Il giallo di Pietracatella, Franco Mancini racconta il valore del dubbio

Presentato “Uno di noi”, un saggio narrativo che ripercorre la tragedia di Antonella DI Ielsi e Sara Di Vita, tra interrogativi irrisolti, garantismo e ricerca della verità

A Pietracatella, piccolo paese del Molise, il Natale avrebbe dovuto essere, come ogni anno, un momento di serenità e di affetti familiari. Ma quella che doveva essere una festa si trasforma, improvvisamente, in tragedia. La morte di Antonella Di Ielsi e della giovane Sara spezza la quotidianità di una famiglia, per sconvolgere un’intera comunità, lasciando dietro di sé interrogativi per i quali, ancora oggi, si cercano risposte.
 “Sono le 21.40 della sera del 27 Dicembre 2025, quando Sara Di Vita, quindicenne di Pietracatella, chiude gli occhi, per sempre, nel Reparto di Anestesia e Rianimazione del Cardarelli di Campobasso. Fuori dell’unità di terapia intensiva, la sorella Alice, diciannovenne, che ha accompagnato in macchina Sara, nel primo pomeriggio e lo zio paterno Antonio Di Vita, piombano nell’inferno dello sgomento e dell’angoscia. Il papà Gianni, che sta ricevendo le cure, in Pronto Soccorso, per i disturbi allo stomaco,  viene chiamato d’urgenza, e arriva di lì a pochi minuti e si scontra con una realtà sconvolgente” – scrive l’avvocato Franco Mancini, nel prologo al suo libro “Uno di noi”, pubblicato da Palladino Editore. “In un’altra camera dell’ospedale, Antonella Di Ielsi lotta ferocemente con questo tiranno oscuro: ricoverata intorno alle 22.45, avendo accusato, dalla Vigilia, malesseri simili a quelli della figlia minore deceduta. Fa in tempo ad apprendere che Sara non c’è più. Subisce una sincope. Gli operatori sanitari, in un primo momento, l’addebitano all’enorme shock emotivo”. 

Le condizioni di Antonella Di Ielsi precipiteranno, con rialzo dei marcatori di necrosi cardiaca, insufficienza renale ed incremento delle transaminasi, imponendo il ricovero nel reparto di rianimazione, verso le 23.40. Alle 11.10 del 28 dicembre, anche lei esalerà l’ultimo respiro. La rapidità del peggioramento clinico suscita interrogativi sulle cause dei decessi. I medici del Cardarelli sono sconvolti ed increduli. E con loro, lo sarà la comunità di Pietracatella, dove la notizia rimbalza, rapidamente, interrompendo la serena ed ovattata atmosfera natalizia, per conquistare, presto, le prime pagine della cronaca nazionale. Un caso senza precedenti che spegne l’interruttore di due giovani vite, con “le urla strazianti dei familiari più vicini ai Di Vita, alle quali fa da contrappasso, nei vicoli, nei bar, nelle abitazioni, il silenzio surreale dei compaesani, con i primi quesiti che tempestano i pensieri”- racconta l’avvocato Franco Mancini, nel prologo al suo libro “Uno di noi”,  presentato nell’Aula Magna del Convitto “Mario Pagano” di Campobasso, lo scorso 20 ottobre, in occasione dell’incontro coordinato dalla giornalista Michaela Marcaccio, affiancato da Simonetta Tassinari e da Vincenzo Cardellicchio, autori, rispettivamente, della prefazione e della postfazione, del volume.  Franco Mancini descrive la ferita lacerante che provoca nella comunità di un paesino molisano di 1.200 abitanti, la morte di una madre e di una figlia, per la quale vivere significava afferrare la vita a morsi (Franco Mancini cita una frase di Jack London), all’interno di una comunità, che si rifugia nel silenzio, forse per difendersi da una tragedia che ha scosso, profondamente, l’identità collettiva (forse, a causa di un presunto caso di malasanità) e dove nulla sarà più come prima.

