Presentato il libro di Antonella Iammarino, un volume per preservare la memoria, la forza e l’identità storica di una comunità molisana.

Il borgo molisano di Ripalimosani vanta una propria, peculiare, tradizione artigianale, nell’arte degli antichi funai chiamati a torcere la canapa ed altre fibre per creare corde utili all’economia contadina locale che ha influenzato, per secoli, la sua economia locale, per distinguerla in tutta Italia, insieme a paesi come Castelponzone, una frazione di Cremona, che custodisce una preziosa memoria storica nel Museo dei Cordai, a San Benedetto del Tronto (Ap), e ad altri borghi abruzzesi come Guardiagrele, Lanciano e pugliesi come Mola di Bari e Monte Sant’Angelo, dove il lavoro dei funai era funzionale allo sviluppo dell’industria navale e della pesca.
Ha portato un fermento ricco di stimoli nuovi la presenza a Ripalimosani del FISMI ON TOUR: un’iniziativa promossa dalla Federazione Italiana servizi per il Made in Italy, guidata dall’ imprenditrice, giornalista e filantropa Luisa Bamonte che ha dedicato, venerdì 19 giugno , una serata “Aspettando Fismi on Tour”, per le associazioni del territorio in Piazza San Michele, a Ripalimosani, per protrarsi sabato 20 giugno, tra momenti di musica dal vivo, stand di artigianato artistico e agroalimentare, laboratori per bambini, una mostra collettiva d’arte, l’esposizione della Bottega del Funaio e la presentazione del volume di Antonella Iammarino, “Il paese dei funai. Ripalimosani tra storia e patrimonio”, che ha rappresentato la riedizione aggiornata della tesi di laurea universitaria, pubblicata e presentata a Torino, oltre trent’anni fa, durante i suoi studi di Laurea in Scienze Politiche (Sociology e Anthropology), dalla direttrice responsabile del Gazzettino di Ripalimosani e del Magazine “Il Colibrì”, attraverso una rinnovata veste grafica ed editoriale che si è avvalsa della collaborazione di Antonio Iammarino e della Casa Editrice Lampo,con il supporto innovativo di QR CODE utili ad animare le fotografie d’epoca degli orti dei funai ripesi, estratti dagli archivi di Lefra, Iammarino e di Nicola Lanese.
La pubblicazione di Antonella Iammarino si contraddistingue per l’approfondita ricostruzione tecnica e storica dell’arte dei funai, frutto dei suoi studi di antropologia culturale, demologia, giornalismo, di esplorazioni archivistiche e testimonianze raccolte sul territorio e compiute attraverso viaggi che ci tramandano la conoscenza dell’arte di fabbricare le corde, della canapicoltura, delle più antiche nozioni artigianali e tecniche di lavorazione utilizzate, nonché il ruolo defilato ma determinante della donna e la diffusione del mestiere in Molise.
L’arte dei funai rappresenta la memoria di un’identità storica che ha caratterizzato, per secoli, il lavoro e l’economia del luogo e che potrebbe rappresentare un nuovo senso da dare alle proprie radici, per un nuovo futuro della comunità, affinché diventi un volano turistico per Ripalimosani: lo ha detto il Sindaco del Comune molisano, Marco Giampaolo, intervenuto nell’incontro svoltosi sabato pomeriggio a Palazzo Marchesale. L’allestimento temporaneo della “Bottega del funaio”, avvenuto durante la breve rassegna promozionale di quest’anno, ha rappresentato un primo passo verso quella valorizzazione di un’antica vocazione artigianale, identitaria, promossa dalla pubblicazione di Antonella Iammarino, per guardare al futuro rilancio economico e turistico del territorio, anche attraverso la programmata esposizione museale permanente, da realizzare quando saranno terminati i lavori al Convento.
