Dalle figure femminili dell’antichità alle prime rivendicazioni di autonomia

Lo storico Adriano Di Gregorio ripercorre il ruolo delle donne nella società romana, fra subordinazione, coraggio e desiderio di emancipazione

Per secoli, a segnare la distanza tra uomini e donne non è stata soltanto la disparità dei diritti, ma il diritto ad avere voce, come espressione di libertà, dignità e diritto di essere ascoltati. Mentre, nelle società “misogine” ha prevalso il silenzio femminile, come quello acquiescente e sottomesso della matrona romana, “venerata  ma prigioniera”, condizionata da secoli di subordinazione ed emarginazione giuridica e sociale, che ha favorito il profondo divario sociale fra uomini e donne. La prima svolta nel percorso dell’emancipazione femminile ha trovato espressione nelle parole in pubblico di Ortensia, una delle più celebri oratrici dell’antica Roma, nel 42 a.C., che ha cominciato a sfidare il potere maschile, in nome delle donne, facendo sentire la propria voce, per la prima volta in pubblico, davanti ai triumviri Ottaviano, Marco Antonio e Lepido, con un coraggioso discorso pubblico, noto come la “Causa delle donne”, pronunciato contro un editto straordinario che imponeva una tassa a 1.400 donne facoltose di Roma, per finanziare le spese militari contro i 60 cesaricidi rifugiati in Oriente, che assassinarono Giulio Cesare: “Perché le donne avrebbero dovuto contribuire al finanziamento delle guerre civili, se erano escluse dalle decisioni politiche che le provocavano?”.  Quando occorreva dividere le spese, i Romani si ricordavano sempre delle donne, sebbene queste fossero, completamente, escluse dalla condivisione di un eventuale, meritato, bottino di guerra e dalla vita pubblica. Le parole di di Ortensia, figlia del brillante avvocato oratore Quinto Ortensio Ortalo, ruppero il silenzio imposto alle donne e suscitarono una rivoluzione epocale nella società patriarcale del I sec. a. C., che il genere maschile visse con terrore, tale da ritrovarsi ad affrontare una manifestazione popolare talmente imponente, che richiese il coinvolgimento dell’esercito. Dopo la protesta, il numero delle donne soggette alla misura fu ridotto da 1.400 a 400. Ma, in seguito, i triumviri ebbero la meglio e le donne continuarono ed essere escluse da tutti gli uffici civili o pubblici: principio che continuò ad essere confermato durante tutta la storia romana, nell’ambito di una società che riservava la difesa pubblica, esclusivamente, agli uomini.  Anche perchè, come diceva il poeta satirico Giovenale, ispirato dalla società misogina dell’epoca, le donne che osavano fare cose da uomini, come fare gli avvocati, partecipare alle gare sportive o scrivere poesie, non potevano farlo poichè “non capivano neanche cosa fosse scritto nei libri”. 

Ma in che modo le donne dell’antica Roma poterono affermare la propria voce e conquistare spazi di autonomia in una società profondamente patriarcale?

Le proteste del mondo femminile non si fermarono, divenendo sempre più pericolose per il potere maschile, dopo le sempre più frequenti e audaci presenze in tribunale di personaggi femminili come Mesia Sentinate e la plebea Gaia Afrania, puntualmente bollata come “monstrum” (non degna di essere considerata nè donna, nè umana). Attraverso l’esercizio della parola, alcune donne romane si fecero spazio in contesti da cui, nel passato, erano completamente escluse. 