Già a fine dicembre si approfondiscono le ipotesi di intossicazione alimentare e le modalità di assistenza sanitaria. Cinque medici del Cardarelli vengono iscritti nel registro degli indagati. Ma la svolta sulle indagini avverrà nella primavera di quest’anno, quando dal Centro Antiveleni del Maugeri di Pavia, arriva una prima segnalazione sulla possibile presenza di ricina nei campioni biologici. La Procura di Larino apre un’indagine contro ignoti per duplice omicidio premeditato. La conferma scientifica che orienterà la direzione delle indagini avverrà nel 23 aprile 2025, con una relazione del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Le autopsie e le conclusioni medico-legali confermano l’avvelenamento da ricina. Il 3 giugno 2026 viene segnalata la presenza di piante di ricino nelle campagne intorno a Pietracatella. E nel luglio 2026, saranno effettuate ulteriori analisi sui campioni biologici e sui reperti, presso il “Robert Koch” Institut di Berlino. Recentemente, ad ottobre, gli investigatori hanno esaminato computer, dispositivi ed effettuato ricerche online per individuare eventuali collegamenti con la ricina. Gli accertamenti della Squadra Mobile e del Servizio Centrale Operativo effettueranno puntuali ispezioni informatiche negli istituti scolastici “Agrario” e Liceo Scientifico “G. Galilei” di Riccia, per estenderle, il 15 ottobre, al Liceo Classico “Mario Pagano” di Campobasso, frequentato sia da Sara Di Vita che dalla sorella Alice, e proseguirle, il 16 ottobre scorso, nel  Liceo delle Scienze Umane “Silvio Di Lalla” di Casacalenda, dove si scopre il furto di 4 o 5 computer. 

Perdura la permanenza dei medici nel registro degli indagati, circostanza che Franco Mancini interpreta come una possibile esigenza tecnica e tattica, per poter compiere accertamenti nei confronti di soggetti che non sono indagati. 

Ma come è stata somministrata la ricina? Quale mente diabolica potrebbe averla somministrata e perché? Perché Gianni Di Vita si trincera dietro il silenzio con i giornalisti? Quanto conosciamo realmente di un’indagine giudiziaria attraverso quello che leggiamo sui giornali e ascoltiamo in televisione? E quanto ci sfugge, invece del lavoro investigativo, delle procedure e delle valutazioni che accompagnano la ricerca della verità? Sono questi alcuni degli interrogativi che attraversano l’opinione pubblica, che vorrebbe subito scoprire la verità, rischiando di formulare giudizi sommari e che ci spingono a leggere il libro “Uno di noi”, di Franco Mancini, per saperne di più e, scoprendo, nella fertile e nota eloquenza sopraffina del giornalista Franco Mancini, l’invito a guardare a questa inchiesta come ad un eccellente esempio di indagine, che potrebbe lasciare un segno nella storia della cronaca giudiziaria, per la complessità degli accertamenti, il riserbo degli inquirenti e per il rigore e la cautela con cui sono state, finora, condotte le indagini dalla Procura di Larino guidata dalla dottoressa Elvira Antonelli e dalla Squadra Mobile di Campobasso, diretta da Marco Graziano. L’operazione di saggistica “narrativa” compiuta da Franco Mancini, come l’ha definita la docente di Filosofia, Simonetta Tassinari, autrice della prefazione del libro, non è soltanto la ricostruzione dettagliata di una tragedia che ha sconvolto un’intera comunità, ma una riflessione su un metodo d’indagine improntato al rigore, alla cautela ed alla riservatezza, che sembra distinguersi dalla sovraesposizione mediatica e dal proliferare di ipotesi e interpretazioni che hanno, invece, accompagnato altre vicende giudiziarie come quella del giallo di Garlasco o tanti altri casi di giustizia sommaria, fatta di certezze non suffragate da opportune verifiche.

A Pietracatella, l’inchiesta sembra seguire la strada opposta a quella dell’incessante processo mediatico subito dal caso di Garlasco, per seguire quella del riserbo investigativo, della prudenza nelle valutazioni e nel rispetto della presunzione d’innocenza. L’autore di “Uno di noi” non scopre il colpevole del giallo di Pietracatella, ma ci aiuta a comprendere come si costruisce un’indagine, quale valore assumono gli indizi e come si distinguono le ipotesi dalle prove. La sensibilità giuridica di un avvocato ci consente, meglio, di interrogarci non solo su ciò che è accaduto, ma sul modo in cui si cerca di accertarlo, spiegandoci il significato di quel beneficio del dubbio che rappresenta uno dei principi fondamentali di ogni autentica ricerca della verità. Una lezione sul garantismo, quella contenuta nel libro “Uno di noi” che non si rivolge solo agli uomini di legge, ma anche ai giornalisti e ad un’opinione pubblica, troppo spesso, impazienti di individuare un colpevole prima ancora che sia accertata la verità. 

Franco Mancini, avvocato, scrittore, giornalista  ed appassionato cultore della civiltà molisana, non perde l’occasione per contestualizzare il giallo di Pietracatella, descrivendo un ritratto della terra alla quale è profondamente legato, senza sottrarsi al racconto delle sue luci e delle sue ombre. 

