La ferita di una figlia adottiva raccontata da Letizia Jacqueline De Cola, nel suo libro-confessione “La voce del sangue”, nell’incontro con Rita Frattolillo e Antonella Petrella

“L’adozione è sempre un trauma e, anche da adulti, viene vissuto come un abbandono, nonostante ci venga presentato come il privilegio di chi è stato scelto e desiderato”- a dichiararlo è una figlia adottiva, la prof.ssa Letizia Jacqueline de Cola, intervenuta all’evento di presentazione del suo libro: “La voce del sangue” (Editrice Lampo, 2024), svoltosi, domenica 27 settembre, nell’Auditorium ” Libero Altobello” di Oratino e moderato dalla giornalista Rita Frattolillo, in compagnia della psicologa e psicoterapeuta Antonella Petrella. La vita raccontata nel libro-confessione da Letizia Jacqueline De Cola, è la storia del dramma di un abbandono cominciato, nel momento della nascita e proseguito a 15 anni, quando “Titta” diventa Letizia, trasformando, da un giorno all’altro, la propria adolescenza, nella dimensione di una figlia “genitoriale”, a seguito della dipartita improvvisa del papà, Enrico De Cola, avvenuta a 44 anni e della morte simbolica della madre, Pina Fusco (nel romanzo ribattezzata “Tina Rusco”), dovuta all’assenza di un ruolo tradizionale mai esattamente interpretato, nonché conseguente ad un dolore che trasformerà quel lutto in una profonda depressione. L’abbandono subìto da Letizia, ridiventerà ferita aperta in età matura, quando, durante la fase terminale della malattia della madre, scoprirà di non essere stata mai abbastanza amata, tanto quanto il cugino Giordano, figlio di Paolo, uno zio morto prematuramente, sul quale la madre nutre le aspettative di prosecuzione della continuità del dna familiare. “Tu non sei mia figlia!! Vattene! Questa non è casa tua!”, saranno alcune delle parole devastanti che “Tina Rusco” rivolgerà a Letizia, nei giorni deliranti della malattia, mentre le lancia addosso pentole e coltelli, che squarceranno il cuore della figlia, dimostrando che non era vera l’asserzione per cui la voce del cuore sia superiore a quella del sangue, come la madre aveva scritto, nel 2007, nel romanzo autobiografico ” Un corvo nel cuore”: dichiarazione d’amore rinnegata negli ultimi giorni della malattia, che ha ispirato il titolo del nuovo romanzo della professoressa Letizia Jacqueline de Cola, docente, laureata all’ISEF, in Scienze Motorie: particolarmente impegnata, nel passato, nel mondo della scuola, sui temi dell’inclusione e del bullismo.
Letizia Jacqueline è la figlia di Maria Giuseppina Fusco (1941), nota e compianta insegnante di lettere e latino, all’Istituto Magistrale “Principessa Elena” e sl Liceo Scientifico “A. Romita” di Campobasso, di cui fu anche Preside negli anni ’90. Fu Consigliera Comunale a Campobasso, per il PCI nel 1985. Nipote del medico e poeta molisano Domenico Sassi e sorella del compianto Monsignor Vittorio Fusco, eminente biblista, conoscitore di 6 lingue e nominato Vescovo di Nardò-Gallipoli, nel 1995, da Giovanni Paolo II, nel 1995.
Veloci, intense, dal linguaggio vero, spregiudicato e spietatamente sincero, le 102 pagine del libro “La voce del sangue” rappresentano la confessione lucida di un vissuto e una testimonianza cruda sul tema dell’adozione e sulle conseguenze, più o meno devastanti, che comportano nella vita di una donna, quando alcune ferite, come la dipartita prematura di un padre e l’assenza del ruolo tradizionale di una madre, fanno venir meno le classiche figure genitoriali.
