L’impegno culturale di Fernanda Pugliese, a Montecilfone, grazie al Centro Studi sulla Diversità Linguistica e alla Rivista Kamastra

Fra le risorse del patrimonio culturale del Molise ci sono quelle costituite dalla presenza di alcune minoranze linguistiche, presenti nei paesi delle comunità arbëreshë di Campomarino, Montecilfone, Portocannone, Ururi e in quelle croate di San Felice del Molise, Acquaviva Collecroce e Montemitro. Minoranze tutelate in Italia, grazie all’art. 6 della Costituzione, che riconosce l’importanza della tutela delle lingue e culture diverse dall’italiano per salvaguardare l’identità di questi gruppi e promuovere la diversità culturale del Paese. C’è, inoltre, la legge italiana 482 del 1999 che riconosce l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica, promuovendo la valorizzazione delle lingue e delle culture delle minoranze storiche, intervenendo in settori come l’educazione, la pubblica amministrazione e i mass media. ” Poi ci sono le leggi emanate sia dalle regioni a statuto autonomo che a statuto ordinario, come la legge 15 del 1996 del Molise, che ha anticipato quella nazionale e l’art. 4 dello Statuto della Regione Molise” – ha dichiarato l’insegnante e giornalista Fernanda Pugliese, fondatrice della rivista Kamastra, nata un trentennio fa, dapprima pubblicata, per 12 anni, nella veste di periodico bimestrale ed oggi pubblicata on line, con periodicità annuale, per occuparsi in maniera prioritaria della cultura arbëreshë, nell’ambito delle attività curate dal Centro Studi sulla Diversità Linguistica – Lingue del Mediterraneo (oggi diretto dalla figlia, l’avv. Maria Rosaria D’Angelo), presente con una sede a Montecilfone, in provincia di Campobasso. “Oggi ci sono più di 50 comunità di origine arbëreshë in Italia, nelle regioni del Molise, Abruzzo, Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia” – ha ricordato Fernanda Pugliese che, in famiglia, continua a parlare la lingua originaria, cercando di tramandarla ai figli Carlo e Maria Rosaria e, in parte, ai nipoti – “un tempo le comunità presenti in Italia erano più di 80. Ma la lingua è, oggi, a rischio di estinzione, come tante lingue minori. La protezione legislativa esiste, ma non viene applicata”.
Il Centro Studi fondato da Fernanda Pugliese e diretto dalla figlia Maria Rosaria D’Angelo, insegnante di lingua inglese, oggi coordina una serie di 9 sportelli linguistici, presenti negli 8 Comuni molisani caratterizzati dalla presenza delle comunità albanofone (Campomarino, Portocannone, Ururi e Montecilfone), nei Comuni delle comunità croate (Acquaviva Collecroce, San Felice e Montemitro), e in Abruzzo, a Villa Badessa, nati con lo scopo di facilitare le relazioni con la pubblica amministrazione. Inoltre, il Centro Studi promuove corsi di formazione rivolti a circa 80 iscritti, molti dei quali presenti all’estero, e che vengono, opportunamente, istruiti e raggiunti anche grazie anche ai filmati realizzati dalla giornalista Rossella De Rosa.
La professoressa Fernanda Pugliese, laureata in Pedagogia a Bari, ha insegnato Lettere a Bari, Milano, all’Istituto “Giovanni Boccardi” di Termoli e per un decennio, nell’Istituto Magistrale di Guglionesi. Nella veste di giornalista, oltre ad aver fondato la rivista “Kamastra”, è stata redattrice del quotidiano ” Il Tempo” e cofondatrice, con i giornalisti Carlo Sardelli e Titta Sassani, del quotidiano “Nuovo Molise”. Fra i libri scritti da Fernanda Pugliese, ci sono: la raccolta di racconti “Ripeti con me”; la collana Genti, popoli e terre del Molise, curata in collaborazione con il prof. Onorato Bucci dell’Unimol; il “Vocabolario polinomico e sociale italiano – croato” e il “Vocabolario polinomico e sociale italiano – arbëreshë”, curati in collaborazione con il linguista Giovanni Agresti. Il libro “Canzon vattene dritto a quella donna”, comprendente un’analisi critica dell’Opera di Dante Alighieri. Ed il romanzo d’amore “Io non ti amo”, che parla di amori non corrisposti, non solo coniugati e fisici, ma anche quelli di storie difficili di donne, come le famose vedove bianche rimaste nelle case, abbandonate dai mariti emigrati e che non potevano risposarsi, a causa del vincolo del matrimonio: una piaga sociale che caratterizzò gli anni ’50 e la seconda metà del secolo scorso. Fernanda Pugliese ha inoltre ideato e promosso nell’arco di 5 edizioni, prima del periodo della pandemia da Covid-19, il Premio Letterario Nazionale ” Amore mio Ricorda”, con un titolo ispirato dall’opera Amleto di Shakespeare e dedicato al compianto marito, Vincenzo D’Angelo, medico nato a Bari, ma originario di Isernia e, qualche decennio fa, primario nell’ospedale “G. Vietri” di Larino.
