L’indagine dell’artista nei quartieri dove è difficile vivere, per celebrare la dignità e la ricchezza dell’essere umano (dal secondo evento di “Oltre la Fotografia”, dell’Associazione “Il Cavaliere di San Biase”)

Di ritorno dal Marocco, Ciro Battiloro (classe 1984), originario di Torre del Greco, laureato in filosofia presso l’Università “Federico II” di Napoli, comincia a dilettarsi nella fotografia spontanea, grazie ad una macchina analogica. E comincia ad appassionarsi allo studio della fotografia, seguendo le indicazioni dei grandi maestri della fotografia del secolo scorso, come Chris Killip, Dave Heath, Mary Ellen Mark, Joseph Koudelka, crescendo nella consapevolezza di poter rendere ancora più creativa l’interpretazione della realtà dettata dalla fotografia meramente documentaria, per comprendere ed esplorare il mondo, rendendo la fotografia un’esperienza unica e irripetibile. Un’opportunità che gli capiterà, immortalando l’intimità di quegli abbracci, di quella solitudine e fede, nonchè di quell’insospettabile dignità dell’essere umano, presenti nell’umanità silenziosa, “in bianco e nero”, che costui andrà a visitare, la domenica pomeriggio, nelle case e nei vicoli di alcune periferie del mondo, in via di estinzione e dove è più difficile vivere, paradossalmente inserite nei contesti urbani più centrali di città del Sud Italia, come il Rione Sanità di Napoli ed il Quartiere Santa Lucia di Cosenza.
Abbiamo accolto e ascoltato l’artista Ciro Battiloro, nella Sala Fratianni del Circolo Sannitico di Campobasso, giovedì 12 marzo , nel corso del secondo appuntamento dedicato alla fotografia d’autore, della Rassegna “Oltre la Fotografia”, promossa dall’Associazione ” Il Cavaliere di San Biase”, presieduta da Antonella Struzzolino, nell’evento patrocinato dal Comune di Campobasso, dall’Ordine dei Giornalisti del Molise e dalla Galleria “Gino Marotta” dell’Unimol. Il suo libro “Silence is a Gift”, pubblicato, nel marzo del 2024, dalla casa editrice francese Chose Commune, è stato selezionato tra i finalisti del prestigioso premio Paris Photo Aperture PhotoBook Award 2024. E, nel 2025, un’ampia mostra dedicata al suo lavoro è stata esposta nella prestigiosa galleria Al Blu di Prussia, di Via Gaetano Filangieri 42, a Napoli.
Il narratografo Stefano Di Maria ha intervistato, nella circostanza dell’evento, il fotografo Ciro Battiloro, chiedendogli come sia nata la sua indagine fotografica ambientata nel Rione Sanità di Napoli e nel Quartiere Santa Lucia, documentate nel libro. Se sia stata casuale o se sia stata il frutto di un progetto.
“Quando ho cominciato il lavoro” – ha risposto Battiloro – ” avevo in mente di creare un corpus di lavoro ampio, capace di indagare in profondità, nel contesto che andavo a fotografare. Tutto nasce dalla semplice curiosità, che è la molla che mi stimola da sempre. Ho scelto di fotografare due quartieri centrali, che vivevano situazioni complesse e che hanno patito negli anni un processo di marginalizzazione, fino ad essere visti come dei ghetti all’interno della città, forse anche a causa dell’assenza di una lungimirante visione politica. Il quartiere centrale Santa Lucia di Cosenza, per esempio, si è svuotato e sta per scomparire. Era un quartiere che rappresentava l’identità della città e che si è trovato ad affrontare problematiche simili a quelle delle marginali periferie. Il Rione Sanità a Napoli nacque come un rione destinato alle famiglie aristocratiche, ma a seguito della costruzione del ponte della Sanità, che collega Capodimonte al resto della città, è stato tagliato fuori dalla vita cittadina, perché questo nasceva all’interno di una cava. Quel ponte lo ha isolato dal resto della città. Il quartiere non veniva più attraversato e ha vissuto alcune allarmanti emergenze sociali, come un alto tasso di disoccupazione, di evasione scolastica e la presenza di organizzazioni criminali. In questo momento, il quartiere sta vivendo una stagione di rivalutazione, riqualificazione ed è divenuto una delle zone più visitate di Napoli. Quando ho cominciato il mio lavoro di ricerca, non lo viveva e visitava quasi nessuno, a parte gli abitanti. Sembrava che vi vigesse il coprifuoco. Mi stimolava comprendere come mai una zona così centrale, nel cuore della città, fosse stata tagliata fuori. Mi incuriosivano le narrazioni sulla violenza e pericolosità del suo ambiente. Volevo rendermi conto di cosa vi accadesse. E una volta a contatto con quei luoghi, mi sono accorto della ricchezza umana incredibile dei suoi abitanti, frequentando le persone. Nei miei lavori, mi lascio sempre uno spazio per lo stupore e la sorpresa dell’incontro. Perchè senza quelli, la fotografia perde il suo senso originale. Vedo tanti lavori in giro che sembrano precostituiti, programmati, come se il fotografo sapesse già di cosa ha bisogno, ma che mi sembrano il frutto di un approccio preconcetto. Non si può raccontare un contesto, soltanto attraverso la nostra visione predefinita, senza un confronto reale. E’ fondamentale il continuo incontrare il soggetto della foto, a qualsiasi forma appartenga (paesaggio, architettura e, a maggior ragione, quando parliamo dell’essere umano). Grazie alla possibilità di condividere la quotidianità con quelle persone, si è creata l’idea di fondo del lavoro, ovvero quella di lavorare nell’intimità. Perchè quello che accade nelle case e nei quartieri non lo vediamo, non lo conosciamo. O perchè riceviamo solo la narrazione di luoghi difficili e negativi da evitare, o perchè sappiamo che sono da riqualificare. Tra questi due estremi manca il tema centrale rappresentato dagli abitanti, dalle persone che formano l’identità di questi luoghi. E quindi mi sono chiesto come e cosa avrei potuto raccontarli. E ho trovato la risposta nell’essenzialità delle loro vite, attraverso un linguaggio fotografico che fosse in grado di raccontare le relazioni vissute. Quelle perdute. L’amore. La solitudine. La ricchezza presente in questi mondi e l’autenticità dell’essere umano”.