La giornalista Rita Frattolillo che fu, a suo tempo, collega della madre di Letizia e promotrice del rilancio divulgativo del libro, già pubblicato nel 2024, ne ha apprezzato il linguaggio crudo, la grande capacità introspettiva unita ad una forte autoanalisi molto raziocinante, capaci di non far sconti a nessuno e di rifuggire dal trasmettere un’immagine familiare, inutilmente, edulcorata, attraverso una scrittura coinvolgente, dalla tensione continua. La Frattolillo ha introdotto il romanzo, nel corso dell’evento, partendo da quando Letizia, la bambina adottata, arrivò ad appena 3 mesi, a Campobasso, per vivere un’infanzia felicissima, all’interno di una famiglia felice, dove era chiamata “Titta” e trattata come una principessa, adorata, in modo particolare, dal padre Enrico, con il quale condivideva ogni divertimento e scoperta. Finche, all’età di 15 anni, finisce la felicità, a seguito del trauma del distacco del padre, dovuta ad una morte accidentale ed imprevista, a causa di un incidente stradale, di ritorno, da Isernia, avvenuto il 18 Dicembre del 1984, dopo che costui aveva assistito alla morte del padre Antonio, a Cerro al Volturno. La notizia, comunicata in ospedale, sconvolgerà la vita di Letizia e della madre che, da un certo punto di vista, “scomparirà”, anch’essa, colta dalla depressione, dal ruolo tradizionale di madre dalla vita di Letizia, non avendo trovato il coraggio e l’amore nel condividere il lutto con la figlia, che, a sua volta, si sentirà sola ed esclusa. Dopo qualche giorno, Letizia tornerà a scuola, nella freddezza di un ambiente poco avvezzo a consolarla. Ecco che Letizia, diventa figlia genitoriale, comincia ad accudire la madre depressa, controllandone, la notte, il respiro e l’uso dei medicinali e apparecchiando la tavola, al ritorno da scuola, facendosi carico delle faccende domestiche di casa, come se non fosse successo nulla, per preservare la routine esterna, fino a sviluppare un’ossessione patologica e compulsiva per l’ordine e la pulizia che, come ha spiegato nel corso dell’incontro, la psicologa cognitiva Antonella Petrella, servirà ad arginare quel caos in cui si può precipitare, all’improvviso, quando viene meno quella vita schematica caratterizzata dalla presenza di un padre accudente e una madre accudente (un meccanismo di difesa individuato dalla psicoanalisi freudiana) e che avviene quando, dentro di noi, percepiamo sporcizia e disordine e cerchiamo di ripristinare l’ordine e la pulizia nell’ambiente esterno.
Ma il momento tragico, per Letizia, che ha iniziato a scrivere il libro non per gli altri, ma per sé (“perché, il dolore va raccontato, altrimenti non passa!” ha affermato, nel corso del convegno di Oratino) arriva quando diviene madre di Vittoria, dopo una gravidanza che non aveva vissuto con il consueto e fiducioso attaccamento di una madre qualsiasi, a causa dell’esperienza di tre aborti e di altri interventi chirurgici, precedentemente, vissuti e che le farà scoprire di non avere accanto l’attaccamento di una madre tradizionale che viene ad aiutarti per far fare il bagnetto o per mettere il pannolino alla bimba, come accade ad altre nonne, constatando l’assenza di una madre, incapace di giocare con la nipote e completamente assorbita dalla professione.
“Quando si diventa madri, si tende, spesso, a ricalcare il ruolo della propria madre”. Lo ha ricordato Letizia, che ha, scientemente, scelto di interrompere il modello trasmessole dalla madre e lo ha confermato la psicologa e psicoterapeuta Antonella Petrella, intervenuta al convegno, citando la teoria dell’attaccamento di John Bowlby per cui le esperienze precoci con le figure che ci accudiscono, contribuiscono a formare i modelli operativi interni dai quali sarà influenzata la persona, quando diventerà, a sua volta, genitore. E nonna Rosina, insegnante di Lettere a San Martino in Pensilis, che probabilmente aveva difficoltà a crescere 5 figli, avrà trasmesso, probabilmente, alla figlia, il proprio modo di essere “madre”. ” La teoria dell’attaccamento si trasmette, di generazione in generazione” – ha dichiarato Antonella Petrella, rivolgendosi alla scrittrice De Cola -” e ognuno dà quello che può e che possiede. Tua madre non aveva abbastanza da darti perché, alla base, non l’aveva ricevuto. Si tratta di un attaccamento evitante: quello in cui la componente affettiva ed emotiva è scarsa, mentre è molto presente, nel rapporto con i figli, l’aspetto materiale. E che lei avrà ricevuto da tua nonna, per trasmetterlo a te. Spesso, siamo capaci di amore e vorremmo che gli altri ci amassero così come facciamo noi” – ha proseguito -“ma vengono meno la capacità di comprendere, accettare, perdonare: lacune che a noi psicologi capita di curare, nelle terapie post partum, perché il paziente impari ad accettare l’incapacità della persona”. E la psicologa cita il libro di Gary Chapman, lo scrittore statunitense autore del libro “The 5 Love Languages (i 5 linguaggi dell’amore)”, facendo l’esempio del modo incomprensibile con cui un giapponese può esprimere l’affetto nei confronti di un partner che conosce soltanto l’italiano, dalla lingua e cultura diverse. Gary Chapman è un consulente matrimoniale che sostiene che due persone possono amarsi sinceramente e, tuttavia, una delle due può non sentirsi amata, perché ciascuna tenderà ad esprimere e a percepire l’amore attraverso modalità differenti (attraverso parole di affermazione; tempo di qualità; il donare; gli atti concreti di servizio come prendersi cura dell’altro e il contatto fisico).
