L’amore che vince la guerra con il progetto Habibi

Nel lavoro del fotografo Antonio Faccilongo il mistero della stirpe palestinese

L’arte e la cultura fotografica divulgate nell’ambito della Rassegna ” Oltre la Fotografia”, promossa dall’Associazione “Il Cavaliere di San Biase”, presieduta da Antonella Struzzolino, grazie al supporto del Comune di Campobasso, attraverso il programma “Paideia”,  al Patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Molise ed a quello del Museo Laboratorio L’Aratro dell’Unimol, hanno continuato a registrare, lo scorso 9 Aprile, l’entusiastico e crescente interesse del pubblico campobassano, nella Sala Fratianni del Circolo Sannitico, nel corso dell’intervista dello storico Fabrizio Nocera al fotografo documentarista e film maker romano Antonio Faccilongo (Roma, 28 Febbraio 1979), vincitore del Premio World Press Photo Story of the Year del 2021 e autore del reportage “Habibi” che, in lingua araba, significa “Amore mio”: frutto di un progetto ambientato a Gaza, nel 2008,  che documenta il modo in cui l’amore vince nei teatri di guerra come quello della striscia di Gaza, grazie alla tenacia con la quale le donne, mogli dei prigionieri palestinesi (oltre 7.000 uomini con i quali non riusciranno ad avere più alcun tipo di rapporto) scelgono di avere un figlio, a distanza, per far sopravvivere la stirpe, attraverso l’inseminazione in vitro, escogitando originali escamotage per reperire lo sperma, come quello rappresentato da una foto di Faccilongo, presente all’interno di barrette di cioccolata contenenti lo scheletro di una penna a sfera, che i detenuti consegnano, simulando un dono, ai bambini con età inferiore ai 6 anni, nel corso di quegli incontri veloci intercorsi con gli stessi e con le proprie mogli (consentiti soltanto una volta ogni 6 mesi e per 10 minuti alle mogli e ai figli di età inferiore ai 6 anni), perchè lo sperma possa raggiungere, velocemente, gli ospedali dotati delle tecnologie più moderne per la fecondazione. In un’altra fotografia ambientata in una camera rosa, Faccilongo immortala, ad esempio, l’abito completo di un detenuto, Nael El Barhhouthi, che ha vissuto per 40 anni in prigione e che la moglie tiene gelosamente conservato, insieme ad altri vestiti, nell’attesa eterna del ritorno del suo amato.

La passione di Antonio Faccilongo per la fotografia nasce al contagio esercitato dalla passione di uno zio, nell’ambito di un’ambiente familiare nel quale non è mai mancata la presenza di macchine fotografiche professionali e dalla passione per il viaggio, per l’avventura destinata alla conoscenza di culture straniere, maturata fin tempi dell’adolescenza. Già da quando aveva 15 anni, Antonio Faccilongo, si armerà di sacco a pelo e, grazie all’autostop, esplorerà l’ìntera Sardegna. Studia, quindi, Scienze della Comunicazione, lavorando, dal 2008, per la redazione romana de “Il Messaggero” e per il quotidiano “La Repubblica”, per occuparsi di cronaca internazionale. L’idea di divenire fotoreporter nasce dall’esigenza di fondere le due passioni del giornalismo e della fotografia. Nel suo curriculum c’è la docenza di fotografia all’Accademia di Belle Arti di Roma e i numerosi viaggi compiuti in Medio Oriente e nell’Europa dell’Est: in Romania, tra l’8 e il 22 maggio 2022, Faccilongo assiste ad un disboscamento illegale e poi esplora, con la sua macchina fotografica, Paesi in via di sviluppo come il Brasile, la Nigeria, l’Indonesia. Oltrechè in Ucraina, nell’ambito di un progetto, ancora in itinere, nel quale immortala personaggi ed atmosfere ricordando il silenzio della rassegnazione e documentando l’amore, la fede, la speranza, con cui la popolazione del luogo vive la guerra, nonchè le ferite ancora aperte, attraverso il dolore straziante delle famiglie di circa 300.000 soldati caduti prematuramente e ricordati, puntualmente, nel corso di periodiche cerimonie commemorative.     

Antonio Faccilongo  narra i sentimenti d’amore delle donne palestinesi nei confronti dei mariti detenuti costruendo rapporti di fiducia e di amicizia con la popolazione del luogo, entrando senza distanze di sicurezza, ma con empatìa, nei confronti delle persone e delle famiglie incontrate, dentro alcune microstorie di Gaza, per raccontare la macrostoria di Gaza, come accade con Lydia Rimawi, da lui fotografata con il figlio Majd. di 6 anni, mentre viaggiano con il pullman della “Croce Rossa”, lungo l’ultimo villaggio prima del confine con l’Israele, per andare a trovare il marito in carcere. Per questa foto, Faccilongo vivrà un transfert che lo porterà ad identificarsi, emotivamente, nel bambino abbracciato dalla madre, fino a familiarizzare, negli anni, con questa famiglia. La fotografia di Faccilongo indagherà nel vissuto di questi drammi familiari, per comprendere come si possa superare e sopravvivere all’assenza di un congiunto.