Stefano Di Maria, autore dell’intervista, fa notare che, in controtendenza rispetto al titolo del libro, la rassegna di fotografie esordisce con l’immagine di una bimba che disegna sul vetro, lasciando immaginare l’armonia e la musica di fondo che accompagnerà tutto il lavoro.
“Il silenzio è un dono (Silence is a gift)” – risponde l’artista Ciro Battiloro – “è tratto da una piccola frase che scrissi, una domenica pomeriggio: l’unico momento in cui, nel rione Sanità, non c’è frastuono, le famiglie si incontrano, sono a casa a mangiare, magari aspettano di seguire la partita della squadra del cuore e puoi passeggiare tranquillamente nel silenzio dei loro vicoli. Un dono raro per questi vicoli, che, nelle sua rivelazione, riscopre l’anima nuda e immensa di un’umanità dimenticata. Dove il silenzio diventa intimità e una forma di resistenza: una sorta di ultimo riparo rispetto alle disuguaglianze sociali della società contemporanea, alla violenza, alle crisi esistenziali ed allo scorrere del tempo. Nell’intimità delle persone riscopri l’unicità di ogni essere umano, perchè, all’interno delle nostre case, non siamo omologati rispetto a quello che ci viene imposto da fuori. Da qui l’idea di utilizzare questa espressione per il titolo del mio libro fotografico, che rappresenta, anche, un manifesto estetico delle mie immagini, che non vogliono scioccare o rapire. Ma che vogliono rimanere silenziose, accompagnando chi le guarda, all’interno di questi mondi, mettendo in comunicazione, molteplici tipi di persone e di realtà. Quell’ immagine della bimba, all’inizio del libro, è un po’ diversa rispetto alle altre foto e abbiamo concordato, con l’editrice francese, di metterla all’inizio, perchè fosse un invito ad immaginare e a entrare in quello che accadrà nelle immagini successive. Come se fosse un grillo parlante. Trasognante. Che osserva tutto quello che c’è intorno, in un mondo claustrofobico, frutto di un vissuto difficile di chi ha dovuto cambiare, spesso, l’abitazione e dove c’è una forte prossimità”.
Stefano Di Maria intervista l’autore di “Silence is a Gift”, osservando: “C’è un modo di custodirsi. Di proteggersi. C’è nel libro un forte contatto umano e desiderio di prendersi cura, sia tra genitori e figli, che con gli animali domestici ed il sacro. Ci racconti quest’intimità presente nelle tue immagini?”.
“La cura verso l’altro è centrale nel mio lavoro. L’ho vissuta come esperienza personale. Quando entravo in casa, le prime domande che mi venivano poste erano: come sta la tua famiglia? Hai mangiato? Che, di primo acchito, potevano apparire delle formalità e che invece erano sentite, dimostrando una forma di affezione verso l’altro che stiamo dimenticando. Molti mi chiedono come realizzo queste foto in cui sembrerei invisibile e dove, in realtà, sono accolto e supervisibile nelle loro case. Ma è perchè gli abitanti di quel quartiere hanno colto la mia sincera attenzione alla loro vita. Nelle mie foto ci sono corpi che si abbracciano o che si scontrano. C’è sempre quell’essere vivi nelle relazioni. Occasione che diventa sempre più rara”.
Il narratografo Stefano Di Maria chiede all’autore di “Silence is a gift” se si sia fatto guidare, nella conoscenza del Rione della Sanità, da qualcuno che lo ha accompagnato, porta a porta o se abbia costruito delle relazioni casuali.
