Al Teatro Argentina di Roma, dal 14 aprile al 3 maggio, Arturo Cirillo porta in scena uno dei capolavori del teatro europeo con un cast di primo livello.

C’è qualcosa di ipnotico nel modo in cui Le false confidenze di Pierre de Marivaux trascina il pubblico dentro una storia in cui nessuno dice la verità, eppure tutto, alla fine, si rivela. Scritta nel 1737, questa commedia rimane oggi uno dei testi più raffinati del teatro europeo: nulla accade per caso.
Al cuore dell’opera c’è l’innamoramento del giovane Dorante, nuovo amministratore della casa di Araminte, vedova austera e razionale. Le confidenze, solo in apparenza false, diventano il motore di desideri, inganni e rivelazioni. I sentimenti prendono forma mentre i personaggi li negano ancora a se stessi. Cirillo è sul palco, oltre a dirigere, nei panni del servo burattinaio (figura che riprende una tradizione millenaria di “servi callidi”). «La scelta di questa parte non è casuale», rivela. «Interpretare l’astuto servitore è stato strategico per il mio ruolo di regista: ero sempre in scena, nascosto quel tanto che bastava per osservare tutto ciò che avveniva sul palco».
Giacomo Vigentini interpreta il giovane innamorato, Elena Sofia Ricci è la protagonista, Rosario Giglio, Francesco Petruzzelli — un acrobatico Arlecchino — e Giacinto Palmarini completano il cast. Due figure meritano applausi a scena aperta: Giulia Trippetta nei panni di Marton, la governante, e Orietta Notari, venale signora Argante, con un’intensità e una comicità che la rendono una delle protagoniste della serata.
La regia di Cirillo coglie la doppiezza dell’opera con precisione. La scenografia di Dario Gessati è costruita su una piattaforma girevole con una struttura che è insieme porta e muro — un espediente che permette di cambiare scena in modo innovativo ed elegante. Il fondale azzurro dipinge le ombre dei personaggi, che entrano ed escono senza mai spezzare l’incantesimo. Nessun intervallo interrompe il flusso: tensione drammatica e comica trattengono il pubblico fino alla fine.
Un ritratto si fa metafora dell’identità: lo scarto tra ciò che siamo e ciò che mostriamo. Con ironia e profondità, Marivaux costruisce una commedia che interroga lo spettatore sulla sincerità dei sentimenti e sulla verità che ciascuno fatica a riconoscere. La platea del Teatro Argentina ride, applaude, e viene ingannata quanto i personaggi sul palco.
Rosita Laudano