Il mondo giudiziario si confronta sulle ragioni del Si e del No al referendum sul tema della riforma costituzionale della separazione delle carriere, nel dibattito tecnico promosso dagli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta.

La fiducia degli italiani nella magistratura ha conosciuto una significativa flessione negli ultimi anni e non dovuta soltanto alla lentezza dei processi o all’assenza di risorse, ma anche alla memoria di casi di corruzione come il “Palamara- gate” che, nel maggio 2019, a seguito di alcune intercettazioni della Procura di Perugia, generò un’inchiesta sulle nomine “pilotate” dal cosiddetto “sistema delle correnti”, che manipolarono il Consiglio superiore della magistratura, in occasione della nomina del procuratore della Repubblica di Roma. E il referendum sulla giustizia 2026, originariamente previsto per il 22 e 23 marzo, successivamente rimandato a data da destinarsi, a seguito di una richiesta di modifica del quesito referendario provenuto da 5.000 cittadini ed accolta dalla Corte di Cassazione, nasce per prevenire, dal punto di vista costituzionale, quei rischi di degenerazione provenienti dal correntismo proveniente dall’associazionismo giudiziario, caratterizzato dalla presenza di interessi corporativi e da logiche spartitorie nella nomina dei magistrati, negli incarichi direttivi e semi direttivi del CSM. Ma è un referendum che persegue tante altre risposte, per prevenire il possibile carrierismo dei pm. Per realizzare, costituzionalmente, la più assoluta terzietà, imparzialità e serenità nelle decisioni dei giudici e per lavorare sul corretto sviluppo del giusto processo e sui criteri più equi nell’elezione nella composizione dell’autogoverno della magistratura.
Dal riuscito dibattito tecnico ed avulso dalle contaminazioni e strumentalizzazioni politiche nate nell’ultimo periodo, fortemente voluto dall’avv. Massimo Romano, consigliere Regionale del Molise e fondatore di “Costruire Democrazia” e del consigliere comunale di Campobasso, l’avv. Pino Ruta, fondatore del Movimento “Cantiere Civico” e svoltosi sabato 7 febbraio presso la Sala della Costituzione della Provincia, sono scaturiti numerosi e brillanti spunti di riflessione atti a trovare risposte ai temi contenuti nella proposta complessiva, ” a pacchetto”, del nuovo referendum e concentrati sulla opportunità separare le carriere dei giudici (giudicanti) rispetto a quelle dei pubblici ministeri (requirenti), sull’opzione del criterio del sorteggio nella nomina dei componenti togati presenti nei Consigli Superiori delle future magistrature e sulla opportunità di istituire un ulteriore organismo, l’Alta Corte di Disciplina.
Nell’incontro moderato dall’avv. Pino Ruta, che ha consentito agli addetti al settore di acquisire 3 crediti di formazione continua riconosciuti dall’Ordine degli Avvocati di Campobasso e contemporaneamente, aperto al pubblico interessato ad approfondire la conoscenza dei temi sviluppati dai quesiti referendari, sono intervenuti a spiegare le ragioni del SI: l’avv. Antonio Di Pietro, ex pubblico ministero, “simbolo” dell’inchiesta “Mani Pulite” (fra i promotori del Comitato Si Separa della Fondazione Einaudi) e il Giudice Daniele Colucci, Consigliere della Corte di Appello di Napoli e prossimo presidente del Tribunale di Larino. L’equidistanza del convegno è stata garantita dalla concomitante presenza di due autorevoli sostenitori del No al referendum, chiamati ad esprimere le controdeduzioni: il Giudice Roberta d’Onofrio, Consigliera della Corte d’Appello di Roma e l’avv. Giovanni Fiorilli, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Campobasso e Presidente della Sezione molisana dell’Associazione Nazionale Magistrati.
