Il “Gusto delle Radici” ispira il convegno promosso dalla Delegazione di Campobasso dell’Accademia Italiana della Cucina

L’evento in occasione della Riunione Conviviale Ecumenica Straordinaria del 19 Marzo 2026

La delegazione di Campobasso dell’Accademia Italiana della Cucina (fondata nel 1953 da Orio Vergani), ha festeggiato l’Anniversario dei trent’anni da quando fu fondata dal prof. Antonio Vincelli, nel 1996, nel corso del Convegno: “Cucina e cultura del cibo. Il Gusto delle Radici”: evento che ha introdotto la Riunione Conviviale Ecumenica Straordinaria del 19 marzo, al Coriolis di Ripalimosani, in concomitanza con la celebrazione ufficiale della proclamazione della Cucina italiana, quale Patrimonio Immateriale dell’Unesco (avvenuto il 10 Dicembre 2025),  festeggiata, contemporaneamente, in tutto il mondo, da oltre 7.600 associati, 223  delegazioni italiane e 69 estere. 

Sono tre le delegazioni dell’Accademia Italiana della Cucina, attualmente, chiamate a preservare la cultura dettata dalla tradizione culinaria locale, presente in Molise. La più antica è la Delegazione di Termoli, fondata il 20 Ottobre 1975 da Elio D’Ascenzo. Il 16 Marzo 1996 nasce la delegazione di Campobasso, fondata dall’attuale delegato onorario, l’ingegnere ed insegnante in pensione, Antonio Vincelli: esperienza, successivamente ampliata, nel territorio, con la nascita della delegazione di Isernia, avvenuta agli inizi del 2000. 

La delegazione di Campobasso è stata presieduta, nel primo ventennio, dal Presidente Antonio Vincelli, seguito, per un quinquennio, dalla coordinatrice territoriale Anna Maria Lombardi e, negli ultimi 5 anni, dall’ingegnere Ernesto Di Pietro, attuale Delegato di Campobasso e coordinatore territoriale per il Molise.

La proposta italiana che ha partorito l’iter di candidatura al riconoscimento della Cucina Italiana quale Patrimonio Immateriale dell’Umanità,  da parte dell’Unesco, agenzia specializzata dell’Onu, fondata il 16 Novembre 1945 e chiamata a promuovere la pace attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, è stata formalizzata tramite un dossier dal titolo “La Cucina Italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale” elaborato da tre comunità, come le ha definite Ernesto Di Pietro: l’Accademia Italiana della Cucina ( la prima pagina del dossier è firmata da Paolo Petroni, Presidente nazionale dell’Accademia Italiana della Cucina); la Fondazione Casa Artusi, un’Associazione culturale creata in memoria del gastronomo e letterato, padre della cucina moderna, Pellegrino Artusi (Forlimpopoli, 4 agosto 1820 – Firenze, 30 Marzo 1911), che nel 1891 scrisse un testo “sacro” della cucina italiana domestica, intitolato” La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. E dalla redazione della rivista: “La cucina italiana”, il mensile storico di gastronomia che per prima, dal 1929, si è occupato di promozione della cucina italiana e che è attualmente diretto da Maddalena Fossati, la prima persona a credere nel potenziale successo dell’iniziativa della candidatura.

