Matt Damon è Ulisse, Anne Hathaway è Penelope, Zendaya è Atena: il regista di Oppenheimer porta Omero in IMAX, ma la vera posta in gioco è un’altra

Dopo Oppenheimer, Christopher Nolan non rinuncia ad altre grandi imprese. Ha scelto di fare la cosa più difficile: adattare l’Odissea. Ma a guardarlo bene, il film — arrivato nelle sale italiane il 16 luglio 2026, un giorno prima degli Stati Uniti, con un budget dichiarato di 250 milioni di dollari, la produzione più costosa mai realizzata dal regista britannico — non è tanto un’operazione filologica quanto un ritorno a casa. Non quella di Ulisse: quella di Nolan.
Perché sotto gli esametri e le tempeste, quello che il regista racconta è ancora una volta la sua ossessione di sempre: un uomo che deve fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte. Il senso di colpa, il tempo che non si può riavvolgere, l’impossibilità di tornare davvero al punto di partenza — gli stessi temi che attraversano Memento, Inception, Interstellar, Oppenheimer — trovano nell’Odissea un contenitore quasi naturale. Non a caso Nolan si affida alla traduzione di Emily Wilson come riferimento per i dialoghi, ma se ne allontana ogni volta che la storia richiede una lettura più contemporanea del personaggio.
Ed è qui che il film scopre le carte: l’accuratezza letteraria non è la priorità. Manca, per esempio, uno dei momenti più iconici del poema — l’inganno del “Nessuno” con cui Ulisse acceca Polifemo e sfugge alla sua ira — una scelta che ha fatto discutere e che segnala fin da subito le intenzioni di Nolan: non illustrare Omero, ma usarlo come mezzo per raccontare la storia di un uomo. A restare, invece, è l’umanità dei personaggi, non solo quella di Ulisse. Matt Damon costruisce un eroe severo, testardo, più vicino a un uomo spinto alla disperazione che a un semidio della strategia. Il film dedica spazio anche a chi resta a Itaca: la Penelope di Anne Hathaway non è solo la tessitrice arguta e paziente della tradizione, è anche capace di reggere da sola la pressione dei Proci con la statura di un capo di Stato; il Telemaco di Tom Holland, spogliato dei manierismi da supereroe, restituisce la vulnerabilità di un ragazzo schiacciato dall’ombra di un padre assente — un contrappunto che rende il ritorno a casa tanto importante quanto il viaggio stesso.
Sul fronte del mito, la scelta più interessante riguarda Circe, affidata a Samantha Morton, lontana da ogni cliché da maga seducente: qui la dea è inquieta, quasi severa, e la sequenza in cui trasforma i soldati di Ulisse in maiali punta più sull’inquietudine che sullo spettacolo, coerente con un impianto in cui mostri e prove sovrannaturali vengono letti come proiezioni della mente sconvolta del protagonista piuttosto che come creature “vere”.
Non tutto convince allo stesso modo. Le perplessità maggiori riguardano proprio la resa di alcune figure fantastiche: il Polifemo — un burattino pratico di scala monumentale — ha diviso pubblico e critica, con qualcuno che ne accosta il design a certe scomposizioni del volto di stampo cubista, quasi un omaggio (o un debito) a Picasso, e altri che lo trovano semplicemente fuori tono rispetto al resto del film.
Resta comunque un gesto cinematografico che si farà ricordare: girato in location reali tra Marocco, Grecia, Isole Eolie e Lazio, con effetti pratici e presa diretta, Odissea riporta al grande schermo una fisicità epica che sembrava perduta.
Rosita Laudano