Sono vive le relazioni di Ripalimosani con le comunità argentine di emigranti molisani all’estero e con le Camere di Commercio, come quella presente a Rosario e l’imprenditrice legnanese Luisa Bamonte, presente all’incontro, ha apprezzato gli stimoli provenuti dalla mobilitazione e dal coinvolgimento della componente anche femminile, prodotta dall’attività di ricerca di Antonella Iammarino: ” Sono particolarmente preziose le energie provenienti da un territorio. L’essere umano è colui che fa. Ne rappresenta la materia prima. C’è, tuttora, all’estero, una forma di patriottismo, riassumibile in quel senso identitario che rappresenta la voglia di scoprire ed amare l’italianità. E la nostra Associazione, attraverso la collaborazione con le altre Associazioni No Profit, le amministrazioni pubbliche ed il confronto intergenerazionale proverà a rendere sempre più stabili e costanti le relazioni italiane con le comunità di emigranti presenti all’estero: che sanno affermarsi ovunque, diventando indispensabili punti di riferimento delle comunità estere, non solo per la forza lavoro impiegata ma perché capaci di portare cultura, gioia e familiarità. Anche se occorrerebbe, da parte italiana, una maggiore autostima internazionale” ha dichiarato la Presidente di Fismi – Federazione Italiana Servizi per il Made in Italy.
C’era, fra il pubblico presente all’evento, anche il Console Generale della Repubblica Ceca ed erano presenti a Palazzo Marchesale, anche Quintino Pallante, Presidente del Consiglio Regionale del Molise, che ha annunciato la possibile, prossima, nascita di una biblioteca digitale e virtuale regionale e il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Molise, Vincenzo Cimino, che ha ricordato la storica amicizia professionale con lo lega alla collega Antonella Iammarino, Consigliere dell’Ordine, sottolineando l’attuale e prolifica produzione editoriale che caratterizza l’impegno di tanti giornalisti presenti sul territorio.
La giornalista Marcella Tamburello ha moderato il confronto nel quale Antonella Iammarino ha narrato la dimensione sociale, il ruolo più oscuro delle donne, e la storia dei funai, nonché le motivazioni della sua ricerca, in compagnia di Rossano Pazzagli, dal 2005, attuale Professore Associato di Storia moderna e di Storia del territorio e dell’Ambiente, all’Università degli Studi del Molise.
Marcella Tamburello, che ha immaginato l’opportunità di gemellaggi fra paesi come Ripalimosani e Sant’Elia a Pianisi, affini per tradizioni artigianali, ha ricordato come gli appeal dettati dalla bellezza di tanti piccolissimi paesi italiani, nonché l’identità prodotta dagli antichi mestieri ci riavvicinino al passato e a quel ricco patrimonio di cui parla Pazzagli, nell’introduzione al libro della Iammarino.
“La parola identità dei luoghi, nel momento in cui li ricostruiamo, è sempre insidiosa e da pronunciare sottovoce” – ha dichiarato il prof. Pazzagli, direttore della Scuola del Paesaggio “Emilio Sereni”, presso l’Istituto “Alcide Cervi” di Gattatico (Re) – “dobbiamo guardare all’identità come ad un processo complessivo, che mette insieme ciò che siamo stati, ciò che siamo e che vorremmo essere. I luoghi e i cittadini dei paesi che li abitano, hanno bisogno di recuperare il protagonismo. L’Italia è un paese di paesi che appaiono dimenticati, dal futuro incerto ed abbandonati ad un inesorabile declino. Il libro della Iammarino rappresenta una certezza e una riconnessione fra presente e passato. Non tutti i paesi si identificano attraverso i mestieri, mentre a Ripalimosani è possibile, grazie alla tradizione di abitanti impegnati e percepiti come protagonisti nell’arte delle funi, dove la fune rappresenta la relazione. Serve per legare. Evoca i nodi. I paesi non sono punti isolati e basta, ma nodi che connettono, creando reti” – ha proseguito Pazzagli nel suo intervento. “Il libro che oggi presentiamo è una straordinaria documentazione che ci ricorda come si facevano le funi e chi erano i lavoratori, nell’ambito dell’economia contadina, marittima e della pesca. Tutto questo, a un certo punto finisce e si interrompe. Arrivano le fibre artificiali. Cambia la materia prima. Cambiano i mercati. Da quel momento in poi, non c’è più la fune, ma la sua storia e la sua memoria: entrambe indispensabili per ricostruire quel protagonismo che consente di riconoscersi in una comunità”.
