A Campobasso, la presentazione del libro di Michele Colucci, che ricostruisce il percorso umano, sindacale e internazionale del leader pugliese.

Cerignola, 1899. Giuseppe Di Vittorio ha appena sette anni, quando la morte del padre Michele, bracciante come sua madre, Rosa Errico, mette fine alla sua infanzia. E mentre la madre cercherà di portare avanti, da sola, la famiglia, facendo la lavandaia, Peppino, come era familiarmente chiamato, è costretto, a 8 anni, a lasciare i banchi di scuola (la terza elementare la conseguirà più tardi, alla scuola serale), per lavorare nei campi, imparando presto la fatica della terra nei campi del Tavoliere, in un mondo caratterizzato dalle giornate di lavoro molto lunghe, dai salari estremamente bassi, dalla precarietà e disoccupazione stagionale, dalle grandi distanze percorse a piedi, e dalla forte dipendenza dai proprietari, con i loro intermediari.
Ma come potè un bambino povero di Cerignola, rimasto prematuramente, orfano, con pochi anni di scuola alle spalle, diventare la voce di milioni di lavoratori nel mondo?
Ce lo racconta Michele Colucci, nel suo libro “Giuseppe Di Vittorio, cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo” (Carocci Editore), presentato lo scorso 17 settembre, a Campobasso, nella Sala Fratianni del Circolo Sannitico, nel corso di un incontro, organizzato nell’anno dell’anniversario dei 120 anni della CGIL (nata nel 1944, dalla tradizione nata con la Confederazione Generale del Lavoro, fondata a Milano nel 1906) nell’incontro moderato da Paolo De Socio, Segretario Generale della CGIL Molise, chiamato a rappresentare, nell’incontro di Campobasso, il legame fra l’eredità di Di Vittorio e le trasformazioni contemporanee del lavoro (tra i temi messi in luce durante il suo discorso introduttivo: quelli del “caporalato”, dello sfruttamento lavorativo e del diritto alla sanità pubblica). Il confronto ha registrato la presenza, fra i relatori, di Norberto Lombardi, studioso di emigrazione, fondatore del Centro di studi sui molisani nel mondo e direttore di tre collane sul tema delle migrazioni, per Cosmo Iannone Editore. Con lui c’erano: re Giovanni Cerchia, professore ordinario di Storia contemporanea dell’Unimol e Michele Colucci, autore del libro presentato: primo ricercatore dell’Istituto di studi sul Mediterraneo del CNR e insegnante di Storia delle migrazioni all’Università Roma Tre.
Tra il pubblico presente in Sala Fratianni, nel corso dell’evento, sedevano molti dei protagonisti storici della sinistra molisana, testimoni di una tradizione politica e sindacale che, nella figura di Giuseppe Di Vittorio, continua a riconoscere una delle sue radici (tra gli ulteriori interventi, quello dell’Assessora Comunale alle Politiche sociali e del lavoro, Bibiana Chierchia e della Consigliera Regionale del Partito Democratico, Micaela Fanelli).
Obiettivo del volume di Michele Colucci, che si sviluppa in 7 capitoli, organizzati secondo un criterio cronologico, è stata la ricostruzione della vita di uno dei più importanti sindacalisti, politici e antifascisti italiani del Novecento, Giuseppe Di Vittorio (Cerignola, 11 Agosto 1892 – Lecco, 3 Novembre 1957), a partire dalla sua dimensione internazionale. La sua attività politica e sindacale comincia prestissimo, guidando le Camere del Lavoro di Minervino Murge e Bari (nel 1891 erano nate le prime Camere del Lavoro in Italia, con una struttura sindacale più moderna rispetto alle prime Società di mutuo soccorso, nate molti anni prima), in un periodo in cui il movimento operaio stava conoscendo un processo di progressiva internazionalizzazione, partito, nel secolo precedente, dalla Gran Bretagna, primo Paese investito dalla Rivoluzione Industriale.
A Cerignola, Giuseppe Di Vittorio organizza braccianti poverissimi, contro il latifondo, per l’orario, il salario e i contratti, comprendendo che lavoratori divisi rimangono deboli. La loro unità diventerà il principio costante della sua azione. Quando l’Italia di Giolitti, nel 1911, dichiarerà guerra all’Impero ottomano per conquistare la Tripolitania e la Cirenaica (regione della Libia), Di Vittorio aveva appena 19 anni ed era già attivo nel movimento sindacale e socialista pugliese. Si schierò contro la guerra coloniale, all’interno dell’area socialista e rivoluzionaria, perchè vedeva un collegamento fra il colonialismo e la condizione dei lavoratori e l’opposizione alla guerra di Libia rappresenterà una delle radici dell’internazionalismo che lo accompagneranno per tutta la vita. In Libia ci andrà (a Porto Bardia, in Cirenaica), dopo che nel 1916 rimarrà gravemente ferito sul Monte Zebio, sull’Altopiano dei Sette Comuni di Asiago, mentre combatte come bersagliere nella Prima Guerra Mondiale (inabilità che non gli varrà il congedo dall’esercito, a causa del suo passato di sindacalista rivoluzionario, per il quale sarà sorvegliato come “sovversivo”).
