Il menestrello Flavio Brunetti canta la storia della sua vita in “Canzoni illustrate”

Nel cuore di Oratino, uno spettacolo e un libro per raccontarsi e raccontare: una toccante retrospettiva della vita

La poesia, le canzoni, la recitazione, la musica, la fotografia, la scenografia suggestiva delle location prescelte e i dipinti di Antonio D’Attellis, dialogano costantemente, fondendosi meravigliosamente, nel racconto autobiografico dell’ingegnere, ex insegnante di topografia e poliedrico artista Flavio Brunetti, nello spettacolo “Canzoni illustrate”, svoltosi nei suoi luoghi del cuore di Oratino (nell’Auditorium Comunale) e Casacalenda ( nel Cinema Teatro “Flavio Bucci), il 7 e l’8 marzo scorso, in compagnia del gruppo musicale “Molisensemble”, composto da Lelio Di Tullio, Giancarlo D’Abate, Maurizio Marino e Antonio D’Abate.  E si ritrovano descritte, nei testi, con altrettanta brillantezza, nell’omonimo libro edito da Compagnìa Nuove Indye, ricco di intensa poesia e di riferimenti storici, arricchito da quattro CD che rievocano l’intera produzione musicale di Flavio Brunetti.  A Oratino, lo spettacolo curato in collaborazione con l’amministrazione comunale locale, è stato introdotto, sabato scorso sera, il 7 marzo, dallo storico dell’arte Dante Lorusso, per far parte di una delle 18 iniziative programmate, per quest’anno, dall’Associazione “Arturo Giovannitti”, presieduta da Luca Fatica. 

A Casacalenda, nella serata dell’8 marzo, l’amministrazione comunale di Casacalenda ha ripetuto lo spettacolo, introdotto da Fabio Mastropietro. Le 72 canzoni, puntualmente documentate nei testi del libro “Canzoni illustrate”, con brani che è possibile ascoltare tramite il qr code, appartengono a tre capitoli: “Fallo a vapore”, edito da CNI, Musicultura e BMG.” Senza sosta” (un’autoedizione di Flavio Brunetti e Molisensemble) e “Come nacquero i fiori”. Le 13 canzoni di “Fallo a vapore” e di ” Senza sosta” sono state arrangiate da Lelio Di Tullio ed eseguite dal quintetto di fiati di Molisensemble (Giancarlo D’Abate, flauto; Maurizio Marino, oboe; Giampiero Riccio, corno; Antonio D’Abate, fagotto). Lello di Tullio (clarinetto). Nelle canzoni di “Fallo a Vapore” e in alcune di “Senza sosta”, sono intervenuti anche i percussionisti Giulio Costanzo e Donato Cimaglia. La canzone “Fragilità”, in “Senza sosta”, ha conosciuto la collaborazione di Paola Landrini al pianoforte. Le canzoni del capitolo “Come nacquero i fiori” hanno coinvolto anche Roberto Barone ed altri musicisti, puntualmente ricordati nel libro. Mentre, il capitolo “Come nacquero i fiori” raccoglie canzoni che spesso nacquero e furono registrate dal solo Flavio Brunetti, alla chitarra. Fra i testi ricordati nel libro c’è “Bambuascè” con cui, Flavio Brunetti vinse l’edizione del 1993, del Premio Città di Recanati, prima di incidere, negli anni successivi, gli album Tu tu ttù e Fallo a Vapore (ediz. BMG-Musicultura-CNI). 

Nel libro “Canzoni illustrate”, c’è il percorso di vita e artistico, di Flavio Brunetti, con tutta la sua ironia, la sua sensibilità, la sua malinconia.  C’è il testo di “Chicchirichì”, scritta con il regista napoletano Antonio Capuano. C’è “A legno secco”, canzone ispirata ai versi di Joao Cabral de Melo Neto. C’è la dissacrante “Canzonucciaccia”. C’è l’ironica canzone “I Barbari” ispirata dalla poesia di Costantinos Kafavis “Aspettando i Barbari”, del 1904. Ci sono le poesie ispirate dai poeti naturalisti francesi come Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire. E c’è la canzone “Il mito delle sirene”, che l’attore Fabrizio Bentivoglio apprezzò fino al punto da segnalarla all’amico regista napoletano, Antonio Capuano, che telefonò, insistentemente, allo Studio dell’ingegner Brunetti, per poter condividere, il giorno dopo, con lui, in uno degli chalet di Mergellina, la stesura della colonna sonora dell’episodio “Sofialorèn” del film “I Vesuviani”, diretto da Capuano, nel 1997, che sarebbe stata eseguita dagli attuali componenti del gruppo Molisensemble, in un film che conobbe Flavio Brunetti fra i suoi attori protagonisti. E nel libro “Canzoni illustrate” c’è anche il testo della canzone “Canzone mesta”, dedicata alle giovani vittime molisane dei terremoti di San Giuliano di Puglia (2002) e di L’Aquila, nel 2009, dove Brunetti si recò, il giorno dopo del terremoto, per fare un reportage fotografico e dove, fra le vittime rinvenute fra gli studenti molisani rimasti fra le macerie, fu trovato Elvio Romano, il figlio di un suo conoscente: un geometra della Provincia di Campobasso, che, per ironia della sorte, si trovò a rivivere la stessa esperienza di San Giuliano di Puglia, scavando fra le macerie del terremoto di L’Aquila, per recuperare le spoglie del figlio, dopo essersi occupato, personalmente, della costruzione della nuove scuole antisismiche del Molise, di cui andava fiero, per aver fatto un lavoro così all’avanguardia che avrebbe reso le scuole, definitivamente, sicure.      

