“Può il patrimonio di un territorio fermare lo spopolamento?”

Al Convegno SIMBDEA di Pescara, Letizia Bindi e Michela Buonvino mettono a confronto patrimonializzazione, rigenerazione e possibilità di tornare ad abitare i territori

“Il patrimonio come categoria progettuale. Etnografie critiche dei dispositivi di patrimonializzazione nelle aree interne” è stato il titolo del panel promosso dalle antropologhe dell’Unimol, Letizia Bindi e Michela Buonvino, nella Sala Risorgimento del Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, nel corso dei due slot svolti, nella mattina e nel pomeriggio del 17 settembre, all’interno del Convegno Nazionale SIMBDEA 2026. 

Nelle aree interne, il patrimonio di un territorio viene utilizzato per costruire strategie di sviluppo, attrarre turismo, ottenere finanziamenti, contrastare lo spopolamento, rafforzare l’identità territoriale. E la patrimonializzazione non significa semplicemente conservare qualcosa di antico, ma rappresenta quella selezione e trasformazione compiuta da una comunità, quando attribuisce un particolare valore culturale ad una tradizione, un sapere, un paesaggio, un prodotto, una pratica. Ma il patrimonio va guardato in maniera critica, perché non è detto che faccia, sempre, bene al territorio. C’è il rischio dell’essenzializzazione: ovvero il rischio che l’immagine pubblica di un paese si limiti ad un formaggio tradizionale, a una festa, a un antico mestiere, che sono concetti interessanti dal punto di vista turistico, ma che possono diventare stereotipi limitanti per l’immagine di un territorio, se non ne raccontano tutta la complessità. Ecco che intervengono, in maniera critica, gli antropologi a selezionare ciò che serve davvero alla vita del territorio di un’area interna, quando si decide di trasformarlo in patrimonio.

I dispositivi di patrimonializzazione del territorio indicati nel titolo del panel delle antropologhe Unimol rappresentano gli strumenti, le procedure e le regole che concorrono a valorizzare tutto ciò che viene riconosciuto come il patrimonio di un territorio, come, ad esempio, le feste, i riti, i dialetti, il paesaggio, le memorie, le tecniche artigianali. Possono essere, quindi, considerati “dispositivi”, ad esempio: i bandi pubblici e i finanziamenti, i musei, i festival, i riconoscimenti Unesco. I progetti di rigenerazione. Le narrazioni utilizzate per valorizzare un borgo. E il patrimonio inteso come categoria progettuale, che sta ispirando le riflessioni di Michela Buonvino e Letizia Bindi, intente a divulgare gli esiti di alcune ricerche, in un volume di prossima pubblicazione, rappresenta la ricchezza di una risorsa che non va intesa soltanto come una memoria da custodire, ma come la ricetta di un territorio intento a immaginare, progettare e a trasformare il suo futuro.

Il panel svoltosi nella “Sala Risorgimento” del Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, è stato preceduto dall’introduzione teorica di Fabio Dei, professore associato di Antropologia culturale all’Università di Pisa, che ha parlato dei rischi potenziali che, criticamente, l’antropologia coglie, durante il processo di patrimonializzazione di un territorio e del suo folklore, come quelle idee essenzialistiche, neo-romantiche e fortemente identitarie che potrebbero evolvere, in alcuni casi, in forme di cultura anti-illuminista,  identitario-nazionalista e fascista. Per esempio, nel suo libro “Integral Europe: Fast Capitalism, Multiculturalism, Neofascism” (2000), l’antropologo statunitense Douglas R. Holmes definì “integralismo”, quella sensibilità culturale e politica che attribuiva grande importanza alla tradizione, all’appartenenza etnica e territoriale, alla religione, alle pratiche locali che nella forma più benigna, apparirebbero innocue, consentendo alle persone di conservare identità e solidarietà in una società pluralistica,  ma che, una volta essenzializzate e radicalizzate dal punto di vista politico, diventano cultura unica e immutabile capace di contrapporre un popolo ad un altro, tracciando una separazione tra “noi” e “gli altri”, per sfociare nel razzismo, nel nazionalismo culturale e nelle politiche di esclusione. L’antropologo Fabio Dei ricorda il pensiero di Holmes, rivelando che una tradizione locale non diventa fascista perché viene valorizzata, ma se si trasforma nell’essenza autentica ed incontaminata di un popolo, per tracciare confini politici e sociali. E fa l’esempio di un piccolo museo locale che potrebbe, per esempio, nascondere le basi di un forte identitarismo fascista: “idea che fraintenderebbe completamente” – ha affermato l’antropologo Fabio Dei -“i modi con  i quali la grande tradizione antropologica ha, sempre, valorizzato le tradizioni delle culture locali”. 