“Nell’interesse di chi viene proposta la riforma?”- gira la domanda ai presenti, Massimo Romano, introducendo il convegno- ” Siamo d’accordo sul fatto che non ci sarà un efficientamento della giustizia perchè, in questo caso, si tratta solo di una riforma della magistratura e di una parte dell’ordinamento giudiziario. Con la nuova proposta di riforma, ci troviamo al di fuori del modello costituzionale nato nel 1948 e del CSM, a favore di un’organizzazione multipolare, per la quale esprimo più di qualche perplessità, rispetto agli effetti futuri che ci saranno. Ma riteniamo, davvero, che sia un’esigenza dell’ordinamento quella di sottrarre il PM dalla medesima carriera, rispetto a quella del giudicante? E’, effettivamente, un’esigenza dell’ordinamento, quella di sottrarre il pubblico ministero dalla medesima carriera rispetto a quella del giudicante? Questa riforma andrebbe calata nel contesto storico e politico nel quale viene partorita. E, da questo punto di vista, esprimo ulteriori preoccupazioni perchè abbiamo assistito già all’abolizione dell’abuso di ufficio ( art. 323), ad una riforma che ha smussato i poteri di controllo della magistratura contabile e abbiamo assistito ad alcune riforme legislative nella contrattualistica pubblica in cui il principio di legalità è stato sostituito da quello del risultato. E c’è, all’orizzonte, un’ulteriore riforma, in cantiere, del potere politico con il premierato. Vedo, in queste riforme, un indebolimento del sistema di controllo degli organi terzi di garanzia, rispetto al potere politico. Ed anche la scelta di istituire un’Alta Corte la ritengo un vulnus, una giurisdizione domestica che indebolisce il meccanismo delle tutele, anzichè implementarlo” – ha spiegato il Consigliere Regionale del Molise.
Per l’avvocato Pino Ruta, la finalità del Convegno promosso, depurato dalle contaminazioni degli schieramenti professionali e dai fronti radicalizzati di alcuni addetti ai lavori, serve a dissipare i dubbi dei cittadini su un tema delicato che mette in discussione uno dei tre poteri dello Stato. ” Le ragioni che spingono le persone a sposare una causa piuttosto dell’altra, non sono sempre coerenti. Sul fronte del No, c’è chi parla di un potenziale indebolimento del potere dei giudici che verrebbero assoggettati al potere politico e chi, invece, ipotizza un rafforzamento della categoria dei pubblici ministeri, che si appiattirebbe sulla polizia giudiziaria” – afferma Pino Ruta – “. Le implicazioni non sempre corrispondono alle motivazioni di chi le pone in essere. E non sempre sono ponderate nella loro tracciabilità. Le alchimie del legislatore a volte vanno in senso diametralmente opposto, rispetto agli obiettivi originari. Noi cittadini avvertiamo la Costituzione come nostra e c’è una reazione non solo politica ma anche emotiva. Speriamo che la sensibilizzazione su questo tema della magistratura possa stimolare una maggiore attenzione politica, in generale. Riguardo ai criteri di scelta nella composizione dei Consigli Superiori della Magistratura” – ha proseguito Pino Ruta, in un momento successivo del convegno- ” vorrei rispondere alle rivendicazioni di quei magistrati che si chiedono perchè non possano scegliersi i loro rappresentanti, rispondendo che, mentre nelle normali associazioni di categoria, l’interesse si esaurisce nel rapporto tra coloro che sono scelti e chi deve scegliere e dunque, eleggere, il sistema della magistratura incide, invece, direttamente sulla vita dei cittadini, rendendo il rapporto trilaterale, perchè il CSM deve rappresentare anche gli interessi dei cittadini” – ha dichiarato Ruta, nel corso dell’incontro, aggiungendo che, rispetto ai maggiori costi paventati dallo sdoppiamento dei CSM ed all’istituzione dell’Alta Corte, la democrazia non dovrebbe rappresentare un costo e che gli organi della magistratura non sono categorie fungibili.