Nel corso dell’evento del 19 Marzo, ideato dal Consiglio di Presidenza dell’Accademia Italiana della Cucina, e che, nella circostanza, si è rivelato un’occasione di incontro aperta a numerose Associazioni culturali presenti nel territorio, il Presidente della Delegazione di Campobasso dell’Accademia Italiana della Cucina, l’ing. Ernesto Di Pietro, ha mostrato l’eccezionale presenza sulla locandina del convegno, di un nuovo logo, quello ufficiale che ha sostenuto la candidatura del riconoscimento ufficiale dell’Unesco, realizzato dagli Allievi della Scuola della Medaglia, dell’Istituto Poligrafico e della Zecca dello Stato, che raffigura la mano di un cuoco che tiene  una padella piena di prodotti tipici e di simboli storici evocativi delle molteplici città e regioni italiane, a dimostrazione del significato valoriale dell’onorifico riconoscimento internazionale, dettato dall’associazione del concetto di cucina legata all’identità degli italiani, alla loro cultura, alla tradizione, al lavoro ed allo stile di vita fondato sulla condivisione. ” Siamo stati i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo”- ha sottolineato Ernesto Di Pietro, nel corso della sua relazione introduttiva- ” e che evoca e valorizza le attività tramandate di madre in figlia, di generazione in generazione. L’Unesco ha considerato la cucina italiana come un sistema culturale. Una pratica sociale viva, capace di trasmettere memoria, identità, legami e  di unire, attraverso il cibo, le comunità, le famiglie, i territori, valorizzando la condivisione familiare, la socialità, la stagionalità, la ricerca delle materie prime, la sostenibilità. E l’arte culinaria italiana, quella basata sull’attenzione a non sprecare, sul poco e sul riuso, incarna il prezioso legame con la natura, con le sue risorse locali e le tradizioni culturali, riflettendo un mosaico formato da tanti tasselli che rappresentano le diversità culturali dei paesaggi italiani, appartenenti ai vari campanili. L’Unesco ha voluto premiare la cultura che emerge dalla nostra pratica quotidiana e dai suoi rituali. Questo riconoscimento certifica che la nostra Accademia, fin dal 1953, sta svolgendo un lavoro prezioso, per il rafforzamento della nostra cultura gastronomica, della civiltà della tavola, della vita sociale nella sua interezza”.

Notevoli sono stati i contributi al successo della candidatura, forniti dal prof. Massimo Montanaro, presidente del comitato scientifico e Accademico Onorario a Imola;  del prof. Pier Luigi Petrillo (professore ordinario di Diritto Pubblico comparato all’Università degli Studi Unitelma Sapienza di Roma e Direttore della Cattedra Unesco sul patrimonio culturale immateriale)  e dell’On. Giancarlo Mazzi (Sottosegretario di Stato al Ministero della Cultura nel Governo Meloni), ricordati anche dal Presidente Nazionale dell’Accademia Italiana della Cucina, Paolo Petroni che, in un videomessaggio, ha mostrato, in anteprima, il nuovo logo che certifica il riconoscimento Unesco : ” La più grande difficoltà fu quella di proporre una definizione della cucina italiana che, come è noto, è un insieme di piatti tradizionali tipici, provenienti da diversi territori e regioni. Decidemmo allora di puntare non sulle singole ricette, ma sullo stile di vita fondato sulla condivisione sociale, sul rispetto per gli ingredienti e sulle abilità tramandate di generazione in generazione, su tutto il territorio nazionale. L’Unesco ha ricordato, quindi, nella sua dichiarazione attestante il riconoscimento, che la cucina italiana si sviluppa a livello domestico: trasmessa, in via informale, all’interno delle famiglie, grazie a ricette tradizionali, continuamente trasformate”. 

“La cucina non è solo una miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie, ma è anche un modo di prendersi cura di sè stessi e degli altri. Per esprimere amore nei confronti delle proprie radici culturali, da cui il titolo del nostro convegno sul gusto delle radici “- ha proseguito Ernesto Di Pietro, coordinatore territoriale per il Molise dell’Accademia Italiana della Cucina”-  e per essere utile ad una comunità, nel momento in cui si condivide la propria storia. Si descrive il mondo che ci circonda. Si pratica l’educazione sentimentale, come custode degli affetti più piacevoli, attraverso la preservazione della tradizione della cucina familiare, che è stata premiata a prescindere da quella dell’alta cucina dei grandi chef e della cucina organizzata, rappresentando un patrimonio da salvaguardare con intelligenza e rispetto. Adeguandoci alle necessità contemporanee e avendo come guida per il futuro la sostenibilità ambientale, come quella richiamata, in maniera poetica, da San Francesco nel 1200″.