“Uno di noi” – ha detto, nel corso dell’evento di presentazione del libro- “è il paradigma e il simbolo dei cori sportivi, dell’appartenenza della maglia e divisa che, in questo caso, si trasforma in un interrogativo inquietante, di una comunità che si chiede: è possibile che uno di noi, quello della porta accanto, quello con cui abbiamo fatto la spesa o siamo andati a Messa, o con cui abbiamo preso una birra al bar, possa essersi macchiato di un delitto non solo efferato, ma ordito con tale macchinazione, da rappresentare uno sfregio per una comunità?”. Il senso del libro di Mancini sta nel rimuovere l’idea che Pietracatella possa sentirsi sotto processo, erigendo un “muro”, in una lotta immaginaria contro il resto del mondo. “Non è stato un delitto d’ambiente che affonda le radici nella cultura malata del posto o in fenomeni di criminalità organizzata” – ha proseguito l’avvocato Mancini, nel suo intervento – “quello che è accaduto a Pietracatella si sarebbe potuto consumare ovunque, in qualsiasi nazione. Credo che la sua comunità debba affrancarsi dal peso incombente del gesto di una singola persona che non può contaminare il passato e compromettere la dignità, l’identità e integrità di una comunità che è fatta, come tutta la gente del Molise, di gente operosa, semplice ed umile”. L’incredulità e lo sbigottimento provocati dalla tragedia non devono assolutamente minare quel senso di sicurezza e di fiducia reciproca che caratterizza la vita dei piccoli paesi molisani ed è questo il senso del messaggio, contenuto nel libro di Franco Mancini. 

Nel libro viene decantato il Molise, attraverso i paesaggi naturali, la vivacità imprenditoriale delle sue attuali imprese e la traccia rimasta dei suoi personaggi più illustri di un tempo non tanto remoto, alcuni dei quali hanno studiato proprio nel Liceo Classico “Mario Pagano” di Campobasso, coincidente con la location dell’evento: come i giornalisti Giuseppe Scardocchia e Giuseppe Tabasso; il compianto Ministro dell’Agricoltura, Giacomo Sedati; il cantante Fred Bongusto. E vengono denunciate le fragilità strutturali di una terra segnata dal progressivo spopolamento dei piccoli centri e dalle persistenti criticità del sistema sanitario regionale, commissariato da oltre dieci anni, con l’iniquo indotto di tasse più elevate.

All’appuntamento del 20 ottobre, nell’Aula Magna del Convitto Nazionale “Mario Pagano” erano presenti, fra il pubblico convenuto, molti rappresentanti della stampa nazionale nonché una nutrita rappresentanza di autorevoli esponenti molisani del mondo forense, che Franco Mancini ha salutato pubblicamente: tra questi, l’avvocato ed ex Magistrato di “Mani Pulite” Antonio Di Pietro; l’avvocato penalista Arturo Messere; il Presidente della Corte di Giustizia di secondo grado del Molise, Enzo Di Giacomo; il magistrato Daniele Colucci, Presidente del Tribunale di Larino; il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Campobasso, Giuseppe De Rubertis; il Presidente della Camera Penale Distrettuale del Molise, Mariano Prencipe ed alcuni professionisti professionalmente impegnati nell’inchiesta di Pietracatella, come il consulente informatico Gianni Alfonso; l’avvocato Domenico Fiorda, legale difensore, con il collega Fabio Albino, di uno dei sanitari indagati per omicidio colposo; l’avvocato Paolo Lanese, difensore di Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella Di Ielsi. “Tutti allenati alla cultura del beneficio del dubbio ed alla presunzione di innocenza, che spesso vengono considerati come un esercizio retorico, per chi vuole ad ogni costo trovare subito un colpevole, a causa della spettacolarizzazione mediatica della giustizia” – ha detto l’avvocato e giornalista Franco Mancini, ringraziando gli ospiti convenuti.

Lo scrittore di “Uno di noi”, volume dedicato al figlio Antonio, ha trovato due eminenti e valide collaborazioni nella scrittrice e  “musa ispiratrice” Simonetta Tassinari, autrice della prefazione e nell’amico di gioventù, Vincenzo Cardellicchio, prefetto a riposo, già alto dirigente del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e autore della postfazione.

Nell’intervista, Michaela Marcaccio ha chiesto lumi a Simonetta Tassinari sulle caratteristiche della saggistica narrativa, alla quale si ispira il lavoro di Franco Mancini: stile che trova origine negli Stati Uniti, utilizzando gli strumenti del diritto, della storia, della medicina e della criminologia, senza dimenticare le persone.