Ce lo racconta lo scrittore, saggista e scrittore Adriano Di Gregorio (Siracusa, 1971), nel suo libro: ” Le donne nell’antica Roma. La prima emancipazione femminile della storia” (Edizioni Efesto), ricostruendo la storia del millennio romano, attraverso i miti, gli aneddoti, le leggende, la sofferenza delle sue donne protagoniste, tramandate da una storiografia ufficiale “maschile”, a cominciare dai primordi di una società, arrogantemente, maschilista e patriarcale, tratteggiando profili di figure femminili “in bianco e nero”: come quelli di brave mogli, figlie e madri di re e nobili guerrieri, che accettavano con  il sorriso il ruolo subalterno, e quelli di ragazze cattive e ribelli, additate come mostri. Le prime venivano esaltate perchè rispettavano le virtù del silenzio, della riservatezza (la pudicitia) e della dedizione ai compiti familiari di educazione dei figli, mentre  le seconde, venivano denigrate perchè afflitte dalla “debolezza” femminile dell’imbecillitas mentis, dell’ignoranza del diritto, della levitas animi (la superficialità congenita) e dell’infirmitas sexus (quella sfrenata passionalità che le privava della ragione, giudicandole come cattivi “exempla” comportamentali). 

Tra le figure femminili della Roma più arcaica rievocate nel libro da Di Gregorio: la vestale Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, che dal proprio esempio di madre, di virtù e sottomissione, fa discendere tutto. La traditrice Tarpea, che rubò le chiavi della città per liberare le sue compagne sabine dal ratto dei Romani. Orazia (metà del II Sec. a.C.), uccisa dal fratello Orazio, durante i festeggiamenti per la vittoria sui Curiazi, per aver dato priorità ai sentimenti e non alla patria. La “creatrice di re” Tanaquilla, maestra di prodigi celesti, che interpretava i segni degli dei e che determinò l’elezione di Tarquinio Prisco, re per 37 anni e del figlio Servio Tullio, inaugurando la saga dei Tarquini e divenendo simbolo della fedeltà coniugale e delle virtù domestiche femminili, come la tradizione delle donne tessitrici. Dopo di lei l’adultera e suicida Lucrezia, simbolo della fine della monarchia e della nascita della Repubblica, nel 509 a.C. Fino ad arrivare alle storie di Fulvia, dell’egiziana Cleopatra, a Clodia, Giulia, Messalina, ad Agrippina, alla filosofa, matematica Ipazia, simbolo dell’autonomia intellettuale femminile e della libertà di pensiero in una società dominata dagli uomini. Ed alla bizantina Teodora, moglie dell’imperatore Gustiniano, che partendo da una condizione sociale modesta, seppe affermarsi come protagonista della vita imperiale, nell’Impero romano d’Oriente, nel VI Sec. d.C.

L’evento di presentazione del libro di Adriano Di Gregorio si è svolto a Campobasso, venerdì scorso, 16 Ottobre, nella sede dello stabilimento del Pastificio de “La Molisana”, nell’ambito della Campagna Letteraria “Vincenzo Ferro”, organizzata dalla Responsabile delle Relazioni Esterne, Michaela Marcaccio, nell’ambito di un incontro con l’autore coordinato dal dr. Mimmo Coloccia, giornalista, odontoiatra (Presidente dell’Albo degli Odontoiatri di Campobasso) e Presidente del Rotary, per l’anno rotariano 2026-2027.