Fra i relatori del Convegno, ha partecipato, da remoto, l’antropologa Letizia Bindi, Professore Ordinario di Discipline- Demo- Etno-Antropologiche, presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell”Unimol e fondatrice del Centro di Ricerca “Biocult”, attualmente in Patagonia, per attività di ricerca sul campo, che si sta occupando degli impatti, dei rischi e delle tensioni provocate dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento ambientale e dai processi di patrimonializzazione del cibo e dall’insieme delle relazioni e condizioni ambientali e culturali. Nel corso del suo ricco e lungo intervento, Letizia Bindi ha ricordato, nel convegno, il suo lavoro svolto nel Meridione italiano e nelle aree interne, per occuparsi dei circuiti alternativi del cibo, del sistema della distribuzione, delle catene di valore legate al cibo e del valore dato dalla diversità culturale, nonchè del notevole impatto sui mercati e sull’economia. 

“Il cibo è un fenomeno, a tutti gli effetti, di carattere culturale. Non è mai solo un modo per alimentarsi.  Mangiare, cucinare, confezionare sono attività che prevedono una distribuzione dei ruoli, anche di genere e che hanno un grosso impatto sui paesaggi, a partire dalle società non più nomadi ma sedentarie ” – ha dichiarato l’antropologa Letizia Bindi – ” il consumo condiviso delle pratiche sociali, la ritualizzazione dell’alimentarsi ed il mangiare creano legami profondi che sono alla base della stessa strutturazione delle comunità e che si rivelano importanti nella costruzione dei ruoli individuali e collettivi. Ricordiamo le attività di trasformazione delle risorse alimentari affidate, esclusivamente, alle donne e le suddivisioni, nell’accesso alle risorse alimentari, caratterizzate da differenze  di genere, di ceto, di carattere geografico. Questa differenziazione inserisce una serie di varianti culturali nella preparazione del consumo del cibo, che sono all’origine  delle tradizioni alimentari di carattere locale, regionale, nazionale e conseguentemente sul paesaggio che ne deriva. Da noi particolarmente rilevante è stata la presenza dei tratturi in Molise, come elemento di trasformazione dei paesaggi, che ha garantito la presenza di un sistema economico e di tradizioni alimentari che hanno segnato, per secoli, questi territori. La propulsione della distribuzione, la crescente agroindustria, l’industrializzazione dell’agricoltura hanno, nel tempo, particolarmente, minacciato la sostenibilità dei sistemi alimentari locali e la diversità culturale. E mentre è cresciuto il valore dei prodotti tipici, dell’enogastronomia a livello locale e la promozione delle pratiche agricole a livello locale, ha preso sempre più spazio l’agroindustria.  La tipicità delle risorse, il localismo e la socializzazione, la valorizzazione delle credenze religiose e delle pratiche sociali ha reso la cultura della cucina italiana esclusivamente localistica, anche se non deve essere fine a sè stessa, perchè la cucina è anche incontro, intreccio fra culture, scambio”.   

Per quanto riguarda il riconoscimento Unesco conseguito dalla Cucina Italiana, l’esperienza di Letizia Bindi, già maturata con altri progetti di candidatura dalla stessa coordinati, le nomine Unesco vengono, troppo spesso, interpretate come un concorso a premi: “Il riconoscimento Unesco non afferma che quella italiana sia la migliore cucina al mondo. Quando si candida un bene alla lista di un patrimonio immateriale si stringe un patto fiduciario per dire che ci sono i beni a conservare quel sapere fare e quelle pratiche. E non a renderle uno spettacolo globale”- ha proseguito Letizia Bindi, nel suo intervento- “Quelle pratiche hanno reso la cucina italiana una mirabile soluzione a problemi di approvvigionamento alimentare, trasmettendo la cultura del riciclo, del cucinare con poco, la capacità di cucinare in maniera non grassa o utilizzando il grasso in maniera equilibrata; la capacità di cucinare in ragione delle attività produttive che si svolgevano in campagna; l’importanza delle relazioni, dei legami, del riconoscersi attorno ai piatti e la valorizzazione della diversità culturale e della biosostenibilità. Sono questi i fattori di successo di quella cucina familiare che l’Unesco ha voluto celebrare, con un patto che che ci responsabilizza e vincola, con controlli quinquennali, se avremo rispettato il territorio e le ricette tradizionali della nostra cultura familiare”. Nel suo lungo intervento la prof.ssa Bindi ha inoltre ricordato come i cibi pronti, i fast food, la globalizzazione, gli influencer attivi nei Social e le esigenze lavorative odierne stiano, fortemente, riducendo i tempi del consumo alimentare, con i rischi nella carenza di qualità alimentare, rappresentati dall’economia dell’abbondanza.