Abbiamo chiesto a Fernanda Pugliese di ricordarci le origini storiche dell’approdo in Italia delle comunità arbëreshë, discendenti degli albanesi fuggiti in Italia fra il Quattrocento e il Cinquecento.
“I primi passaggi in Italia scaturirono dall’arrivo dei soldati, venuti con le loro famiglie, al seguito di Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe internazionale che difese il Cristianesimo dalla invasione dei turchi ottomani e che fu chiamato dall’alleato Alfonso D’Aragona, Re di Napoli, all’epoca, in contesa con gli Angioini, per portare aiuti militari e difendere il feudo dal Regno di Napoli. Scanderbeg ebbe diversi riconoscimenti da parte di Ferdinando e Alfonso D’Aragona, ricevendo, in dotazione, feudi in Calabria e in Puglia. Ma le migrazioni avvennero ancora prima. Nella seconda metà del 1200. E sono il frutto di legami storici antichissimi, come quando Elena, divenne sposa di Manfredi di Sicilia, figlio di Federico II. L’avanzata più massiccia avvenne, comunque, con l’invasione dei turchi ottomani in Albania, nel XV secolo”.
Quanto è antica la lingua arbëreshë e quali sono le sue caratteristiche rispetto all’albanese moderno?
“Come ho sempre detto agli alunni e a chi mi ha fatto questa domanda, ho posto il paragone fra la lingua parlata e scritta da Dante Alighieri rispetto a quella italiana di oggi. Rimangono l’alfabeto e le radici delle parole che ancora oggi sono in Albania, anche se c’è stata un’ evoluzione. L’arbëreshë ha un peso storico straordinario e può essere associata al valore delle lingue preitaliche e a quelle indoeuropee, nate nella notte dei tempi. La storia dell’umanità può essere raccontata grazie alle testimonianze archeologiche ed alla comprensione di quelle lingue”.
Quali tradizioni e riti arbereshe resistono, ancora, nella vita quotidiana?
“Gran parte dei riti e delle tradizioni non si sono conservate, perché, quando i popoli si trasferiscono altrove, si integrano nei territori dove vanno. E perché le chiese sono andate distrutte. Abbiamo, inoltre, perso il rito greco-bizantino degli arbëreshë delle prime generazioni, nel 1696, con il Sinodo di Benevento, perché la Chiesa Cattolica decise di assorbire anche le chiese e i rituali bizantini. Per esempio, esisteva un modo di dire riguardante il rito del matrimonio che era quello di “mettere corona”, perché l’incoronazione degli sposi rappresentava l’atto che suggellava un matrimonio, con il passaggio della patria potestà da un padre di famiglia a una nuova famiglia che veniva a crearsi, di cui non vi è più traccia. Ed abbiamo, in Molise, un’ unica testimonianza fra le chiese: quella greca di Santa Croce di Magliano, che prima si chiamava Santa Croce dei Greci, perché riconosciuta come comunità greca. Tra gli artisti, inoltre, a Guglionesi, tra il 1507 e il 1508 ci fu un grandissimo pittore che chiamavano Michele il Greco, da Valona che realizzò dei trittici favolosi, che rappresentano opere d’arte che sono testimonianze di quei passaggi storici, così come lo sono le tradizioni agresti dei Carri e le chiese collegate a San Giorgio, adorato anche nella chiesa cattolica orientale”.
Qual è stato il ruolo tradizionale della donna nella cultura arbëreshë?
“La donna ha tramandato tanta tradizione e cultura ai figli e alle generazioni successive. E ci sono state, soprattutto, donne capaci di assumere, a pieno titolo, anche il ruolo maschile, per compensare o sostituire l’assenza dell’autorità maschile: le cosiddette Burrnesh (termine derivante da burre, che significa uomo). E donne, tradizionalmente, riconosciute come abili nella tessitura del lino, del cotone, della canapa: per la realizzazione di coperte, lenzuola, ricami, tappeti e arazzi”.
Ci sono musei che conservano testimonianze artigianali ed artistiche della cultura arbëreshë?
“In Calabria, ci sono alcune chiese di rito bizantino e a Villa Badessa, una frazione del Comune di Rosciano, in provincia di Pescara, dove, in chiesa, si pratica ancora il rito bizantino. Qui ci sono le statue dell’iconografia bizantina, nonché dipinti e statue che rappresentano, probabilmente, la più ricca testimonianza presente nell’Europa Occidentale”.
