L’idea di uno Stato di dimensione europea, nonché quelle di nazione e di libertà, fra le eredità del Risorgimento, indicate dallo storico Carmine Pinto

Con i saluti di benvenuto del Prefetto di Campobasso, la dr.ssa Michela Lattarulo, ha preso il via, nel Salone d’Onore della Prefettura, un nuovo ciclo di incontri sui temi storici più significativi della storia d’Italia, con il primo appuntamento dedicato all’Anniversario del Bicentenario del duello storico che vide per protagonisti il militare, patriota e poeta originario di Civitacampomarano, Gabriele Pepe, con il poeta e diplomatico francese, Alphonse de Lamartine, durante il loro soggiorno fiorentino, il 19 febbraio 1826. Scontro nato dalla provocazione del poeta e segretario dell’ambasciata francese, Alphonse de Lamartine che, in un suo pometto, definì l’Italia come “terra di morti” e gli italiani come un “popolo di vigliacchi e pugnalatori”. Il militare molisano Gabriele Pepe restituì l’onore e all’Italia, vincendo la sfida, dopo aver ferito Lamartine a un braccio. Tale vittoria assunse presto il valore di un rinnovato amor patrio, popolare, nei confronti dell’allora dominante monarchia francese e fu celebrata in tutta la penisola, trasformando l’esule molisano Gabriele Pepe, che a Firenze aveva scelto di risiedere dopo l’esilio a Brunn in Moravia, in un eroe e simbolo del Risorgimento nazionale.
Nell’incontro svoltosi nella mattinata dello scorso 28 Maggio, in Prefettura, dal titolo “Libertà e unificazione. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica”, sono intervenuti: il ricercatore storico campobassano Antonio Salvatore, già autore di alcune pubblicazioni, in collaborazione con Fabrizio Nocera, che hanno ricostruito la storia del Molise, durante la Prima e Seconda Guerra Mondiale. Con lui, nell’incontro moderato dal Vice Capo di Gabinetto della Prefettura, dr. Leonardo Di Giammartino, originario di Larino, c’era il prof. Carmine Pinto, storico originario di Padula (Sa): Professore di Storia Contemporanea e Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici, presso l’Università degli Studi di Salerno e studioso, di fama nazionale, sui temi dei conflitti civili nella formazione degli stati nazionali nel XIX secolo, sulla storia del Risorgimento e sulla storia politica dell’Italia repubblicana e del Mezzogiorno italiano. Carmine Pinto è l’autore del saggio “Il Plebiscito del 1860” (Ed. Rubbettino), presentato, nel pomeriggio del 28 Maggio, nella Libreria “Risguardi” di Campobasso, per ricostruire il passaggio epocale rappresentato dal plebiscito meridionale del 21 Ottobre 1860, che sancì l’annessione del Mezzogiorno all’Italia unita.
Lo storico Carmine Pinto che, nel 2021, il Ministro per i beni e le attività Culturali nominò Direttore dell’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, in risposta a una domanda del dr. Leonardo Di Giammartino, ha spiegato cosa fu e cosa ci ha lasciato il Risorgimento italiano:
“Il Risorgimento fu la sostituzione di un sistema statuale irrilevante, con una nazione di dimensione europea” – ha ricordato il prof. Carmine Pinto -” Gli Stati cosiddetti preunitari erano Stati che, dal punto di vista del potere, erano legati a dinamiche, soltanto, europee, dal momento che Paesi come gli Stati Uniti erano, all’epoca, un popolo lontano e difficile da raggiungere. E il potere europeo si presentava congelato su 5 o 6 grandi monarchie: quella ispanica, la francese, la britannica, l’asburgica, la russa. Gli ulteriori Stati erano irrilevanti e non avevano la possibilità di avere un ruolo autorevole all’interno dei giochi delle superpotenze, ma erano, comunque, condizionati dalla gerarchia del potere. Come dimostra la constatazione per cui il Regno di Napoli, congiunto al Regno di Sicilia, dal