Mimmo Coloccia, appassionato studioso di storia, ha conosciuto a Roma, lo scrittore e divulgatore Adriano Di Gregorio, che lo ha aiutato a sistematizzare i suoi studi, avvicinandolo al metodo di ricerca dello storico francese Marc Bloch (1886-1944), uno dei più importanti storici del Novecento del mondo, che ha rivoluzionato il metodo della ricerca storica, restituendo centralità alle microstorie della vita degli uomini comuni, considerando la storia non come un semplice elenco di avvenimenti, ma come un’indagine critica sulle società e sulle sue trasformazioni: “Bloch ci ha insegnato che la storia non è un fiume ” – ha detto il Presidente del Rotary Club di Campobasso, Mimmo Coloccia, nel corso dell’incontro – “questo nostro voler periodizzare, e dare un inizio ed una fine ai cicli storici rappresenta un’abitudine alla puntuale catalogazione di tutto, che può essere relativa e fuorviante. Per esempio, quando si parla dell’inizio della storia moderna, si parla del 1492, facendolo coincidere con la scoperta dell’America, ma non è vero perchè la storia moderna inizia con la peste nel 1300. Quando si parla di Illuminismo, si parla di 1701 e non è vero, perchè l’Illuminismo è iniziato molto prima, quando la chiesa è stata messa in discussione”. Il dottor Mimmo Coloccia ha quindi ricordato come il diritto romano abbia plasmato tutti i sistemi di diritto occidentali, ricordando la lentezza che ha caratterizzato il lungo e sofferto cammino dell’emancipazione femminile, di cui il libro di Di Gregorio ricorda alcune tappe: il diritto di voto alle donne riconosciuto soltanto nel 1946. L’articolo 29 della Costituzione che recita che il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ma con i limiti stabiliti dalla legge, a garanzia dell’unità familiare. L’abolizione, avvenuta soltanto nel 1956 e promossa dalla Corte di Cassazione, dello “ius corrigendi”, cioè del potere per il marito di correggere, persino con la forza qualunque comportamento considerato scorretto, nei confronti della moglie e dei figli. L’abolizione, avvenuta nel 1968, ad opera della Corte Costituzionale, dell’articolo del Codice penale che puniva, esclusivamente, il reato di adulterio femminile con pene fino a un anno di carcere. E la riforma del diritto di famiglia, avvenuta nel 1975, attraverso cui, venne abolita la figura del capofamiglia e venne abrogato l’obbligo per la moglie di assumere il cognome del marito e quello di accompagnarlo ovunque.

All’incontro svoltosi presso “La Molisana” ha partecipato la professoressa Rosalisa Iannaccone, illustrando e focalizzando, attraverso una rassegna di slide, gli interessanti argomenti del libro di Adriano Di Gregorio, che hanno spaziato dalle regole di diritto matrimoniale alle regole di costume riguardanti l’abbigliamento femminile delle donne dell’antica Roma (sono stati ricordati alcuni indumenti tipici come la stola, la palla, le vittae)  ed ai vincoli posti da alcune leggi di età romana, come la “Lex Oppia”, promulgata durante la seconda guerra punica, per proibire il lusso femminile, confrontando quel tipo di società, con la cultura di origine etrusca, greca, egiziana. 