“Ma come si viene fuori da questa rabbia e mancanza di amore percepita?” – ha proseguito la psicoterapeuta cognitivo-interpersonale Antonella Petrella – “Comprendendo che ciascuno ha la sua storia e parla una lingua specifica. Se io capisco la lingua dell’altro posso fare pace. Il dolore che, a volte, si subìsce, non è colpa di qualcuno, ma delle circostanze che ci hanno portato a vivere quella situazione” e commenta il libro “La voce del sangue”, da lei ritenuto di non facile lettura, ricordando il valore dell’autenticità che consente alla testimonianza di Letizia Jacqueline De Cola di toccare subito la sfera emotiva, come un pugno, mantenendo, sempre, viva l’attenzione del lettore. “Quando si è autentici si attiva l’empatìa e la parola si sente. Rimane viva e fa venire voglia di leggere più volte. Letizia ha chiuso un cerchio, raccontando e approfondendo la sua esperienza, invitandoci a chiudere anche il nostro cerchio personale”.
Alla morte del padre, segue il dolore più grande di Letizia, rappresentato dalla morte “simbolica” di una madre depressa, con aspirazioni al suicidio e che lei provvederà, costantemente, a sorvegliare, mentre costei trascorre le notti in vestaglia, camminando avanti e indietro, nel buio del corridoio, alternando momenti di pianto a colpi di tosse. Nel frattempo, grazie ad internet ed ai social, Letizia ha la possibilità di riconoscere sia la madre biologica, una donna settantenne, poco istruita e afflitta da problemi di depressione, che il fratello Peppino, nato dalla stessa madre, ma da un padre diverso e che oggi vive a Brescia.
Rita Frattolillo ha portato alla luce alcune fasi della giovinezza raccontate da Letizia De Cola nel libro, come il periodo degli studi trascorsi a Cassino, per laurearsi in Scienze Motorie, all’ISEF: una scelta in contrasto con la tradizione di famiglia, per la quale la madre avrebbe preferito una laurea in materie letterarie e che avviene per fare un dispetto alla madre, oltrechè per soddisfare un percorso di studi di educazione fisica, caratterizzato, sempre, da quando era studente, da gratificanti esperienze.
Ma a Cassino, Letizia si troverà ad essere fagocitata in un ambiente sconosciuto, dove a causa della sua disperata ricerca di amore e di affetto, si troverà ad iniziare male la propria vita sentimentale, a causa dell’inesperienza e di incontri sbagliati. La psicologa Petrella ha ricordato come lo psichiatra britannico John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, sostenesse che si è fortunati, come Letizia, se si è adottati entro i primi 6 mesi di vita, perché, quando i tempi di adozione cominciano dopo i 2 anni di vita, si hanno maggiori difficoltà a stringere legami di attaccamento. Drammatica è stata la perdita dei punti di riferimento e, dunque, l’abbandono vissuto da Letizia Jacqueline ad appena 15 anni. Perché l’abbandono non viene dimenticato, già a partire da quando il bambino è nella pancia della madre, dal momento che la memoria individuale registra tutto. E il primo abbandono avviene, già, al momento al momento della nascita. Poi ci sono gli abbandoni dovuti alle perdite fisiche ed emotive. E questi abbandoni finiscono per accumularsi, nel corso della vita, facendo maturare la cosiddetta “cognizione interna”, che consiste in una frase antipatica che ripetiamo a noi stessi e che ci guida: ” io non sono adeguato”. “Forse non sono abbastanza”. “Non vado bene” e che accompagnano ognuno di noi. “Ma l’accontentare gli altri significa non rispettare sé stessi e l’essere umano ha più bisogno di amore che di cibo, ci spiega John Bowlby” ha proseguito Antonella Petrella, spiegando che il nostro bisogno primario è quello di essere amati, sapendo che quella “voce del cuore” che ha innescato i dubbi di Letizia, inducendola a scrivere, non è poi tanto meno importante di quella del “sangue”.
L’incontro che ha riproposto all’attenzione del pubblico il libro “La voce del sangue”, è stato patrocinato dal Comune di Oratino e promosso dall’Associazione Culturale “Arturo Giovannitti”, presieduta da Luca Fatica, nell’ambito di una rassegna di incontri mirati alla valorizzazione della cultura del luogo e che proseguiranno nei prossimi mesi, probabilmente, già a partire, dal prossimo autunno, con un libro di Tiziana Antonelli sul tema delle dipendenze patologiche.



