Il giudice Daniele Colucci ha rassicurato sulle conseguenze del referendum che, a prescindere dagli esiti, non dovrebbe mettere in pericolo nè la democrazia, nè l’indipendenza della magistratura, nè il giusto processo:” Oggi, nel sistema attuale, il giudice ha un vincolo particolare con il pm che accusa, perchè quest’ultimo è un collega e come accade, spesso, negli ambienti di lavoro, possono nascere sentimenti di solidarietà o inimicizia che possono condizionare e gettare un’ombra sull’effettiva terzietà del giudice, presupposto dell’art. 111 della Costituzione, aggiornato dal codice Vassalli del 1989 e nel processo accusatorio nel 1999, che prevedono le posizioni di parità dell’accusa e della difesa, davanti al giudice. Oggi non c’è questa parità. E’ ovvio che, a prescindere, dalla comprovata correttezza e professionalità dei magistrati italiani, che è fuori discussione, c’è un problema di contiguità strutturale” – ha dichiarato il giudice Colucci, prossimo presidente del Tribunale di Larino – ” Il giudice non deve soltanto essere ma anche apparire imparziale. Si dice, inoltre, che la separazione già ci sia, perchè sono soltanto 40 i magistrati che passano da un ruolo all’altro. Questo non significa niente. Oggi i pubblici misteri sono miei colleghi, che ho fatto sempre il giudice. La separazione delle funzioni non c’entra nulla con la separazione delle carriere. Si dice, inoltre, che questa riforma rappresenti la premessa per assoggettare il p.m. all’esecutivo. Bisogna capire quale parte della proposta di riforma profili questo pericolo. Il paradosso è che il pericolo c’è, attualmente, con la Costituzione attuale, vigente e non con quella che viene introdotta. Oggi la Costituzione vigente non dice che il p.m. gode di autonomia ed imparzialità. L’art. 107 dell’attuale Costituzione vigente rimanda alla legge sull’ordinamento giudiziario. Se si volesse assoggettare, oggi, un pubblico ministero, basterebbe una legge ordinaria. Il fatto che la carriera sia unica non è di ostacolo a questo assoggettamento all’esecutivo”.
Per quanto riguarda il criterio del sorteggio nella selezione del CSM, e che rappresenta il cuore della riforma, per il giudice Daniele Colucci, Il Consiglio Superiore della Magistratura non è un organo di rappresentanza dei magistrati ma un organo di autogoverno che gestisce le carriere dei magistrati. “Se invece il governo della magistratura fosse delegata al Ministro ci sarebbe una invasione della politica nella sfera della magistratura” – costui ha proseguito – ” Perchè si elegge il CSM attraverso un’elezione? Perchè si attribuisce al CSM un’ impronta politica. Se noi, invece, neghiamo il carattere di organo di rappresentanza e politico al CSM., possiamo utilizzare il criterio del sorteggio, corrispondente a quel principio costituzionale per cui i magistrati sono tutti importanti e qualificati nella stessa misura e senza una gerarchia, ma resi differenti solo dalle specifiche funzioni. Con il sorteggio si possono creare, inoltre, equilibri di rappresentatività, di genere, territoriali o generazionali. La politica, invece, è di per sè rappresentanza, a differenza della magistratura, che, nell’ambito del CSM, non è rappresentanza, ma rappresentatività che può essere assicurata dal sorteggio. Peraltro, in senso assoluto, la competenza dei magistrati non sarebbe assicurata neanche adesso. I consiglieri attuali sono, semplicemente, quelli più votati. E ricordiamo, infine, che nelle elezioni del 2022 il 40% dei magistrati di coloro che votarono, si espresse a favore del sorteggio”.