“Antonio Faccilongo lavora sull’immagine senza mai dimenticare la storia che c’è dietro e la dignità delle persone fotografate “- dice lo storico Fabrizio Nocera, che chiede a Faccilongo come scelga il tema da trattare e da cosa sia attirato.

“Cerco una microstoria di vita quotidiana, per raccontare le macrostorie”- risponde Faccilongo-“. Cerco di entrare nel vissuto di qualcuno e, tra milioni di persone, scelgo quella storia che riguarda anche me stesso. Che rappresenta lo specchio di qualcosa che ho vissuto anch’io e che mi convince perchè, se interessa me, potrebbe interessare anche il pubblico, come il racconto dell’impatto che queste guerre hanno sulla vita di queste donne, che, nonostante le difficoltà, scelgono di reagire alle tragedie, mettendo al mondo un bambino, vincendo le proprie paure e compiendo scelte d’amore attraverso la possibilità di dare alla luce un bambino, simbolo di una prospettiva migliore”.

“Siamo soffocati da foto drammatiche che non lasciano speranza, mentre tu descrivi il bello nell’orribile, raccontando storie che pochi conoscono..” – riflette l’intervistatore Fabrizio Nocera.

“Con degli attivisti, mi sono avvicinato a questo territorio, a Gaza, in un momento di transizione, quando si stava terminando la costruzione del muro. Era già cominciato l’embargo e cominciavano a mancare le medicine e l’acqua potabile” –  Faccilongo, così, ricorda la sua esperienza – “Quasi tutte le forniture di cibo venivano bloccate al confine e lasciate a marcire e fatte entrare quando erano ormai già marce.  In quasi 10 giorni muoiono quasi 1.500 persone e ci sono 7mila feriti.  Mi interrogai sulla modalità con cui fotografavo e riconobbi che la mia fotografia del conflitto, che rimarcava gli stereotipi del mondo arabo, non si rivelava il linguaggio più efficace, per cui scelsi, a un certo punto, di raccontare il vissuto, al di là dell’attività dei soldati. Ci fu una circostanza in cui si alzò il livello del conflitto armato fra le due fazioni e scappammo via dai bombardamenti, con altre persone e, girando l’angolo, scorsi delle signore che facevano la spesa e rimasi colpito da come la guerra non interferisse con l’ordinaria vita quotidiana di chi deve mangiare ed accudire i propri bambini e i propri anziani”.

Fabrizio Nocera chiede a Faccilongo. “Sei anche docente di fotografia. Anche se hai cambiato il tuo modo di raccontare e divulgare la fotografia. Cosa cerchi di trasmettere ai giovani e in coloro che si approcciano a questa fotografia così particolare?.

“Sono attento ad inserire nelle mie fotografie, tutto ciò che riguarda la società contemporanea  ed il mondo occidentale, con le sue difficoltà. Quando faccio l’analisi di questo mestiere, però, mi sento molto positivo, a differenza del pessimismo che viene trasmesso dai miei colleghi alle nuove generazioni. Oggi siamo completamente circondati dalla fotografia, rispetto al passato. Non c’è, oggi, persona che non faccia almeno 10 foto al mese. Siamo sovrastimolati dalle immagini. Le rappresentazioni migliori sono, spesso, quelle, non filtrate, che le persone fanno da sè. Il fotoreporter documentario, di oggi, si rapporta ad un mondo che è cambiato e che registra nuove opportunità di lavoro come quelle offerte dai bandi della Comunità Europea, dal Ministero dei Beni Culturali, dalle fondazioni e dalle aziende, che riscontrano particolare successo quando si dà libertà espressiva alla creatività dei fotografi”.

Il progetto “Habibi” di Antonio Faccilongo è stato il vincitore del “Foto Evidence Book Award 2020 with World Press Photo” pubblicato come libro. Tra il 2015 ed il 2021, quando Faccilongo lavorò a questa storia, secondo l’Ospedale Razan di Nablus, che forniva trattamenti di fecondazione in vitro in Cisgiordania, nacquero circa 90 bambini. I trattamenti venivano offerti gratuitamente alle donne, dal momento che i mariti venivano considerati dalla collettività come martiri viventi, che hanno rinunciato alla libertà per la patria.

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