In che misura l’emigrazione e la modernizzazione hanno consentito di preservare l’identità arbëreshë?
“L’identità è qualcosa che ti porti dentro. Gli affetti familiari hanno contribuito a rimanere ferme e a conservare la cultura e tradizioni. Ricordo che la mia era la lingua madre che potevo parlare, soltanto, a casa, perché non era possibile pronunciarla a scuola. Una lingua che si continua ad utilizzare nella vita domestica, per essere trasmessa a figli e a nipoti”.
Oggi che rapporti ci sono fra la cultura arbëreshë e l’attuale Albania?
“Ci sono rapporti importanti perché gli albanesi di oggi affondano le loro radici nella cultura arbëreshë. Adesso il Ministero degli Esteri ha istituito un organismo che accoglie tutte le pubblicazioni delle comunità Arbëreshë e che documentano i rapporti fra l’Italia e l’Albania, La nostra rivista Kamastra (che significa “la catena del focolare”, per indicare il focolare domestico ed i vincoli familiari), quando è stata pubblicata, per 12 anni, attraverso un’edizione bimestrale, è arrivata in tutte le case delle comunità. Nelle scuole. Nelle istituzioni. Perfino a Barcellona, nell’Accademia delle Lingue, c’è la raccolta di Kamastra. E anche nel Vaticano, grazie all’abbonamento, fatto a suo tempo, dalla Santa Sede”.
Ci sono proverbi che possono aiutarci a comprendere la cultura arbëreshë?
“Ce ne sono tanti, come, ad esempio, un proverbio albanese, molto usato, che recita che la lingua arbëreshë è “Come un ferro rovente. Che ti brucia il cuore e non lascia cenere”. A dimostrare la forza di questa lingua, composta da 36 lettere dell’alfabeto, con dei suoni straordinari, come, ad esempio, il th che si ritrova nella lingua inglese. E c’è da evidenziare la straordinarietà dettata dalla capacità, in generale, delle lingue, di evolversi, interfacciandosi ed interagendo tra loro”.
Ci sono cantanti, poeti e scrittori albanesi?
“C’è stata una grandissima cantante, Silvana Licursi, originaria di Portocannone e che viveva a Roma. Morta recentemente. E’ stata un’ambasciatrice della musica e del canto arbëreshë, che ha portato nel mondo, rappresentando una grandissima testimonianza, attraverso i suoi concerti, avvenuti, all’interno delle sedi di tante istituzioni. Il suo primo 33 giri fu pubblicato a New York”.
Quanto è importante che l’Italia custodisca questa cultura e che ne pensi della rinnovata attenzione da parte del Governo Italiano nei confronti dell’Albania?
“L’attenzione nei confronti dell’Albania c’è sempre stata. L’Italia e l’Albania hanno sempre interagito. Anche in epoca fascista, quando l’Italia la governò per un breve periodo, fra il 1939 e il 1943, favorendo un’inevitabile influenza. Ed è emblematica la realizzazione della statua di Giorgio Castriota Scanderbg a Roma, in piazza Albania, che precedette quella di Scanderbeg a Tirana.
Il Presidente della Repubblica Albanese Bajram Begaj ha visitato, il 18 Ottobre scorso, la sede del Centro Studi sulla Diversità Linguistica a Montecilfone, inaugurando una Mostra caratterizzata dalla presenza di pannelli che descrivono il poema epico Scanderbeide, scritto dalla poetessa originaria di Gragnano, Margherita Sarrocchi, nella lingua italiana del Seicento, per parlare delle gesta di Giorgio Castriota Scanderbeg (poema che fu revisionato dal fisico Galileo Galilei), all’interno della biblioteca di Fernanda Pugliese, in cui spiccano, fra gli altri volumi, l’opera “I parlari italiani in Certaldo”, con cui lo studioso Giovanni Papanti evocò una novella del Decameron di Boccaccio, attraverso una ricognizione di 704 parlate dialettali italiane, in occasione del centenario della morte di Giovanni Boccaccio; un volume originale d’epoca scritto dal Mons. Giovanni Andrea Tria, Vescovo di Larino dal 1726 al 1741; alcuni studi effettuati dal giurista Gaetano Meale, nato ad Avellino nel 1858, da una agiata famiglia vissuta a Campobasso ed originaria di Montecilfone, candidato, nel 1925, al Premio Nobel per la Pace. Ed alcuni canti popolari di Montecilfone recuperati da Pier Paolo Pasolini, nella sua monumentale antologia “Canzoniere Italiano”.






















