Simonetta Tassinari e Antonella Petrella medicano le ferite dell’anima degli spettatori

Nel corso dell’incontro “La luce tra le crepe”, promosso dalla Fidapa BPW Italy di Campobasso.

“Siate promotori del miglioramento graduale. Non di rivoluzioni totali. Siate critici, ma non distruttivi. Siate fallibili, ma pronti a imparare. Siate tolleranti, ma non con chi vuole annientare la tolleranza. Siate custodi della libertà. Un passo dopo l’altro. Un errore dopo l’altro. Una riparazione dopo l’altra” – la prof.ssa Rosalisa Iannaccone rielabora ed interpreta il pensiero del filosofo austriaco naturalizzato britannico, Karl Popper, che ha ispirato il libro “Il bello tra le crepe” di Simonetta Tassinari, per Feltrinelli Editore, ripercorrendone alcune pagine, nel reading letterario condiviso con la prof.ssa Anna Simeone e con la prof.ssa Maria Teresa Cutrone, nell’ambito di un nuovo ed inedito format, da lei ideato, capace di estrapolare dalla lettura di un manuale filosofico e psicologico di vita quotidiana come quello scritto dalla Tassinari, un autentico spettacolo, in due puntate, nel quale si sono alternati, a partire dallo scorso 24 Settembre, nel corso dell’evento, svoltosi presso la Sala della Costituzione della Provincia: un reading letterario con più voci, un laboratorio emotivo interattivo con il pubblico, un sorteggio poetico, dei test psicologici, la proiezione di un filmato musicale della stessa Rosalisa Iannaccone, che appare come un trailer di presentazione del libro ed alcuni eventi artistici, come le canzoni del cantautore molisano Luigi Farinacco, intervenuto nella seconda puntata dell’evento, svoltasi lo scorso 5 dicembre e pronto ad omaggiare il pubblico, con i suoi brani “Gocce d’emozione”, canzone dedicata all’attore Massimo Troisi e “Un lampo di follia”, presenti su tutte le piattaforme, nell’album “Sotto il mantello della luna”, quest’ultimo brano oggetto di una menzione speciale, nella settima edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.

“Sei troppo assertivo? Sai arretrare, stai in silenzio o ti fai valere con forza?”. ” Sai ascoltare?”. “Sei una giraffa o uno sciacallo, quando ti esprimi?”. “Sai applicare la giusta misura e la phronesis aristotelica?”. E poi, ancora: “Sai invecchiare con serenità”? Sono alcune delle domande del questionario riproposto al pubblico, attraverso la lettura compiuta grazie ai codici QR,  durante il secondo atto della presentazione de: “Il bello tra le crepe”, promosso, il 5 Dicembre scorso, dalla Fidapa BPW Italy (Sezione di Campobasso), che ha fatto registrare la prima iniziativa della Fidapa BPW Italy, nel corso della presidenza di Maria Rosaria Failla, sempre nella Sala della Costituzione della Provincia, nell’incontro moderato da Carmela Basile, funzionaria di Europe Direct Molise: ufficio di informazioni, preposto alla comunicazione dell’Unione Europea, nell’ambito dell’amministrazione provinciale di Campobasso.

Nel primo appuntamento del 24 Settembre scorso, intitolato “Non nascondere le crepe: riempile d’oro. La bellezza nasce da lì”, era stato chiesto ai componenti più coraggiosi del pubblico partecipante di denudare, per un attimo l’anima, raccontando le crepe persistenti nella propria quotidianità, sintetizzando il proprio tormento interiore in un messaggio, uno slogan, un breve racconto anonimo scritto in un foglietto successivamente appeso, insieme agli altri del pubblico presente, all’Albero della Poesia dell’artista Donatella Di Lallo, una scultura realizzata con cartapesta e rami di olmo. L’evento del 5 Dicembre, svoltosi presso la Sala della Costituzione della Provincia e promosso dalla Fidapa BPW Italy di Campobasso, è stato il sequel di quell’evento, chiamato a fornire le autorevoli risposte di una psicologa e psicoterapeuta Antonella Petrella, laureatasi presso l’Università “La Sapienza di Roma nel 2006 e attuale Vice Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Molise. 

“Pensavo che fosse un evento formale, e invece si è trattato di una crociera in un oceano di profondità, come ha immaginato Carmela Basile presentandoci”- ha esordito la psicologa Antonella Petrella, che ha avuto modo di conoscere, qualche mese fa, la scrittrice Simonetta Tassinari, nel corso di un’altra presentazione dello stesso libro, a Bojano – “mi hanno sorpreso la cura e l’attenzione nata intorno al libro, a ricordarne il valore, come quello di un dono prezioso. Dalle parole luce e medicina che aprono gli occhi e il cuore di chi se li vuole far aprire. Un libro terapeutico. Un libro salvagente. Un vademecum che tutti dovrebbero leggere” – ha ricordato Antonella Petrella, sottolineando la valenza di ogni parola letta nel libro ed esaltando la bellezza della psicoterapia, chiamata a stimolare un viaggio, che è al di fuori e dentro noi stessi. Ma che conosce soltanto chi decide di mettersi in viaggio -” per affrontare un percorso che non è sempre in pianura, ma ricco di discese e di faticose salite, durante le quali ci sono le crepe del terreno, dei muri e del cuore, di cui siamo spesso autori, tutte le volte in cui non abbiamo uno sguardo di amore, di cura, benevolenza e misericordia verso noi stessi”.