L’imprenditore “mugnaio” Dionisio Cofelice, titolare del Molino Cofelice, fra i relatori del Convegno “Il Gusto delle Radici”, ha portato la testimonianza di successo della sua impresa, impegnata nella riscoperta e riutilizzo dei grani antichi molisani e della plurimillenaria esperienza della tecnica della macinazione a pietra, ricordando come le sue innovazioni nascano dalla constatazione della ricca biodiversità del Molise, dall’esigenza di salvaguardia del territorio e dal contributo derivato dal coinvolgimento dei piccoli agricoltori molisani, veri custodi del territorio, che oggi concorrono a mantenere il paesaggio, prediligendo questo tipo di cereali ( quest’anno, ci sono già 40 ettari di terra così coltivati).” Abbiamo cominciato a proporre le farine, con la Senatore Cappelli e abbiamo proseguito con la varietà autoctona del mais Agostinello, materia prima utilizzata per fare, ad esempio, il piatto tipico molisano, pizza e minestra: un piatto nutriente, curativo, realizzato con una farina che non ha glutine e con l’utilizzo di erbe spontanee che sono un alimento salutistico”. Dionisio Cofelice ha ricordato altri grani antichi, come la Saragolla (il chicco giallo di origine bulgara), presente nel Sannio, e utilizzata dai pastifici di Sant’Elia a Pianisi e Macchia Val Fortore. L’antichissimo grano Khorasan, chiamato anche Kamut, di origine mediorentale. Il il frumentone dell’Ottocento che si confonde, spesso, con il granone. Il grano d’India, che viene chiamato, in dialetto molisano, “grandign”. E Il grano “Marzuolo”, che si seminava a marzo e a maturazione rapida (3 mesi), molto ricco di fibra. La Risciola è, invece, un grano tenero, del 1500,  presente nell’area molisana, quando era associata alla Capitanata: materia prima dalla quale sarebbe nata, per la prima volta, la famigerata pizza Margherita. Con il Comune di Morcone, Dionisio Cofelice ha condiviso, recentemente, un progetto, “il pane di comunità, che sarà il risultato di una filiera di tredici agricoltori che produrrano il grano della Saragolla e della Risciola, che sarà trasformato dal Molino Cofelice, per tornare a Morcone, per la relativa panificazione di un prodotto che sarà, inizialmente, venduto nella provincia di Benevento.

Tra i relatori c’era anche Giampaolo Colavita, Professore ordinario a tempo pieno nel Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute dell’Unimol (ispezione degli alimenti di origine animale e attività di ricerca nel campo della microbiologia applicata all’igiene, alla sicurezza alimentare e al controllo degli alimenti di origine animale), già docente presso le Scuole di Specializzazione in Ispezione degli Alimenti, nelle Università degli Studi di Teramo e di Padova, e componente del Centro Studi “Franco Marenghi”, polo culturale dell’Accademia Italiana della Cucina.

“I grani antichi come il Senatore Cappelli sono stati, nel tempo, abbandonati, perchè hanno poco glutine e l’industria pastaria ha bisogno di glutine” – ha esordito Giampaolo Colavita, nel suo intervento, tracciando la storia della cucina italiana, a partire dai primi documenti che, già dal 1548, descrivevano l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, raccontando gli alimenti tipici dei territori, insieme ai monumenti, le opere d’arte e i paesaggi. Già verso la fine del XVII secolo, i “savoiardi”, ovvero le note pastarelle conquistarono le tavole dei nobili italiani, prima che i Savoia conquistassero l’Italia. E, nella storia della conoscenza e della divulgazione dei saperi della cucina italiana,  un ruolo importante lo ebbe Pellegrino Artusi, vissuto fino ai primi del Novecento: un uomo d’affari, brillante, molto colto, che, oltre a scrivere una biografia importante di Ugo Foscolo, collaborò, a Firenze, con il prof. Paolo Mantegazza, fisiologo e igienista dell’Università di quella città, scrivendo importanti nozioni di igiene alimentare, non solo sotto il profilo medico, ma anche in funzione del benessere,  attraverso uno dei libri di ricette più popolari di sempre: “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, di cui furono pubblicate 280.000 copie. Artusi univa l’Italia attraverso il linguaggio della cucina e la divulgazione delle ricette che sperimentava e perfezionava. 