Al ritorno dalla Cirenaica, Di Vittorio riprende la guida della Camera del Lavoro di Cerignola, trovando, però una Puglia profondamente cambiata a causa della disoccupazione, del carovita e delle fortissime tensioni nelle campagne, per cui sarà tra i maggiori organizzatori delle lotte contadine per salari, occupazione e patti agrari, finché, nel 1921, lo squadrismo fascista nelle campagne pugliesi intento ad attaccare, violentemente, le Camere del Lavoro, individuerà in lui uno dei principali bersagli. Nell’aprile del 1921, il bracciante agricolo che aveva dovuto lasciare prestissimo la scuola per lavorare nei campi, è arrestato e rinchiuso nel carcere di Lucera, dove sarà candidato alle elezioni politiche nelle liste del Partito Socialista Italiano (pur non essendovi iscritto) per essere eletto deputato nel Maggio 1921.
Giuseppe Di Vittorio cofonderà la CGIL, sottoscrivendo il Patto di Roma, il 9 giugno 1944, in rappresentanza dei comunisti, insieme ai rappresentanti delle altre due principali culture politiche antifasciste: Achille Grandi per i democristiani ed Emilio Canevari per i socialisti (quest’ultimo in sostituzione di Bruno Buozzi, ucciso dai nazisti cinque giorni prima). E rimarrà segretario generale alla guida della CGIL fino alla sua morte, avvenuta nel 1957.
Eletto all’Assemblea Costituente nel 1946, da esponente del Partito Comunista e presidente della Federazione Sindacale mondiale, Di Vittorio, darà il suo contributo nella Costituente, sulle questioni riguardanti la libertà sindacale, il diritto di sciopero e l’organizzazione dei lavoratori (temi che confluiranno negli articoli 39 e 40 della Costituzione), dopo aver partecipato, da protagonista, alle principali vicende della sua epoca: dall’età liberale al fascismo, fino al periodo repubblicano, passando per le due guerre mondiali. Il suo mondo spazia da quello di origine delle campagne pugliesi alle città europee. Dal Parlamento italiano alle conferenze delle Nazioni Unite, dal sindacato alle istituzioni. Fino a condizionare la storia del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in tutta Italia e in ambito europeo. L’allargamento da Cerignola al mondo gli consente di ampliare, sempre di più, le sue relazioni, per entrare in contatto con ambienti diversi che lo spingono a spostarsi, ripetutamente in Francia, in Spagna (con la partecipazione alla guerra antifranchista), in Belgio, Svizzera, Germania, Unione Sovietica. Nel suo percorso internazionale ci sono il primo esilio in Svizzera, la reclusione in Libia (durante la Prima guerra mondiale) e il lunghissimo esilio durante il fascismo. Le migrazioni, la solidarietà con le lotte di tutto il mondo, la maturazione di una visione globale dei problemi sociali ed economici e le relazioni internazionali sono al centro della sua attenzione. E non mancano i momenti di isolamento, come quelli dettati dalla rottura con l’Unione Sindacale Italiana (organizzazione operaia nata nel 1912), in seguito ad una scissione della CGL, colpita dallo squadrismo fascista e definitivamente repressa durante il regime. E in occasione delle tensioni drammatiche con i comunisti, all’indomani del Patto Ribbentrop- Molotov, del 1939 e dei fatti d’Ungheria del 1956 (una rivolta popolare contro il regime comunista ungherese).
Quando gli anarchici Sacco e Vanzetti furono giustiziati negli Stati Uniti, nell’Agosto 1927, Giuseppe Di Vittorio, che nel frattempo era esule a Parigi, fu espulso dalla Francia per aver contribuito alla pianificazione della rivolta di piazza che ne seguì. Il “cittadino del mondo” Giuseppe Di Vittorio diventerà un mito nella Puglia del primo Novecento, quando il ricorso sistematico allo sciopero, come strumento di lotta capace di bloccare la produzione e la circolazione delle merci, diventò un punto di connessione fondamentale tra la dimensione locale, quella nazionale e quella internazionale. Le cronache sugli scioperi a Cerignola, scritte da Di Vittorio saranno impaginate sulle colonne de “L’Internazionale”, accanto a quelle sui fatti di Chicago, di New York, di Paterson e Lawrence.
Nel corso dell’incontro di Campobasso, il professore Giovanni Cerchia ha definito Giuseppe Di Vittorio un gigante di umanità che concepiva il sindacato come battaglia di diritti, dalla visione sovranazionale e ha ricordato alcuni episodi che intrecciano la vita di Giorgio Amendola, dirigente del PCI e protagonista della Resistenza, a quella di Giuseppe Di Vittorio con cui condivise l’antifascismo, la ricostruzione democratica e le battaglie del movimento dei lavoratori, ricordando il Convegno di Bari, del 1951, in cui emerse il carisma di Di Vittorio che incarnava, come nessun altro, i valori più profondi del proletariato agricolo, entusiasmando la sua comunità, attraverso una dimensione di sindacalista rivoluzionario che scopriva un socialismo diverso da quello ufficiale dell’epoca, costruendo alleanze con gli operai del Nord avanzato, dove fu attratto dalla Torino “operaia” e coltivando la collaborazione con l’intellettuale pugliese Gaetano Salvemini.