“Questo libro di Simonetta Tassinari insegna a dare un senso anche alle cose più brutte. Alle fratture. Alle ferite” – ha proseguito la psicologa e psicoterapeuta Antonella Petrella, che accoglie, da vent’anni, le crepe dei pazienti, per trasportarle in opportunità di crescita – “E’ un libro di speranza che, come recitava un motto francescano, ci permette di vedere le ferite come feritoie, passaggi di luce e di aria che curano ed illuminano” – ha proseguito – ” servendosi della missione della psicologia che è quella di costruire, dalle cose rotte, cose nuove. Riparando. Aggiustando. Dando la speranza nel dopo. Perché anche se non sono perfetta e non corrispondo ai canoni che mi impongono, io possa considerarmi una persona che non è  da buttare” – e ricorda il pensiero del filosofo ebreo Viktor Frankl, internato in tanti campi di sterminio, che sosteneva che la ricerca di un senso nella vita sia la principale motivazione umana e che si possa trovare un significato anche nelle sofferenze più estreme, come quelle vissute nei campi di concentramento  nazisti, grazie alla libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte alle circostanze.

La psicoterapeuta Antonella Petrella utilizza la teoria dell’attaccamento della scuola di John Bowlby, che si concentra sul legame precoce caregiver- bambino, fondamentale per lo sviluppo emotivo e relazionale, che aiuta i pazienti a comprendere come i loro schemi di attaccamento (sicuro, ansioso, evitante) influenzino le relazioni adulte.

“Tutte le crepe, i dolori, le sofferenze sono ritenuti degne di essere considerati pesanti. Non esistono crepe più dolorose delle altre” – ha ribadito Antonella Petrella, nel corso del suo intervento, spiegando il valore delle crepe, che devono nascere dalla consapevolezza e dalla padronanza piena di sè. Le sue risposte alle crepe ed alle testimonianze del pubblico, formulate nei foglietti appesi all’Albero di Donatella Di Lallo, sono state riassunte in cinque tematiche: le crepe per la perdita e del lutto; le crepe relative alla crisi di identità ed alla mancanza di autostima; le crepe emotive; quelle relazionali e le crepe esistenziali e di ruolo. Tutte crepe considerate dalla Petrella, figlie del nostro tempo tiranno e poco benevolo, che ci richiede spirito competitivo, perfezione, velocità, adeguatezza, attenzione, per restituirci poco.

“Le crepe sono dovute alla perdita delle persone, della libertà, dovute, magari, alla malattia. E alla perdita del tempo. Dello spazio. Della vita” – ha proseguito la psicologa Petrella – “perchè non sappiamo cosa ci aspetta domani. Il tempo non ci permette di fermarci. Chi sta fermo ama l’ozio e viene considerato un buono a nulla. Mentre, invece, è uno che sa vivere il qui ed ora. Per esempio, una volta scrivevamo le lettere, perché sapevamo aspettare. Mentre oggi, la velocità dei messaggi degli smartphone, ci impedisce di aspettare. Nella crisi di identità, rientrano, invece: la mancanza di autostima, il sentirsi vulnerabili. Il non sentirsi amati. L’indecisione. Che mina il senso di sè. La capacità di riconoscersi e proporsi. Di parlare di sé stessi. Perché, oggi, ci aspettiamo che l’identità ce la diano all’esterno. E questo è segno di vulnerabilità e di debolezza. Dobbiamo, invece, essere noi a darci identità e benessere, senza aspettare che siano gli altri a farlo al posto nostro. 

Le crepe dell’ambito emotivo sono quelle dell’ansia, della rabbia, del disagio e, addirittura, quelle provocate dall’egoismo degli altri. E l’antidoto a queste crepe è saper dare valore a sè stessi e amare sè stessi. Ed essere autonomi, che significa saper tenere presente il proprio valore. E poi, ci sono le crepe relazionali, perchè l’uomo non è fatto per essere da solo ( come insegnano la tradizione religiosa cattolica e la psicologia). Ma è un animale sociale. Si può stare bene da soli. Ma si sta, meglio, insieme. E riusciamo a farlo, vivendo in pace e ricucendo le divisioni relazionali con gli altri, soltanto quando sappiamo perseguire l’accettazione, la comprensione e se ci sforziamo di perdonare. Nelle crepe esistenziali e di ruolo ci sono, per esempio, l’impossibilità di avere un figlio e quella della mancanza di lavoro. Sono crepe che minano l’identità più profonda dell’essere di un uomo o una donna. E che lasciano un senso di incompletezza Come se mancasse la dignità di un ruolo identitario. Ma, in questo caso, la soluzione sta nell’adottare uno sguardo nuovo ed occhi nuovi, per guardarci intorno e dire a noi stessi che c’è, sempre, una possibilità nuova”. 