Il giudice Roberta d’Onofrio, Consigliere della Corte d’Appello di Roma, a favore delle ragioni del NO, ha ricordato che, oggi, il passaggio delle funzioni da giudicante a requirente e viceversa, è possibile una sola volta, nei primi 10 anni ed avviene soltanto nello 0,8% dei casi: ” La colleganza tra giudice e pubblico ministero creerebbe suggestione? Nel senso che il giudicante si fa convincere dalla tesi del PM perchè, nell’ambito della sua formazione, avrebbe partecipato allo stesso concorso? – ” ha preso la parola la Consigliera della Corte d’Appello di Roma – ” Questa asserzione è smentita dai dati numerici, perchè il 48% delle sentenze è di assoluzione. Ciò significa che il 48% dei giudici smentisce la tesi accusatoria dei pubblici ministeri. La parità fra accusa e difesa è sempre esistita ed è assicurata dalle regole del giusto processo. La fase dell’indagine del pubblico ministero è segreta. Dobbiamo consentire al p.m. la segretezza delle indagini. La parità, assicurata dalle norme del giusto processo ( art. 111. della Costituzione) avviene quando c’è l’intervento del difensore, durante il dibattimento. Tant’è che la prova si forma nel contradditorio fra le parti e non unilateralmente. Se un giudice sognasse di utilizzare come elemento di prova, per condannare una persona, una prova utilizzata dal pubblico ministero durante la fase delle indagini, la sentenza in quel punto sarebbe inutilizzabile e, conseguentemente, riformata in secondo grado. Se appartenere allo stesso concorso crea un condizionamento, separiamo, allora, anche i giudici di secondo grado da quelli di primo grado e quelli della Cassazione dai giudici di secondo grado. Invece è preziosa l’unicità nell’appartenere allo stesso ordine e coerente con l’unicità presente nella cultura della giurisdizione. Il pubblico ministero viene a formarsi avendo la stessa mentalità del giudicante e sapendo cosa serve al giudicante per arrivare ad una condanna. Questo è dimostrato dal fatto che, oggi, di fronte ad una prospettazione accusatoria che viene smentita, abbiamo tantissimi PM che chiedono l’archiviazione e l’assoluzione perchè non hanno una posizione preconcetta e perchè c’è una comunanza di formazione con il giudice che è importantissima. Per esempio, Falcone e Borsellino hanno fatto, entrambi, i giudici, prima di fare i pubblici ministeri. Anche loro sono stati frutto di un condizionamento? Considero un arricchimento la partecipazione e provenienza dallo stesso concorso perchè la parità del processo accusatorio è già garantita e la credibilità dipende dalle regole che si applicano, quotidianamente, nel processo”.
C’è un altro rischio introdotto dai cambiamenti anche terminologici introdotti dalla proposta di riforma. E il magistrato D’Onofrio chiede ai presenti. “Si vuole combattere il carrierismo della magistratura o lo si vuole spingere? Con la riforma, avremo un p.m. per carriera che non voglio chiamare l’avvocato dell’accusa, ma che sarà un accusatore per professione che, provenendo da un Concorso diverso, sarà formato diversamente dal giudicante. Il suo obiettivo, probabilmente, non sarà più quello di accertare la verità, ma di ottenere delle sentenze di condanna. Ed il carrierismo sarà ulteriormente esasperato dallo spacchettamento del CSM, perchè ,a differenza degli attuali 5 pubblici ministeri sui 20 membri togati, avremo un CSM fatto, interamente, da pubblici ministeri e ci sarà una spinta al carrierismo in ragione delle condanne. Saranno, inoltre, duplicati se non triplicati, i costi dettati dallo spacchettamento del CSM.E i costi per l’Alta Corte di Giustizia: un ampliamento del potere che sarà completamente autonomo, mentre adesso è bilanciato fra giudicanti e p.m.. Inoltre il magistrato D’Onofrio ha fatto presenti gli ulteriori rischi dettati da una legge che ancora non si attua, che prevede che il Parlamento stabilisca i criteri di priorità delle indagini. E che, con le ristrettezze numeriche dei pubblici ministeri, significherebbe posporre determinate tipologie di reati importanti, a causa dell’assoggettamento al potere dell’Esecutivo. Inoltre, secondo il magistrato D’Onofrio, Il sistema del sorteggio sgretola l’architrave costituzionale del sistema delle garanzie della tutela della magistratura e potrebbe determinare il rischio di “costituzionalizzare” un criterio di irrazionalità che un domani potrebbe essere utilizzato anche per altre scelte più dirette riguardanti la vita dei cittadini: ” Il sorteggio è, per metafora, come un elefante in una cristalleria che, saltellando, devasta tutto, minando un caposaldo della garanzia e dell’indipendenza della magistratura” – ha spiegato.