punto di vista della sovranità, non avesse mai avuto una dinastia napoletana, perchè non c’era mai stata una forza politica delle classi dirigenti, talmente forte da far sì che un Pignatelli, o il Principe di Salerno, Antonello Sanseverino, diventassero così autorevoli da far coalizzare gli interessi dei tanti baroni. Andando indietro nel tempo, ricordiamo che il Rinascimento ha rappresentato il momento della storia in cui l’Italia ha avuto più potere nel mondo. E lo testimoniano ancora oggi, i 150 milioni di turisti, che ogni anno vengono a Venezia, a Roma, a Firenze, a Pompei, per ammirarne il patrimonio artistico. Ma il Rinascimento si conclude con il fatto che in Italia non nasce uno Stato italiano. L’Italia divenne, il luogo di confronto delle grandi potenze europee e dello scontro animato dalle cosiddette guerre d’Italia (quelle che videro le grandi monarchie europee come la Francia e la Spagna contendersi l’egemonia sul suolo italiano). Il Risorgimento è esattamente questo: la risposta delle classi dirigenti italiane, fra il XVII ed il XVIII secolo, a questa sconfitta storica. Nel momento in cui sei all’apice mondiale dell’arte e della ricchezza non riesci a fare uno Stato italiano” – ha proseguito il suo intervento il prof. Carmine Pinto, che all’Università di Salerno coordina il Dottorato in Studi Internazionali Storici e Letterari -” Quel Rinascimento “italiano” che produsse denaro, non produsse lo Stato italiano. Mentre la Francia, che non produceva denaro, produsse lo Stato francese, dove la stessa monarchia coincideva con lo Stato, dal quale era inseparabile. Per cui come conseguenza del Risorgimento ci resta lo Stato. Ovvero, il primo prodotto del Risorgimento fu l’idea dello Stato italiano, che acquisiva una forza ed una importanza di dimensione europea. Perchè, con il Risorgimento, prevalse il principio che, senza uno Stato di dimensioni europee, non sarebbe mai esistita la nazione. Fu quello Il tema fondamentale delle classi dirigenti liberali e il punto chiave del pensiero politico risorgimentale. E il RIsorgimento si rivelò il più grande successo della storia italiana: la costruzione di uno Stato che nasceva dall’idea che non potesse esistere una nazione, se non c’era uno Stato di dimensioni europee tali da garantirne l’esistenza. Fino ad allora, dal Rinascimento in poi, si era, nel frattempo, consolidata una comunità politico intellettuale di tipo italiano che, però, non aveva mai maturato l’idea di nazione. A sua volta, l’idea di nazione promosse l’idea di una comunità nazionale fondata su valori morali e culturali condivisi, dove si nasceva italiani, a prescindere da qualsiasi registrazione anagrafica, perchè il processo storico aveva creato una identità, che coincideva con la presenza di una comunità e di uno Stato. E la terza conseguenza del Risorgimento pervenuta fino a noi fu quella idea di libertà, pervenuta dai principi liberali sui quali si costruì l’idea di nazione, grazie ai principi liberali di Camillo Benso Conte di Cavour, ex Presidente del Consiglio dei Ministri, del Regno d’Italia, che disse: “Io, alla libertà devo tutto quello che sono”. Il Professore Carmine Pinto ha concluso il suo intervento, ricordando l’influenza di Giuseppe Mazzini, rivalutata maggiormente dopo la sua morte e ricordando quella del liberalismo più tradizionale che tendeva a depotenziare l’incidenza dello Stato: come quella più tipica, del XIX secolo, in cui la separazione fra lo Stato, la società civile e la Chiesa, doveva essere, particolarmente, forte. L’epoca risorgimentale affermava il principio per cui la nazione esiste perchè è una scelta libera. Il nazionalismo italiano si affermava grazie ad una riforma liberale, tramandando, l’idea dello Stato, della Nazione e della Libertà.