Un’altra protagonista della divulgazione culturale della cucina italiana fu la giornalista Amalia Moretti Foggia, vissuta fra il 1872 e il 1947, terza donna medico in Italia e prima ad essersi laureata in Pediatria. Era attenta alle persone più disagiate e, nella pagina della Domenica del Corriere, cercava di fornire consigli medici, firmandosi con lo pseudonimo maschile di “dottor Avan”.  Mentre, con lo pseudonimo di Petronilla. si rivolgeva al mondo rurale e ai borghesi dell’epoca, raccontando quella cucina rurale, contadina, sobria,che cominciava a contaminare anche le tavole più ricche e l’interazione culturale della cucina domestica con la ristorazione. Il professore Giampaolo Colavita ha ricordato, inoltre, nella sua relazione, come il nome del luogo di appartenenza, con cui si identificano, in maniera peculiare tanti nomi dei prodotti italiani, non sia indice di contraddizione e di provincialismo, quanto il valore di prodotti che sono riusciti a superare i confini territoriali, perchè la gastronomia è un veicolo formidabile per far conoscere i luoghi ( nel 1931, il Touring Club pubblicò un’opera importante sulla conoscenza dell’Italia, attraverso la conoscenza delle singole cucine regionali italiane).. 

Nella sala gremita, erano ospiti i rappresentanti di alcune Associazioni culturali del territorio, nonchè la Sindaca del Comune di Campobasso, Marialuisa Forte; la Sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto; l’Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Campobasso Bibiana Chierchia; l’Assessora Comunale alla Cultura del Comune di Campobasso, Adele Fraracci che ha salutato la platea ricordando il valore morale della cucina, che non è soltanto nutrimento del corpo, ma anche dell’ethos, dello spirito e dei nostri valori. C’era anche il Presidente dell’Associazione Pro Crociati e Trinitari per le Rievocazioni Storiche Molisane, Giuseppe Santoro, che ha salutato la platea, evidenziando l’importante sodalizio fra le due Associazioni, nato con un convegno che nel 2018, legò la narrazione storica della cucina molisana con la ricostruzione degli abiti dell’epoca e proseguito con l’esperienza recente di una gara per pasticcieri professionisti ed amatori, organizzata, nel corso dell’evento “Campobasso in Love”, che ha registrato la presenza, nella giuria del Premio, dell’ing. Ernesto Di Pietro.

Per il Presidente del Lions Club di Campobasso, l’imprenditore Antonello Di Stella, la cucina non è solo nutrimento, ma identità, cultura, tradizione e condivisione e un linguaggio universale capace di unire popoli e culture, con lo stesso spirito di solidarietà che anima, da sempre, lo spirito di servizio dei Lions. E’ intervenuta, per i rituali saluti, anche l’Associazione Inner Wheel, attraverso la Vice Presidente Mariarosaria Diodati, per portare i saluti della Presidente Cecilia Cazzola, auspicando che possano esserci sempre più occasioni per condividere eventi come questo. 

L’insegnante Rossana Varrone, Presidente dell’Università per la Terza Età e del Tempo Libero, presente all’incontro, insieme ad una nutrita delegazione di questa organizzazione basata sul volontariato, ha ricordato alcune attività dei loro corsi, dedicati al tema alimentare, come: “Cibo e medicina” e gli studi sulla cucina e sul cibo, puntualmente pubblicati, annualmente,  nei quaderni dell’Università.

Presente all’appello anche il notaio Eliodoro Giordano, Presidente del Rotary Club Campobasso per l’anno rotariano 20025-2026, in compagnia di una nutrita delegazione dell’Associazione, particolarmente entusiasta per questo evento dedicato al riconoscimento Unesco della Cucina Italiana, che oltre a promuovere l’importanza del gusto e del piacere, fa conoscere il valore dell’incontro, quale occasione utile a progettare, insieme, le migliori iniziative di una comunità e di un territorio.

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