Nel corso del suo intervento, l’insegnante, filosofa e scrittrice Simonetta Tassinari ha ricordato la matrice comune che legano la filosofia e la psicologia, che fu una scienza umana, “figlia” prediletta dei saggi filosofi, che dopo Socrate, si occuparono anche dell’anima, oltreché del sapere esteriore. E ha ricordato la natura sociale dell’Uomo, da dove nascerebbe anche l’esperienza del sorriso, partendo da alcune analisi antropologiche: “Abbiamo bisogno moralmente e impariamo a sorridere, perché vediamo gli altri che ci sorridono. Tanti più sorrisi abbiamo visto, tanti più sorrisi saremo” – ha ricordato l’autrice del saggio “Il bello tra le crepe” edito da Feltrinelli Editore – “Siamo animali sociali, necessariamente uguali, nel desiderio di compagnia, a tutti gli altri. La società è nata dai clan e le tribù. Diceva Aristotele che chi non ha bisogno degli altri o è una bestia o è un Dio. Vivere con gli altri significa, comunque, pagare un prezzo, che è quello di non avere la libertà illimitata di vivere, dicendo tutto ciò che ci passa per la testa o pensando di imporre la nostra volontà e pensare che il mondo vada come vogliamo noi. Non possiamo essere il comandante o di essere la persona più bella e creativa che vorremmo essere e che il mondo non ci ha consentito di essere, come sosteneva David Hume. Da soli non valiamo niente. Da soli non riusciamo neanche a procurarci il cibo. Ma siamo forti insieme. Anche psicologicamente. Per esempio, quando un problema viene condiviso, è più facile da sopportare, come accade nei gruppi di auto aiuto. E dovremmo ricordare come la conquista della posizione eretta nell’uomo, avvenuta milioni di anni fa, in Africa, con i primi ominidi, non sia servita solo a guardare meglio la savana, ma per poterci guardare meglio negli occhi e imparare a comunicare l’amore. Il compromesso di cui si parla nel libro significa che dobbiamo rinunciare a parte della nostra libertà, affinché la nostra presenza sia ben accolta. Affinché ognuno di noi possa vivere e, dunque, parlare e sorridere. E dobbiamo essere pronti ad abbassare la testa. Ad essere duttili. A piegarci. Perché la nostra giornata è piena di compromessi. E la nostra propensione a piegarci e a rialzarci rappresenta l’unico modo per vivere insieme”. Il filosofo ed epistemologo liberale Karl Popper ha ispirato il libro “Il bello tra le crepe” di Simonetta Tassinari. Assoluto difensore della democrazia, Popper esaltava il valore della democrazia, che conferisce il potere a tempo determinato e limitato, E che procede, per continui aggiustamenti, attraverso gli emendamenti e le riforme. “L’umanità non è fatta, soltanto, di persone che costruiscono o che distruggono. Ma ci sono anche i riparatori e i tessitori, che tengono ancora unito il mondo, nonostante le guerre” – ha proseguito la professoressa Tassinari che ha poi spiegato l’evoluzione del linguaggio e l’importanza della comunicazione non violenta, come quella divulgata dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg che sosteneva che una parola giusta può far nascere un’amicizia, una speranza e costruisce la società.

“Il linguaggio fa la differenza. I nostri antenati sapiens, prima di arrivare ad un linguaggio articolato, si esprimevano attraverso dei  suoni simili a quelli degli animali ed a quei gesti che, spesso, ancora oggi compiamo, mentre parliamo, per dare enfasi a ciò che diciamo, per capire ed essere compresi. Ma le parole hanno un potere immenso e bisogna usare molta cautela prima di utilizzarle, perché ci sono parole, che una volta dette, non ci consentono più di scusarci e di fare marcia indietro. Le parole ci rasserenano e rendono felici. Possono deprimerci e umiliarci. O  incoraggiarci ed esaltarci. Le parole arrivano direttamente al cervello e al cuore, senza filtri.  E conviene che il linguaggio utilizzato sia quello giraffa, in cui dobbiamo allungare il collo verso gli altri e non quello sciacallo, in cui enfatizziamo il nostro ego, incolpando gli altri. E poi, nel libro, abbiamo ricordato anche una saggia tecnica più recente, americana, approfondita in ambito commerciale: quella della negoziazione win-win, utilizzata nelle aziende. Che significa che non bisogna mai lasciare un incontro senza che chi ha partecipato, se ne vada con la sensazione di essere anche lui parte della vittoria. E’ una negoziazione in cui entrambi gli attori devono sentirsi vincenti: parte della soluzione e non del problema. Perché, in alternativa, un nemico rappresenta un peso mentale che ci fa, comunque, male. E allora, per un sano egoismo, dovremmo far sì che nessuno, dopo essersi confrontato con noi, se ne vada convinto di essere un perdente, per far sì che, da ogni tavolo, si esca sempre, come, vincitori”.

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