Due produzioni, due ere musicali, un fil rouge: il Teatro dell’Opera di Roma dimostra la vitalità del repertorio operistico

Mentre Hollywood si interroga sulla vitalità delle arti performative, il Teatro dell’Opera di Roma propone due produzioni di rilievo. Timothée Chalamet, in una conversazione con Matthew McConaughey per Variety e CNN, ha sostenuto che opera e balletto siano ormai forme d’arte in via d’estinzione. Una boutade ammessa tale dallo stesso attore, ma sufficiente a scatenare una reazione a catena: il Royal Ballet and Opera di Londra, il Metropolitan di New York e La Scala di Milano hanno risposto sui social mostrando il lavoro visibile e invisibile dietro ogni recita.
La risposta più convincente, però, arriva dal palcoscenico. Dal 1° al 10 marzo il Costanzi porta in scena l’Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, assente da trent’anni, in un nuovo allestimento firmato da David Hermann. La trama è di per sé uno specchio: un mecenate impone che un’opera seria sulla mitica Arianna, abbandonata da Teseo, venga rappresentata insieme a una compagnia di commedianti. Due mondi costretti a convivere, il cui dualismo Jo Schramm traduce scenograficamente con precisione: bianco distaccato nel prologo, poi la netta contrapposizione tra la materia cupa del mondo mitologico e il cartonato fumettistico delle maschere della commedia dell’arte.
In scena Ziyi Dai, Zerbinetta, capace di affrontare l’aria-rondò, accanto ad Axelle Fanyo nel ruolo della protagonista e ad Angela Brower in quello del Compositore.
Dal 19 febbraio al 7 marzo, al Teatro Nazionale, è andato in scena anche l’Inferno di Lucia Ronchetti, commissione dell’Opera di Roma in versione italiana con i versi di Dante. Stessa regia, stessa scenografia: Schramm suddivide il palcoscenico in piani sovrapposti (camera da letto, bagno, sala da pranzo, cantina) collegati da un ascensore al neon che trasporta Dante, interpretato da Tommaso Ragno, e i dannati tra un cerchio e l’altro. Un Inferno domestico e straniante, in cui la partitura di Ronchetti assembla timpani, ottoni, fanfare medievali e quartetto d’archi restituendo la vertigine dantesca a un pubblico contemporaneo.
Prima che il sipario si alzasse, però, i lavoratori del teatro sono saliti sul palco per ricordare che dietro ogni spettacolo c’è anche una vertenza aperta: contratto collettivo nazionale bloccato, risorse ministeriali non stanziate, vincoli sul turnover che limitano le assunzioni al 25%. Una denuncia che non si contrappone all’arte, ma la difende, perché un teatro che non produce cultura indebolisce l’intera comunità.
Due spettacoli firmati dalla stessa mano registica, a ricordare che l’opera non ha bisogno di difendersi, ha bisogno “solo” di un palcoscenico.
Rosita Laudano