Adriano Di Gregorio ha quindi illustrato come fosse strutturata la società nell’antica Roma, dove la legislazione romana riconosceva una lunga serie di disuguaglianze sociali: fra uomini liberi e schiavi, fra cittadini romani e stranieri, fra patrizi e plebei e, soprattutto e fra uomini e donne,  considerati diversi per natura, in continuità con la tradizione greca. L’uomo veniva identificato con lo spirito e la donna con la materia. Seneca sosteneva che l’uomo nasceva per comandare e che la donna, irriflessiva, selvatica ed incapace di controllare le proprie passioni, dovesse essere chiamata soltanto ad ubbidire, anche perchè pensava solo cose cattive. Il pater familias, durante l’età monarchica e repubblicana, era un maschio “alfa”, che aveva un potere assoluto sulla moglie e sui figli, sulla casa e sulle cose che vi erano dentro, come il bestiame e gli schiavi. Non era sottoposto alla potestas di nessun’altra persona e non aveva obbligo di fedeltà coniugale. Poteva dedicarsi al cursus honorum (carriera politica) ed occuparsi dell’esercito, della burocrazia e di qualsiasi attività che facesse crescere lo Stato. Era custode del culto dei Lares (le anime degli antenati che vegliavano sulla famiglia) e poteva vendere i propri figli, esercitando il diritto di vita e di morte (ius vitae necisque).  In caso di divorzio, i figli venivano affidati al padre ed a qualsiasi maschio della famiglia. La virtù (dal latino “vir”) era un requisito esclusivamente maschile. Mentre alla donna spettava tacere ed occuparsi della sfera privata. E non poteva possedere beni, gestire il denaro o ereditare. Soltanto le Vestali (le donne chiamate a tenere acceso il fuoco sacro del santuario, tutelate dal Pontefice Massimo) potevano godere di alcuni privilegi maschili, come la possibilità di disporre dei propri beni e di testimoniare in tribunale. Come prescritto dalle leggi delle XII Tavole (le prime leggi romane scritte nel 450 a.C.), le donne, anche se adulte, dovevano essere sotto la tutela di un uomo (padre o marito). A differenza delle donne egiziane e delle donne etrusche, le donne romane non avevano un nome proprio, ma portavano quelle della gens (famiglia) alla quale appartenevano, come se non fossero considerate pienamente individui, ma soltanto la porzione di un gruppo familiare. Al limite, nell’ambito di una stessa famiglia, le figlie venivano distinte con soprannomi derivanti dalle caratteristiche fisiche. Mentre gli uomini avevano il praenomen proprio, il nomen della gens ed il cognomen della famiglia. Ma, a differenza delle donne greche, le donne romane di alto rango, dedite esclusivamente alla procreazione, educazione dei figli e alla fedeltà al marito, erano tenute in grande considerazione e godevano di una maggiore libertà, godendo della possibilità di ospitare  le amiche nelle stanze chiamate “cubicula” (gli ambienti più riservati della casa, diversi dall’atrium destinato agli uomini). Il matrimonio era particolarmente importante per le donne perchè, grazie a questo, diventavano mater familias (la legge vietava di prendere marito prima dei 12 anni) e, nel matrimonio “cum manu”, tutti i beni della sposa finivano nelle mani del marito o del suo pater familias. E la “manus” la si poteva ottenere con una forma di matrimonio simile all’usucapione o ad un vero e proprio acquisto della sposa. Nel II sec. a.C. il matrimonio “cum manu” fu sostituito da quello “sine manu”, antenato della separazione dei beni, che continuava a far rimanere le donne sotto la tutela del padre. Nel caso del matrimonio “cum manu” era possibile il ripudio della donna, anche per futili motivi, dopo che la famiglia del marito avesse giudicato la moglie disattenta nei suoi confronti. Mentre, nel caso del matrimonio “sine manu”, era contemplata la possibilità del “divortium”.

La scelta del matrimonio non spettava ai coniugi ma alle famiglie di origine, che sceglievano, secondo precisi interessi patrimoniali. L’accordo preliminare fra il padre e lo sposo si chiamava “sponsalia”, promessa che precedeva il matrimonio di due anni. Lo “sponsor” era il padre della “sponsa”, che costui sponsorizzava, garantendo i suoi valori morali, la verginità, la dote. La donna poteva essere punita per gravissimi misfatti come quello di bere il vino che, secondo i Romani, aveva la capacità di far abortire e che poteva essere utile a nascondere gravidanze non gradite o ad allentare i freni inibitori, favorendo il tradimento. E, come dimostrò la vicenda di Marzia, moglie di Catone Uticense, che fu data in matrimonio ad Ortensio affinché potesse avere figli, la capacità di procreare rappresentò uno dei principali valori attribuiti alla donna, tanto da prevalere, in determinate circostanze, persino sulle convenzioni morali e sociali dell’epoca.

Adriano Di Gregorio, l’autore di “Le donne nell’antica Roma. La prima emancipazione femminile della storia” (Edizioni Efesto),  si è laureato in Lettere moderne  nel 1994 e in Filosofia, nel 1996, presso l’Università di Catania. Dal 1998 al 2013 ha collaborato con la cattedra universitaria di Storia moderna della Facoltà di Lingue. Fra il 2007 ed il 2013 è stato professore a contratto di “Storia delle esplorazioni e delle scoperte geografiche” e di “Storia del Mediterraneo”. Fra il 2014 ed il 2019 ha pubblicato tre romanzi gialli con protagonista il commissario Battaglia. Nel 2023, è stato pubblicato e tradotto in lingua araba il suo saggio, “La Storia della Sicilia islamica”. Ha collaborato, spesso, con la rivista “Focus” su temi come la Resistenza, il Risorgimento e il conflitto israelo-palestinese. Le sue lezioni su YouTube sono puntualmente seguite da 50mila follower ed un milione di visualizzazioni, ogni anno.

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