“E’ stata una ricerca continua, avvenuta in quasi 6 anni. La mia continua presenza mi ha aperto le possibilità. Ho conosciuto delle persone nel quartiere che si sono rivelati degli apripista che mi hanno presentato altre persone. Ho, sempre, cercato di stabilire un’empatìa diretta con i soggetti fotografati, rispettando chi non voleva essere fotografato e trascorrendo anche molto tempo senza fotografare. I vari rapporti costruiti nel tempo, nascono da una continua frequentazione, trascorsa anche senza fotografare. All’inizio sei attratto ed incuriosito dalla diversità delle altre culture, ma nel tempo, quando approfondisci quelle relazioni, fai un lavoro fotografico che resta nel tempo.
Stefano Di Maria nota che il lavoro documentaristico di Ciro Battiloro è, puntualmente, integrato dai video: “Oltre alla fotografia, abbiamo notato anche dei video emozionanti. Oltre alla fotografia, conservi filmati, lettere, scritti, regali che sono il ricordo di quest’esperienza?”.
“Si, i video, mi tornano utili, in generale, per le presentazioni dei progetti. Tra i ricordi importanti, conservo, per esempio, la lettera emozionante di un ragazzo che uscirà fra breve da una comunità di recupero, con il quale ho condiviso una corrispondenza. L’esperienza umana è quella più importante che, alla fine, ti rimane. Noto che, in generale, si stia perdendo il senso di una fotografia che manifesti autentica attenzione verso l’altro Vedo sempre meno lavori che si rivolgono verso l’altro in maniera delicata, rispettosa, giusta, veritiera”.
Di Maria: ” Nel momento in cui hai scelto le foto, ti sei sentito in dovere di fotografare tutti quelli che ti avevano accolto o le scelte editoriali hanno vinto sulla parte emozionale?”.
“E’ stato un lungo processo ed è chiaro che ho dovuto operare una sintesi ed una selezione delle 250 pellicole di cui era fatto il progetto. E’ chiaro che occorre fare dei passi indietro, prendendo distanza da quello che si è fatto. Cosa che non sempre i fotografi riescono a fare da soli. L’ideale è poter contare su una persona che ti aiuta, con lucidità, a prendere distanza dal lavoro svolto. Nel mio caso, l’editrice è stata super utile, da questo punto di vista. L’idea di mettere insieme i lavori del Rione Sanità di Napoli con il quartiere Santa Lucia di Cosenza è venuta all’editrice, per creare qualcosa che andasse al di là del contesto, per dare una chiave più poetica, che mi consentisse di raccontare la connessione con l’altro, la solitudine, lo scorrere del tempo, al di là della pura documentazione. Infatti, nel libro, abbiamo diminuito le informazioni e non ci sono le didascalie ed il racconto sulle storie dei soggetti. Abbiamo preferito che il lettore si facesse una propria interpretazione creativa di quanto fotografato, attraverso la selezione delle immagini, andando a sottrazione e non ad aggiunta di elementi. Nelle foto, quasi non si capisce dove siamo. I quartieri non li vediamo. Era importante mettere le persone al centro. Il linguaggio del loro corpo. Devono essere loro a parlare. Diventa un lavoro più universale”.
Stefano Di Maria chiede: “Se spostassimo il baricentro del concetto di silenzio utilizzato in questo caso, per altri luoghi (ad esempio, in montagna o in un’isola disabitata), immagini una possibile prosecuzione del tuo lavoro? Pensi che si possa trovare un filo conduttore?”.
“I miei lavori sono stati, quasi sempre, come capitoli di uno stesso lavoro. Il mio approccio resterebbe quello. E’ chiaro che a seconda dei contesti, si otterrebbero spunti differenti. Ma il mio approccio alla fotografia resterebbe quello. Il tema dell’intimità lo porto con me, anche in altre ricerche. E’ un po’ il filo conduttore della mia ricerca”.
Conclude l’intervista Di Maria, chiedendo: ” A quali progetti nuovi stai lavorando?”.
“Si, ho quasi chiuso un nuovo lavoro sulla comunità dei pescatori della Normandia, che iniziai come il progetto di una residenza d’artista e in cui sono tornato per quattro anni. Gli interni delle case sono, in quel caso, sostituite dalle barche e più che la relazione familiare, al centro dell’attenzione c’è, in questo caso, il lavoro e la concentrazione fisica e mentale richiesta. C’è Il rapporto con la natura, quello della solitudine e ritorna, in qualche modo, il tema della relazione ( quella vissuta con gli altri membri dell’equipaggio).E poi sto lavorando ad un altro progetto che riguarda l’area vesuviana ( ambientato fra Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata), grazie al quale parlerò della dimensione di vita più rurale, presente nella provincia, in contrapposizione a quella delle grandi città.
Per quanto riguarda l’attuale, minore, ricorso all’utilizzo delle stampe fotografiche, Ciro Battiloro risponde a Di Maria, che gli album di famiglia continuano a rappresentare una delle forme più potenti del significato essenziale della fotografia, perchè preservano la memoria storica e da questo punto di vista, anche i libri di fotografia, già a partire dalla scelta dei colori, dei dettagli grafici e dei simboli che raccontano in copertina, testimoniano gli importanti ragionamenti che ci sono dietro la costruzione di un libro e delle storie che racconta ed illustra.






