Per l’avv. Antonio Di Pietro, chi rappresenta le istituzioni, come i magistrati, deve trarre delle valutazioni sulla base del “carta canta”. Verificando e giudicando solo cosa c’è scritto. Se invece parla sulla base del condizionale e delle supposizioni, perde credibilità. Nell’immaginario collettivo, il magistrato ha il dovere di partire da un fatto vero. “Io voto sì ” – ha detto l’ex Magistrato dell’inchiesta “Mani Pulite” – ben sapendo che all’interno di chi ha voluto, questa volta, questa riforma, c’è qualcuno che aspira ad un fine diverso dall’obiettivo di questa riforma. Prima del centrodestra, questa riforma la propose il centrosinistra e il centrodestra gli disse di no. Ma noi dobbiamo uscire fuori dall’idea che proponiamo le riforme, parlando alla pancia, e soltanto “per partito preso”. La riforma della giustizia non c’entra con quella della magistratura. Questa è una riforma costituzionale che gioca sui principi. Quella della giustizia, invece, quando ci sarà, servirà ad abbreviare i tempi del processo e ad avere più certezze dei diritti delle pene. E potremo chiedere la responsabilità del magistrato solo dopo che gli avremo dato 100 fascicoli, anzichè 1.000. Perchè, se fai una cosa non puoi fare l’altra. E’ necessario che le maggioranze di governo si rendano conto che per migliorare i tempi della giustizia,occorrono le risorse e che bisogna moltiplicare le persone impiegate, tutte le strutture e le risorse finanziarie. Voto sì ” – ha proseguito l’avv. Di Pietro – “perchè la ritengo la naturale continuità con quel vento repubblicano che portò alla riforma del 1948, aggiornata nel 1989 dal codice Vassalli e riaggiornata con il giusto processo, che prevede che ognuno faccia il suo mestiere: dove l’accusatore fa l’accusatore. E l’arbitro fa l’arbitro. Il motivo tecnico che mi porta a dire, maggiormente, Si alla proposta referendaria sta nella constatazione che, oggi, soltanto a chiacchiere, c’è la parità tra difesa e accusa. La parità c’è quando sei in dibattimento, ma ci sono due momenti fondamentali nel processo. E attualmente, nel momento delle indagini preliminari, non c’è quel “triangolo isoscele”, rappresentato dall’equidistanza dei tre attori del processo. Nella fase delle indagini preliminari, il giudice per le indagini preliminari e il Pm decidono cose che diventano determinanti quando si va in dibattimento, quando la parità delle parti in causa è determinata dalle carte che hai in mano e che hai già prodotto durante le indagini preliminari. Il fascicolo che arriva durante la fase di dibattimento deve avere la massima trasparenza e deve essere valutato da un pm competente e capace e da un giudice che sia il suo controllore e non il suo collega di formazione. Oggi il pubblico ministero può andare dal giudice per le indagini preliminari a chiedergli una misura cautelare o una qualsiasi altra attività fondamentale, ma quando si va in dibattimento, già si sa chi sono i testimoni dell’uno e dell’altro. E quali sono i documenti a disposizione. Bisogna capire come quei documenti siano stati recepiti e con quali garanzie di terzietà durante la fase preliminare. Devo avere la massima fiducia in quel rapporto tra giudice e p.m. e non posso averla se non si interrompe quel cordone ombelicale tra giudice e pubblico ministero, perchè l’arbitro faccia l’arbitro e il giocatore faccia il giocatore. Dove il pubblico ministero sia indipendente non solo dalla politica, ma anche dal correntismo interno ai suoi organismi di appartenenza. A proposito dell’articolo CSM, lo ha detto per tre volte la Corte Costituzionale, non è un organo di rappresentanza e non è un condominio. E’ un organo di garanzia, che rappresenta i cittadini italiani. E il sorteggio è una realtà che esiste nel nostro ordinamento. Che non rappresenta un’eresia, ma uno dei metodi che può aiutare”.
