“Le Terre del Sacramento” nella terza edizione di “Narrazioni Periferiche”

L’appuntamento, a km zero, curato dallo storico Giovanni Mascia

Lo storico molisano Giovanni Mascia, reimmerge il pubblico campobassano nel mondo contadino raccontato da Francesco Jovine, il più grande letterato molisano della storia, originario di Guardialfiera, in occasione dell’anniversario dei 75 anni dalla sua scomparsa, durante la rassegna ” Narrazioni Periferiche”; svoltasi in Via Emilia, a Campobasso, in collaborazione con l’Associazione “Il Nostro Quartiere San Giovanni”, l’Istituto Comprensivo “F. Jovine” e il Comune di Campobasso, attraverso un ciclo di 3 incontri che hanno attratto un numeroso pubblico, rapito dalla suggestiva, colta ed accessibile capacità di Giovanni Mascia di affascinare l’uditorio, narrando la storia di Francesco Jovine, partendo dall’analisi scientifica degli antefatti storici da cui partono i suoi romanzi. 

“Narrazioni Periferiche”: iniziativa che ha il compito di portare la cultura in periferia, a km. zero, ha registrato la presenza di tre incontri, curati da Giovanni Mascia e cominciati con le conversazioni ” Jovine, chi era costui?” e quella sul romanzo “Signora Ava”, (diventato noto al grande pubblico televisivo, attraverso tre puntate della Rai, andate in onda fra il 23 Settembre e il 7 Ottobre 1975), per concludersi nel pomeriggio dello scorso 6 maggio, con l’incontro culturale che ha focalizzato l’attenzione sul mondo contadino narrato da Francesco Longano, a partire dalle occasioni di riscatto perdute dai contadini, dalla fine del Settecento, all’Unità d’Italia, fino alle condizioni venutesi a creare durante l’epoca fascista, in cui è ambientato il romanzo “Le Terre del Sacramento”.

Francesco Jovine, al quale non mancarono i dispetti degli avversari nell’ambito del panorama intellettuale italiano, morì di infarto, quando ancora non compiva 48 anni, nel 1950, al rientro a Roma,  dopo aver partecipato ad una Manifestazione sulla Resistenza a Venezia. Ma prima di morire, fece in tempo a consegnare il suo romanzo alle stampe della casa editrice Einaudi, che le pubblicherà 15 giorni dopo la sua dipartita. Appena 4 mesi dopo, ad Agosto, la sua pubblicazione postuma vincerà il prestigioso Premio Viareggio 1950, il maggiore premio letterario del tempo, con un’epopea ambientata nel Molise, durante il fascismo, che celebra il profondo legame fra l’uomo e la terra, narrando le lotte contadine per il possesso della terra, consacrando il romanzo fra le opere letterarie più rappresentative del neorealismo italiano.

Non c’è stato un solo autore italiano e critico letterario dell’epoca che non abbia parlato in termini più che lusinghieri del romanzo di Francesco Jovine:  un classico della letteratura italiana, che ha fatto epoca e che fu apprezzato dal gotha di  intellettuali come Oreste del Buono, Carlo Bo, Alberto Moravia e da tanti altri critici letterari dell’epoca. Nel 1970, in occasione del ventennale dalla sua morte, la Rai divulgò il romanzo attraverso uno sceneggiato televisivo che andò in onda, in 5 puntate, fra il 23 Agosto 1970 ed il 20 Settembre 1970, per la regia di Silverio Blasi e che si rivelò un kolossal, per la qualità degli attori coinvolti, fra i quali spiccarono: Paola Pitagora, Adalberto Maria Merli, Fosco Giachetti, Nino Taranto, Stefano Satta Flores.  

Il romanzo entrerà nelle scuole fino agli anni Settanta, nel secolo scorso, divenendo una lettura ineludibile nelle scuole e licei italiani, fino a scomparire, progressivamente, dai programmi scolastici.

Lo storico Giovanni Mascia, nel corso della sua lectio magistralis, ha concentrato l’ attenzione sui due punti di vista richiamati dal titolo del romanzo, dettati dal tema della “terra” e della “religione”, fondamentali per la società dell’epoca. Ma non ci si può avventurare nella lettura del romanzo, se non si conoscono gli antefatti storici che hanno dato vita alla storia del romanzo, partendo dalle analisi del mondo contadino fatte dalla seconda metà del Settecento dal filosofo e saggista, originario di Ripalimosani, Francesco Longano, sacerdote allievo di Antonio Genovesi  (docente prima cattedra europea di Economia, nell’Università di Napoli) e che, fra un viaggio e l’altro nel mondo, sul dorso del suo asinello, scrisse due libri fondamentali: ” Il primo viaggio per il Contado di Molise” e “Viaggio nella Capitanata”, per raccontare quali fossero le condizioni dei contadini, a fine Settecento e fino alla prima e seconda guerra mondiale.