“Uno di noi si colloca nel solco di quella saggistica narrativa che ha conosciuto uno dei suoi capisaldi nel libro “A sangue freddo” (in Cold Blood), pubblicato nel 1966, dallo scrittore americano Truman Capote” – ha risposto Simonetta Tassinari -“per raccontare fatti veri, realmente accaduti, attraverso gli strumenti della letteratura, senza rinunciare alla fedeltà documentaria. La saggistica narrativa, di estrazione anglosassone, non è un saggio tradizionale che deve sembrare autogenerato, senza intrusioni da parte dell’autore, ma usa  il saggio come se fosse un romanzo, attraverso scene e personificazioni e, allo stesso tempo, apportando conoscenze”. Simonetta Tassinari ha, quindi, parlato dell’impatto di una tragedia sull’identità collettiva di un paese, spiegando cosa succede quando un “ingranaggio” sembra ribellarsi. E’ una tragedia che non si esaurisce ma che si tramanda, continuando a vivere nelle coscienze di chi l’ha sfiorata, nei ricordi che invita a reinterpretare e nei sospetti che insinua, costruendo moventi, stabilendo nessi, modificando ciò che pensiamo e ricordiamo degli altri. “Invece, il dubbio” – scrive la Tassinari, nella sua prefazione – nelle pagine di Franco Mancini, conserva il significato più nobile della parola, restituendo alle vittime ciò che la morte e la cronaca rischiano di sottrarre loro una seconda volta: la vita che avevano prima di diventare vittime e chiede al lettore di resistere alla soluzione della risposta, per invitarlo a sostare nei dubbi, nelle vite, nelle conseguenze, ricordando che, dietro ogni fascicolo, esistono esistenze che nessun fascicolo potrà contenere per intero. “Perché la cronaca comincia quando qualcosa accade. La vita, quasi sempre, era cominciata molto tempo prima”.       

Vincenzo Cardellicchio spiega, nella sua postfazione, il tipo di formazione continua e minuziosa che la Polizia di Stato riserva al suo personale, evidenziando il livello di eccellenza internazionale assoluta raggiunto, grazie agli strumenti sofisticati ed ai laboratori scientifici tra i migliori al mondo, ma che non è bastata nell’indagine sul giallo di Pietracatella.

“Perchè c’è l’imponderabile e non c’è un manuale di investigazione che possa insegnare tutto” – ha risposto alla giornalista Michaela Marcaccio, il Cavaliere di Gran Croce, Vincenzo Cardellicchio – L’attività investigativa in questo caso è stata particolarmente complessa ed ha visto gli inquirenti impegnati su diversi scenari, continuamente cambiati, che presuppongono una minuziosa cura dei particolari. L’indagine di Pietracatella potrebbe fare “scuola”, dimostrando come la ricerca della verità non possa prescindere dal rigore delle prove, dalla prudenza dei giudizi e dal rispetto della presunzione d’innocenza. E potrà farlo anche grazie alla presenza, in città, delle nostre scuole dei Carabinieri e della Polizia, che formano agenti e ispettori di polizia, per i quali viene prevista la massima cura per il ruolo importante rivestito nelle indagini. Una formazione continua e complessa che ci fa comprendere quanto non si possa facilmente indagare nei sentimenti e nelle pulsioni umane, se non si partecipa, in maniera totalizzante, all’indagine, sapendo entrare nella vita delle persone, dove le persone sono chiamate a rivivere centinaia di volte determinati episodi, dai risvolti psicologici ed emotivi importantissimi. La frequenza con cui tanti soggetti sono stati ascoltati, ripetutamente, durante questi mesi, testimonia lo sforzo compiuto nell’ indagine per la ricerca di verità che è l’anima del libro di Franco Mancini. Esistono, quasi sempre una verità giudiziaria, una storica, una intima, un’altra sociale e che sono quelle dove si è soffermata l’attenzione di Franco, convincendo me e Simonetta a partecipare al progetto di questa pubblicazione. Ci ricordiamo, sempre, di Enzo Tortora e queste sono le ombre che scuotono la certezza degli inquirenti, oltre ogni ragione”.

Ma la saggistica di Mancini non è soltanto narrata, ma, probabilmente, anche poetica, come ha ricordato Simonetta Tassinari, quando Franco Mancini dedica le sue conclusioni al ricordo umano di Sara e Antonella, citando la consolazione laica di Menandro, Plauto, Leopardi, che vedono nella morte dei giovani un privilegio e il segno di un’ elezione. O quando cita il pensiero sullo stesso tema, di Sant’Agostino e dello scrittore britannico Scott Holland che immagina la morte come un passaggio dall’altra parte, come se si fosse nascosti nella stanza accanto, ma dove si continua ad essere, ancora e sempre, l’uno per l’altro. Fino a chiudere il saggio affidando il ricordo della giovane Sara alle parole della canzone “Ovunque sarai” di Irama:  “Cara Sara, come immagina ed assicura Irama, ovunque sarai, se sarai luce, scalderai, se sarai vento, canterai”.

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