Delicata, ironica, toccante è la retrospettiva della vita, con cui Flavio Brunetti ci immerge nel ricordo delle origini bucoliche dell’ambiente familiare risalente al nonno, ricordandoci la tradizionale uccisione del maiale, il primo giradischi e l’entusiastico ascolto della canzone “Piove” con cui Domenico Modugno vinse a Sanremo nel 1959.  A vent’anni, Flavio Brunetti coltiverà il sogno di fare l’artista, ma è sconsigliato dal padre per i costi notevoli che avrebbe dovuto procurarsi sia per fare il fotografo che per fare il cantante e che lo indurranno a intraprendere, a Napoli, prima, gli studi di ingegneria e, successivamente, la strada dell’insegnamento, per poter concretizzare il sogno di fare l’artista “perchè il gusto per il lavoro portato alla sua massima elevazione”- dice l’artista Flavio Brunetti, durante lo spettacolo- ” lo può capire soltanto l’artista che, nella sua instancabile ricerca dell’ispirazione, tende a non fare assolutamente niente… che è la più tormentosa e struggente delle umane fatiche”.

Con l’ausilio della sua chitarra e della musica del gruppo Molisensemble, Flavio Brunetti racconta come nacque la passione per la chitarra, dopo che rimase incantato dal suono di questo strumento, ascoltando un giovane vagabondo proveniente da un paese molisano, che gli mostrò come si suonasse, insegnandogli gli accordi musicali del giro armonico di Do e il cui testo cominciava con la frase “andremo sulle spiagge deserte”,che lui avrebbe continuato a cantare, spacciandola come se fosse una sua canzone, ma con il rimorso interiore per averla solo emulata. Da allora in poi, cominceranno le sue strofe e le sue prime canzoni come “Elim”, titolo originato dall’anagramma di Emily, che era la ragazza amata, in segreto, da un suo compagno di classe. Flavio Brunetti comincerà ad esibirsi, sfidando la diffidenza dei compaesani che gli dicono che, per diventare un artista affermato non avrebbe dovuto vivere a Oratino, ma in una grande città, in una metropoli, “altrimenti sarebbe stato meglio tornare a pascere le pecore, come faceva il nonno!”. Un giorno, incontrerà un poeta che voleva fargli ascoltare una poesia dedicata a Padre Pio. Ma lui gli chiede se scrive anche poesie d’amore e il poeta risponde di sì, confermandogli che tutte le volte che i fruitori delle sue poesie le hanno declamate davanti alle loro amate donne, queste si sono lasciate andare fra le loro braccia, tranne che nel suo caso, perchè pensava che a un artista è negato l’amore (messaggio che ispirerà una delle canzoni di Brunetti).

Flavio Brunetti partì, come studente di ingegneria, a Napoli, dove acquistò, con i soldi della madre, una chitarra Framus, che accompagnerà, nei momenti di solitudine, la sua esperienza universitaria napoletana, per la quale soggiornerà, prima in Via Foria, convivendo con 15 persone, in una sorta di bisca dove si giocava a carte, si fumava e si beveva, prima di trasferirsi in un altro appartamento. a Fuorigrotta, infestato dagli scarafaggi e di proprietà di un marinaio, Ciro Capasso, che tornava ogni 6 mesi a trovarlo. Qui a Napoli, nella solitudine della casa di Fuorigrotta, nasceranno le prime canzoni vere di Flavio Brunetti, in grado di suscitare gli apprezzamenti e la curiosità del pubblico, di volta in volta, intercettato e indotto, puntualmente, a chiedere chi le avesse ispirate e che indurranno Brunetti a sdoppiarle, sistematicamente, fra una prima versione originale e una seconda che ne disvelava il significato. E fu questa, probabilmente, una stagione della vita in cui Brunetti maturò la consapevolezza della sua dimensione artistica e in cui approfondì le modalità con cui avrebbe continuato a scrivere canzoni, pensando: ” Dei fatti che vivi, non prendere ciò che turba la tua condizione fisica, ma ciò che accarezza la tua mente. Ruba le parole semplici alla gente. Piangi i loro lutti. Svela i loro sogni, non i tuoi. Non perderli e fai in modo che il tremolìo ed il solletico di quella seta che ti accarezza la mente, crescano, irrefrenabilmente, in un mondo irreale, dove il gioco prende la forza dell’eccezione, dello sconvolgimento. Qualcuno, stizzito, ti processerà e disprezzerà te e la tua canzone, ma se avrai portato la tua canzone al disordine senza ritorno, avrai toccato la sua realtà quotidiana e l’incazzato…non potrà mai più dimenticare il gioco da te inventato, ovvero la tua canzone”. 

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