La popolazione descritta da Longano era costituita al 99% da contadini, che versavano in una situazione di sfruttamento sistematico, per il pagamento delle tasse e per le decime di grano da versare alla Chiesa e al clero. I contadini erano angariati, ovvero vessati dal feudatario di turno, che impediva alla popolazione di creare, per esempio, dei propri mulini e frantoi. Nel Molise così come nell’Italia meridionale non esistevano nessun’assistenza medica e nessuna forma di istruzione. E non esisteva prospettiva, possibilità di venirne fuori. Ma a partire dalla fine del Settecento, si creano delle occasioni per il riscatto di quel mondo contadino, puntualmente sfumate. Durante la Rivoluzione Napoletana del 1799, per esempio, i repubblicani volevano abbattere il sistema feudale e migliorare la vita dei contadini che, invece, si alleano, con il clero più reazionario. 7 anni dopo, nel 1806, Napoli è invasa dalle truppe napoleoniche. I Borboni scappano e i francesi rinnovano l’amministrazione borbonica, introducendo alcune innovazioni arrivate fino a noi, come le Province, i codici legali moderni e i primi provvedimenti che aboliscono la feudalità, che finirà, gradualmente, ovunque. Le terre diventano, in gran parte, del demanio e i contadini, da servi della gleba, vengono promossi a cittadini. Le terre finiscono in mano ai “galantuomini”, ai borghesi, ovvero a poche persone, che non erano contadini ma farmacisti, notai, medici, avvocati che si accaparrano i latifondi dei feudatari, esercitando un controllo sistematico sul lavoro dei contadini, chiamati, spesso, a dover ripagare con interessi da usura, gli eventuali prestiti richiesti.

Con l’Unità d’Italia, nel 1860, c’è un ulteriore occasione persa dai contadini, che speravano che si fossero creati spazi, lavoro e pane anche per loro. Molti di loro confluiranno, in questo periodo, nelle bande dei briganti.  Nel 1866, 6 anni dopo la nascita del Regno d’Italia, i governanti si rendono conto che, specialmente, nell’ Italia Meridionale, la gran parte del patrimonio fondiario dei contadini andava a finire nelle tasche del clero e allora aboliscono gli Ordini mendicanti dei francescani e i domenicani, mentre i conventi e le chiese vengono assegnate ai Comuni. La grande massa della proprietà feudale di 60 anni prima, anziché essere distribuita ai contadini, passerà al controllo di singole famiglie. Ma ecco che i contadini scoprono la rivoluzione, attraverso l’esodo biblico di un’emigrazione che, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, li trasferirà, in massa, a New York, Buenos Aires, in Canada, a San Paolo del Brasile, sottraendo così la manodopera ai galantuomini.

Il romanzo “Le Terre del Sacramento”, nasce a seguito  della soppressione di un grandissimo feudo di 3 mila ettari a Calena, nel paese Morutri, grande quanto la superficie totale di un borgo del Molise,  dove avrebbero potuto vivere migliaia di famiglie e che, invece, finisce in mano alla famiglia dei Cannavale, ed in particolare all’erede Enrico, avvocato soprannominato “Capra del Diavolo”, abulico e viziato dagli agi della ricchezza, che vive con la cugina Clelia, che tratta come una serva e che conoscerà e sposerà Laura De Martiis, figlia dell’ex presidente della Corte di Appello della città, che proverà a risollevare le sorti di quel patrimonio di sterpaglie abbandonato, avvalendosi della collaborazione di Luca Marano, un giovane contadino che studiava nel Seminario e che ha deciso di  abbandonare l’abito talare. Laura cercherà di risanare il lavoro dei contadini, promettendo ai contadini, contratti allettanti, poi disattesi, come l’enfiteusi, mentre Luca Marano diventerà la guida dei lavoratori per occupare e coltivare quelle terre, scontrandosi con il potere. La speranza di riscatto dei contadini sarà spezzata dalla violenza degli squadristi, lasciando le “Terre del Sacramento” come simbolo di una giustizia che non si afferma. La Calena raccontata da Francesco Jovine nel romanzo, è Isernia. Lo storico Giovanni Mascia conferma l’interpretazione postuma al romanzo, fatta da Luigi Rossi nel 1950, grazie ai numerosi indizi presenti nel romanzo come il “sole lungo” che cominciava a Marzo. La presenza della Fontana Fraterna e di un albergo cittadino intitolato alle Mainarde. E la presenza di una Cattedrale. Del Vescovo. Del Seminario. Dell’Intendenza dei Carabinieri e perfino quella di un trenino elettrico che consentiva di raggiungere, agevolmente, l’Alto Molise.    

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