“Ma se la patrimonializzazione rappresenta un processo della società civile, che nasce come emancipazione dal basso,  non dovrebbe essere studiata come se fosse un’imposizione dall’alto di uno Stato nazione” ha proseguito Fabio Dei nel corso del Convegno SIMBDEA, introducendo una riflessione sul significato del concetto di società civile, enunciando le citazioni di alcuni pensatori dell’Antropologia contemporanea, come quella del pugliese Berardino Palumbo, autore della “Rivista di Antropologia contemporanea” 2/2025 (l’antropologia e la cultura di destra)  che nega che la società civile sia per natura progressista, potendo riprodurre rapporti di potere e interessi particolari. Mentre Jean e John Comaroff, ricercatori nell’Africa australe, studiosi di colonialismo e neoliberismo, criticano la “società civile transnazionale”, intesa come insieme di organizzazioni non governative che si sono rivelate parassitarie rispetto alle politica dell’Onu e della Banca Mondiale, svolgendo un ruolo contraddittorio ed ambiguo nei confronti dello sviluppo economico dei Paesi in via di sviluppo, in un mondo dove, contemporaneamente  a un’ideale globale di società civile, aumentano fenomeni di conflitto, disuguaglianza e insicurezza. Jean e John Comaroff chiamano la società civile, in maniera ironica, come l’ultima definitiva pallottola magica nel grande sistema neoliberista contemporaneo. 

“Ma la società civile è qualcosa di separato dallo Stato o è una sua emanazione?” – ha continuato a chiedersi l’antropologo Fabio Dei, precedendo i lavori del panel di Bindi e Buonvino: “Quando parliamo di patrimonio, mettiamo sempre in mezzo la società civile, considerandola come qualcosa di distinto rispetto allo Stato ed alle istituzioni, mentre l’antropologia critica sostiene che non possa esistere una società civile separata dalle istituzioni” – ha proseguito -“Anche Antonio Gramsci e Norberto Bobbio animarono il dibattito sull’ importanza della società civile, interpretandola in maniera diversa. Per Gramsci la società civile è il luogo dell’egemonia, il terreno dove si praticano le pratiche di egemonia che rimandano allo Stato ma che dallo Stato sono, in qualche modo, controllate e che coinvolgono la scuola, la chiesa, i sindacati, le associazioni, i giornali, le organizzazioni culturali (perfino il liberismo necessitava di decisioni legislative e coercitive dello Stato, secondo l’idea di Gramsci)”. Mentre Norberto Bobbio sintetizzò la differenza fra le concezioni di Marx e di Gramsci, affermando che la società civile di Marx era rappresentata dagli interessi materiali e i rapporti di classe, mentre la società civile di Gramsci diventa il terreno culturale, ideologico e politico sul quale veniva conquistato il consenso e costruita l’egemonia. L’altro problema trattato da Dei è stata la critica rivolta alle indagini antropologiche sul patrimonio, deboli dal punto di vista etnografico e metodologico, con ricerche fatte in superficie, senza continuità, senza la profondità di osservazioni dettagliate del territorio e di relazioni fatte con gli informatori.

Su questa analisi di Fabio Dei, non sono mancate le osservazioni di Michela Buonvino che ha posto il problema metodologico della difficoltà delle ricerche sul campo, mentre la professoressa Letizia Bindi è intervenuta sul tema finanziario dei processi di patrimonializzazione, rivendicando il fatto che Il ragionamento sui processi patrimoniali dei territori e sulla loro ingegnerizzazione dovrebbe superare la dimensione nazionale per partire da valutazioni di carattere continentale, traendo esempio dalla ricaduta esercitata dagli interventi sui patrimoni, ottenuti grazie al PNRR.