Per Giovanni Fiorilli, Presidente della sezione molisana dell’Associazione Nazionale Magistrati Molise, che ha regalato, nella circostanza del convegno, all’ex Ministro Di Pietro, il Calendiario dell’ANM dedicato alle donne costituenti, la magistratura non è spaccata ma è compatta sul fronte del NO al referendum. Ed ha invitato il pubblico a comprendere bene le ragioni del Si e del NO al referendum, perchè, questa volta. il quorum non ci sarà:” Non si tratta di un referendum politico, di destra, centro o sinistra ” – ha dichiarato il magistrato molisano ” ma un referendum importante per stabilire la Costituzione che tramanderemo ai nostri figli. Quando nacque la Costituzione, si rivelò un patto che approvarono tutte le forze politiche, accomunate dall’antifascismo. Un patto sociale di ampiezza storica, mai vista prima”. Giovanni Fiorilli ha ricordato, nell’incontro, l’importante ricostituzione dell’ANM, avvenuta nel 1945, dopo la caduta del fascismo, che pose fine alla distinzione tra alta e bassa magistratura che avevano caratterizzato il ventennio precedente. “Le cosiddette correnti diventano patologiche quando diventano centri di potere -” ha dichiarato il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Campobasso – ” e sono corpi intermedi, ovvero delle formazioni in cui si sviluppa la personalità e in cui si esprime la centralità della persona, garantita dall’art. 2 della Costituzione. Il costituente ha inteso dire che la cosa più importante di questa Repubblica sono le persone. Negare spazio alle correnti significa negare spazio alle persone. Quando le correnti sono centri di idee, sono portatrici di interessi. E il CSM fa politica giudiziaria. Compie delle scelte di politica giudiziaria. Scelte che possono corrispondere a diverse visioni all’interno della magistratura. Che non vuol dire che la magistratura sia politicizzata, ma ci sia legittimo che possano esistere differenti modi di vedere la giurisdizione e che possono esprimersi grazie ai gruppi associativi, perchè la persona è al primo posto, nella nostra Costituzione. Il CSM non è un Consiglio di Amministrazione, ma di alta amministrazione, dove le differenti idee devono essere rappresentate allo stesso modo in cui lo fanno i partiti politici. Il principio di rappresentatività vale per la politica, così come vale per il CSM ” – ha proseguito Giovanni Fiorilli -“Non condivido l’idea del sorteggio nella designazione dei componenti del CSM, perchè sorteggiare dei consiglieri significa privarli del rapporto di rappresentatività e perdere il loro senso di responsabilità. Un consigliere eletto per sorteggio come farà a conoscere i singoli territori? Morirà il principio di rappresentatività e il rapporto fiduciario. E il Molise, con i suoi 55 magistrati, sui 10.000 presenti, quante possibilità avrà di poter essere rappresentato da un magistrato molisano? Il criterio del sorteggio farebbe sparire, definitivamente, i magistrati molisani dalla cartina geografica della giustizia e la componente politica potrebbe divorare quella togata, meno compatta e più debole. Mentre una rappresentanza eletta sarebbe, sicuramente, più forte e compatta di una sorteggiata”- ha dichiarato nel dibattito, seguito da un pubblico particolarmente attento, che ha registrato gli interventi del Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Luigi Cuomo; quelli dei portavoci dei Comitati del NO, come il prof. Giuseppe Iglieri dell’Unimol; quelli del Consigliere Regionale del Molise, Andrea Greco e del saggista Vinicio D’Ambrosio.