Norberto Lombardi ha ricordato, nel corso dell’incontro, come Giuseppe Di Vittorio rappresentasse un riferimento particolarmente radicato nel Mezzogiorno: Giuseppe Di Vittorio, è eletto nel 1921, come deputato alla Camera del Regno d’Italia, nelle liste del Partito Socialista Italiano, nonostante il fuoco di sbarramento delle squadre fasciste presenti nell’alto foggiano, che impedivano i braccianti di andare a votare. Michele Colucci lo ricorda come il primo bracciante meridionale entrato a far parte del Parlamento nazionale: ” E il suo primo ed unico discorso fu da “bracciante” – ha ricordato Norberto Lombardi – ” Di Vittorio fu la persona che non soltanto sollevò i problemi della sua gente, ricavandoli dalle esperienze quotidiane e concrete dei lavoratori della sua terra, nel Mezzogiorno, dove costoro vissero confermando il principio per il quale non esisteva un’Italia felicemente liberale, ma tante Italie per le quali i problemi si sedimentavano e si configuravano sulla base delle appartenenze sociali e di classe. Il libro che ci ha consegnato Colucci è di straordinaria organicità e completezza” – ha proseguito Norberto Lombardi – “un libro che non soltanto approfondisce le questioni ma che crea, continuamente, un sistema di relazioni concettuali, storiche, di carattere sociale che allarga la visuale, continuamente. Un libro accompagnato da un corredo bibliografico sistematico e densissimo, da approfondire e studiare, perché fornisce tutti i riferimenti possibili per chi voglia studiare. anche soltanto singoli aspetti delle vicende raccontate”. La passione di Norberto Lombardi ha accompagnato la lettura del libro di Colucci, motivata non solo dalla straordinarietà del personaggio tratteggiato, ma anche dall’intensa drammaticità delle vicende e delle contraddizioni che vengono evocate e che provocano il suo risentimento, perché gli ricordano alcune categorie concettuali storiche e politiche, a suo tempo fondamentali per lo sviluppo del Novecento e, successivamente, abbandonate, come la battaglia democratica della prima metà del secolo ed il “disprezzato” ma importante Patto di unità d’azione fra il Partito Socialista Italiano guidato da Pietro Nenni ed il Partito Comunista d’Italia, conclusosi nel 1956, che previde una lotta comune contro il fascismo e il nazismo, la difesa dei lavoratori e delle libertà democratiche e il mantenimento dell’autonomia dei due partiti.
Lombardi ha ricordato, inoltre, alcuni avvenimenti del Novecento di ferro e di fuoco in cui visse Di Vittorio, come la repressione fascista a Bari Vecchia e quello alla sede della CGIL. E le grandi rivolte popolari avvenute, nel 1956, contro i regimi comunisti, a Poznan, in Polonia e in Ungheria.
Norberto Lombardi ha anche ricordato come la coscienza sindacale di Giuseppe Di Vittorio non fosse estranea alle popolazioni rurali molisane, coinvolte, già dal Settecento, dall’esodo di migliaia di mietitori e braccianti molisani diretti al Tavoliere, richiamati dalle necessità di manodopera nelle grandi campagne cerealicole della Capitanata, dove la fragilità sociale del lavoro rurale meridionale rappresentava il punto di incontro fra la pastorizia transumante e il bracciantato cerealicolo.
Paolo De Socio, ha ricordato, nel corso dell’incontro, come Di Vittorio avesse rappresentato un processo vero di rappresentanza e di riformismo efficace, avendo chiaro il mondo da quale proveniva, le persone che doveva rappresentare e contro quali sistemi doveva schierarsi.
Mentre Michele Colucci, l’autore di “Giuseppe Di Vittorio, cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo”, ha ricordato il contesto di estrema privazione e sfruttamento nelle campagne italiane, da cui partì l’attività sindacale di Di Vittorio, che ancora oggi ci insegna come sia possibile elaborare delle strategie di intervento: “Quel mondo conobbe scontri sociali inenarrabili e quella prospettiva di riscatto e di emancipazione del mondo delle campagne” – ha affermato Colucci – ” dove, però, la rivoluzione economica non fu accompagnata da quella politica e dove si accese la tragedia del fascismo, stimolato dalla brama di dominio delle squadre fasciste, intente a soffocare le conquiste del mondo contadino…”.
L’attenta ricostruzione della vicenda umana e politica di Giuseppe di Vittorio, compiuta nel libro di Colucci, è un’indagine storica che ci invita a scoprire come la sofferenza di un giovane bracciante autodidatta di Cerignola sia divenuta la battaglia universale per la dignità e i diritti del lavoro, di milioni di lavoratori.