Ricco di spunti di riflessione il successivo confronto fra le antropologhe, nel quale sono emersi il valore della progettazione come categoria. Il concetto della performatività dei progetti, per la capacità di produrre effetti sociali come l’identità, l’appartenenza, il riconoscimento, la reputazione territoriale. Il valore della scalabilità di progetti, in grado di essere ampliati e replicati in altri contesti, magari anche ad altri comuni e territori più vasti senza dover essere ripensati  da zero. E la rivelazione del settore della cultura rivelatosi come la cosa più semplice da mettere in campo nei progetti, fattore propulsivo della rigenerazione di un territorio e potenziale “foglia di fico” in grado di nascondere fallimenti e fragilità. 

La prima sessione del panel, del 17 settembre , ha registrato le testimonianze di due ricercatrici su alcuni progetti vincitori di bandi utili alla patrimonializzazione delle aree interne italiane. Giulia De Mara, laureatasi all’Università degli Studi Bicocca di Milano  e dottoranda nell’Università di Trento, su temi di innovazione socioculturali, ha condotto una ricerca etnografica sulle politiche di sviluppo patrimoniale, come dispositivo di governance nella Valle del Pardu, area interna presente nella Sardegna centro- orientale, dove ci sono i tipici rilievi calcareo-dolomitici chiamati Tacchi d’Ogliastra e i comuni di Jerzu, Gairo, Osini e Ulassai, paese, quest’ultimo, caratterizzato dalla marginalità geografica e socio-economica, dove una delle più importanti artiste italiane del Novecento, Maria Lai (1919- 2013), costruì legami indissolubili fra arte, comunità, memoria e territorio, partendo dalle memorie e dalle leggende, utilizzando materiali e gesti apparentemente semplici come fili, stoffe, telai, pane, libri cuciti, mappe e scrittura. L’opera più celebre di Maria Lai fu “Legarsi alla montagna”, del 1981, per la quale coinvolse l’intero paese, facendo passare un lungo nastro azzurro fra le abitazioni e verso la montagna (esperienza pionieristica dell’arte relazionale e partecipativa). Giulia De Mara ha effettuato 36 interviste ai sindaci, nel corso di sei mesi, agli operatori del museo, al personale del progetto “Borghi”, al Gal Ogliastra, alla ProLoco, agli abitanti dei diversi comuni, sui temi del rapporto con il luogo, sulla percezioni dei cambiamenti e sul futuro del paese, raccogliendo importanti testimonianze dai residenti che hanno fatto emergere la differenza tra Ulassai e gli altri quattro paesi limitrofi, “left behind places” (luoghi lasciati indietro) e la depressione collettiva di queste comunità circostanti, poco proattive. Esperienze come il turismo di arrampicata, la presenza del parco eolico e quella di un museo fondato da Maria Lai hanno contribuito al riscatto di una periferia e sono entrate nella narrazione e nella trasformazione economica, paesaggistica e culturale di Ulassai, per il quale l’eredità artistica di Maria Lai è divenuta, nel tempo, una delle principali risorse di patrimonializzazione, rigenerazione e di successiva “borghizzazione”  (termine che indica il processo idealizzante di sviluppo dell’attrattività di un borgo, spostando la fragilità del dato economico e demografico, attraverso una nuova narrazione e legittimazione dall’esterno). 

L’intervento di Giulia De Mara è stato seguito dalla testimonianza della ricercatrice Irene Fratton che, insieme a Claudia Mascheroni, ha curato il progetto: “Costruire il borgo, negoziare la cultura. Il caso di Palù del Fersina tra politiche di rigenerazione e rappresentazione della minoranza mòchena” dove l’elemento “attrattore”, per usare un termine caro all’antropologa Letizia Bindi, è stato costituito dal confronto con il radicato senso di appartenenza alle tradizioni, di una comunità bavarese, presente in Trentino fin dal 1200, da scoprire, a fini turistici, attraverso una rinnovata strategia di comunicazione Social, volta a conoscerne la cultura e a incrementare il turismo lento nell’area, che ha richiesto tutta l’ardua capacità di mediazione di Irene e Claudia, a partire dal reperimento delle dichiarazioni liberatorie, ai comportamenti pressanti di influencer e reporter, fino  ai rischi di overtourism nella Valle del Fersina, non particolarmente ricca di strutture ricettive, per trasformare l’eredità culturale di una comunità bavarese, in un felice processo di patrimonializzazione del territorio.

Resta, alla fine, una domanda sul futuro di questi territori: i bandi possono recuperare i luoghi, valorizzare patrimoni e generare nuove opportunità, ma potranno contrastare lo spopolamento delle aree interne?

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