origini. In oltre sessant’anni di carriera ha collezionato venticinque singoli al primo posto nelle classifiche country e ha venduto oltre cento milioni di dischi in tutto il mondo. Ma ridurla ai numeri sarebbe ingiusto.
“Jolene”, scritta in pochi minuti una mattina del 1972, è diventata una delle canzoni più reinterpretate della storia: una canzone di gelosia costruita sulla vulnerabilità, non sull’aggressività, psicologicamente modernissima. “I Will Always Love You”, composta per salutare il mentore Porter Wagoner, è diventata immortale nella versione di Whitney Houston; anche in quel caso, i diritti d’autore erano di Dolly.
Poi c’è “9 to 5”: il brano racconta il lavoro sottopagato, il mancato riconoscimento, le gerarchie e il desiderio di emancipazione di chi vive in un sistema che sfrutta il suo tempo. Lo scrisse sul set del film omonimo, usando le unghie acriliche come percussione per imitare il rumore delle macchine da scrivere. Dolly Parton è stata, a tutti gli effetti, una delle più agguerrite e coerenti sindacaliste nella storia dell’industria musicale americana: ha blindato e contrattualizzato i diritti di chiunque lavorasse al suo fianco, e quando Elvis Presley volle incidere “I Will Always Love You” pretendendo la metà dei diritti editoriali, lei disse no.
Era femminista e femminile insieme, semplice e brillante, adornata di lustrini e generosa: ha dimostrato che molte cose spesso considerate opposte possono convivere. La fede cristiana la accompagnò per tutta la vita, radicata nell’infanzia tra le chiese delle Smoky Mountains. A salutarla con le parole più toccanti è stata Shania Twain (canadese, cresciuta nella povertà, diventata regina del country pop con “Come on Over”, quasi quaranta milioni di copie vendute): «La mia mentore non c’è più. La mia maestra di songwriting».
La sua Imagination Library ha donato oltre 250 milioni di libri ai bambini di tutto il mondo. Trump ha ordinato le bandiere a mezz’asta. Il paese l’ha salutata come si saluta una madre.
Rosita Laudato