Il professore Rossano Pazzagli ha proseguito, ribadendo alcune delle sue certezze di sempre: “La logica dei numeri ha penalizzato, in gran parte, l’Italia. Mentre la sua economia cresceva, fra gli anni ’50 e ’60, i paesi, la montagna, le campagne perdevano abitanti. La fine del mestiere dei funai coincide con lo spopolamento avvenuto fra il 1950 ed il 1970 che ha causato l’esodo di 87.000 molisani. E’ avvenuto in quel periodo, per le sbagliate politiche che hanno fatto l’esatto contrario di quello che si sarebbe dovuto fare. Si sono chiuse le scuole, gli ambulatori, gli uffici postali. E invece, occorrerebbe ripensare ai paesi come a contenitori di una buona qualità della vita, per restituirgli quei servizi e quelle opportunità che gli sono state tolte. Ripalimosani, per esempio, è una comunità che si fa sentire, ma che ha ancora più bisogno di recuperare soggettività perché vive all’ombra di Campobasso e la vicinanza con il capoluogo è un ulteriore elemento che dovrebbe spingere la comunità a trovare elementi propri, di specificità, che consentano di attribuirle una personalità più forte”.
Marcella Tamburello ha ricordato come la fune, per metafora, serva ad annodare e a rappresentare una “comunità”.
L’autrice del libro “Il paese dei funai” ha risposto: “Il concetto di fune è una metafora. Il mio approccio non è stato storico, ma più affine ai miei studi antropologici e demologici (lo studio delle tradizioni popolari). Nella prima fase mi sono concentrata sul ruolo storico, culturale e sociale del funaio. Nella seconda parte mi sono resa conto che questo mestiere non aveva più solo un ruolo storico in sé e che il funaio non era più il soggetto della mia ricerca, ma lo strumento per raccontare la storia di Ripa e della nostra identità”.
E alla domanda della giornalista Tamburello sul ruolo oscuro delle donne ai tempi dei funai, Antonella Iammarino ha risposto: “Il lavoro effettivo delle donne si equiparava. Da noi esistevano 28 grandi ruote e piccole aziende a conduzione familiare. Il funaio era il capo famiglia che faceva il lavoro più pesante, nei corridoi all’aperto, resistendo alle più avverse intemperie, fino ad ammalarsi d’asma. Ma la fune, a un certo punto, veniva confezionata, venduta, sistemata, collocata in bottega, trasformata in filacce e in tutte queste attività si rivelavano utili le donne. Noi non abbiamo in Molise grandi coltivazioni di canapa, ma la importavamo da paesi come Cava dei Tirreni e Frattamaggiore” – ha ricordato la giornalista che, nel passato, è stata Presidente del Comitato regionale molisano dell’Unicef. “Ci mandavano le balle di canapa, simili a delle balle di fieno. Si strappava un pezzo della canapa grezza e la si passava sopra il caratteristico pettine, ricco di aculei. Si infilava, quindi, la canapa grezza e la si tirava con tutta la forza, ripetendo il lavoro più volte e richiedendo l’uso della forza e delle braccia maschili. Ma quando si pettinava, la canapa diventava una matassa, come dei capelli, che il lavoro della donna perfezionava, componeva, facendo i nodi. Accanto alla ruota grossa c’era quella piccola, utilizzata per lo spago, prodotto dalle donne, con due mani, per realizzare il sottopancia per gli animali. Grazie alle famiglie Giannantonio e Pece, oggi possiamo vedere il telaio, le ruote utilizzate all’epoca e altri reperti, nella Bottega del funaio”.
Non sono mancate alcune metafore utilizzate dalla giornalista per raccontare il valore della coesione sociale e del lavoro corale che può svolgere una comunità: “La corda è fatta di tanti fili. Se il filo viene ritorto per poter diventare corda, nel momento in cui lo lasciamo, si srotola. Se invece avviciniamo due fili e li torciamo e dopo li avviciniamo, in maniera incontrollata e naturale, questi si uniranno, producendo una torsione opposta e diventando corda solida. Stabilità. Capacità di collaborazione. I funai sono stati i primi lavoratori, nel loro settore, a promuovere la cooperazione, creando consorzi e cooperative. Quando siamo uniti possiamo creare le corde solide e possenti dei campanili e delle navi” – ha spiegato la giornalista Iammarino, per la quale, le iniziative di una comunità non vanno calate dall’alto, ma macinate dal basso, per richiedere sforzi e investimenti anche privati, dopo che tutta la popolazione si sia riappropriata, consapevolmente, di un’identità.
Gli ha fatto eco lo storico Rossano Pazzagli, ricordando come il Molise debba piacere, prima ai molisani, creando luoghi che servano a far star bene i suoi abitanti, prima ancora dell’arrivo dei turisti: “I paesi sono come le persone” – ha ricordato Pazzagli – “Occorre volergli bene e per volergli bene devi conoscerli, rispettarli ed averne cura”.