Il professore Carmine Pinto ha quindi spiegato, nel corso dell’incontro, la differenza fra il Risorgimento italiano e quello europeo, nella loro rappresentazione geografica e territoriale, maturata dalla necessità e dall’obiettivo di far coincidere le identità storiche dei vari territori, laddove un’identità nazionale non era mai esistita. E ha raccontato la storia che condusse l’Europa e l’Italia al Risorgimento: “Oggi ci sono 195 Stati riconosciuti, di cui 150 provenienti dagli effetti delle crisi imperiali. All’epoca, fra il Settecento e l’Ottocento, gli Stati erano tutti connessi con i grandi sistemi imperiali (circa una decina). C’erano quello ispanico, quello francofono, asburgico, russo, ottomano. E la sovranità politica del Regno di Napoli era figlia dell’equilibrio europeo connesso ai grandi sistemi imperiali. Se l’equilibrio delle altre grandi potenze europee era germanofono, da noi predominavano gli Asburgo. Se invece esisteva il potere francofono, a dominare c’erano i Borboni e gli Angiò. Il collasso dei sistemi imperiali determinò, in forme storiche diverse, la formazione delle nazioni. L’Italia fu il prodotto di una triplice crisi: quella Asburgica, quella Borbonica e quella dello Stato Pontificio. Nell’Europa occidentale, il processo di costituzione nazionale culminata, in Italia, con il Risorgimento, fu un processo di trasformazione statuale, proveniente da quelle crisi”.
Interessante è stata la lunga dissertazione che il prof. Carmine Pinto ha svolto sul metodo di indagine compiuto dagli studiosi di storia, evidenziando come la storia non esista a prescindere, ma in quanto insieme di emozioni e di oggetti che vengono richiamati in servizio, nel momento in cui li produci e li fai rivivere, nel presente. Le vite esistono quando le raccontiamo, chiamando il servizio il passato, di cui, spesso, non conosciamo i “volti”. Quando si hanno a disposizione gli strumenti filologici, si può parlare del passato. Ma non sempre gli storici hanno a disposizione tali strumenti e quando non conoscono i fatti, sono costretti a inventarli. Ma anche inventare richiede strumenti scientifici, morali e codici professionali per correggere il passato e perché la storia narrata diventi verosimile. Per esempio, spesso, il racconto delle guerre o delle ideologie, si basa sul fenomeno del risentimento che può aver generato l’insoddisfazione e che può partire, spesso, da motivazioni e giustificazioni immaginarie e facili (dal momento che il passato non può rispondere). Ma tutte le volte che l’invenzione della storia nasce dal principio del risentimento, questa rischia di essere deformata.
Lo storico Carmine Pinto, che ha scritto alcuni libri sul Mezzogiorno italiano e sul brigantaggio, esplorandone le dinamiche di potere, ha inoltre, spiegato la differenza, spesso sottovalutata, fra la “questione sociale”, la “questione meridionale” ed il meridionalismo. La “questione sociale” fu il dibattito politico e culturale, nato nell’Ottocento, in seguito alla rivoluzione industriale, per evidenziare e combattere le disuguaglianze, lo sfruttamento e le condizioni di vita povere della classe operaia. La “questione meridionale” fu creata da un filone di politici ed intellettuali della Destra storica, come Sidney Sonnino, Roberto Sacchetti, Salvatore Bottari, Giustino Fortunato, che si opposero alle pratiche di governo della Sinistra Storica di Agostino Depretis e Francesco Crispi. Mentre il “meridionalismo” fu un movimento culturale molto più eterogeneo che si basava sull’idea che lo sviluppo del Paese dovesse passare attraverso il processo di modernizzazione industriale del Mezzogiorno.
Nel corso dell’incontro “Libertà e Unificazione. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica”, l’archeologo e ricercatore storico Antonio Salvatore ha narrato la vita rocambolesca, ” al limite”, dell’ufficiale dell’esercito napoletano, nonché letterato e poeta Gabriele Pepe, originario di Civitacampomarano, ricordandoci quanta poca eredità storica e di conoscenza, abbiamo oggi conservato, del suo testamento spirituale. Nella sede della Provincia di Campobasso, sono conservate due sciarpe e una divisa originale, da Ufficiale, dell’epoca. Il 7 Dicembre 1899, l’Amministrazione di Campobasso deliberò, all’unanimità, la scelta di intitolare la Caserma militare del luogo all’illustre eroe del Risorgimento italiano. Un tempo, c’era una strada intitolata all’illustre militare molisano, nei pressi dell’ex Distretto Militare. Ci fu, quindi, un momento importante, celebrativo, quando, il 27 Luglio 1913, fu inaugurata la statua di Gabriele Pepe, coincisa con l’intestazione onorifica della piazza.
Gabriele Pepe, nato a Civitampomarano il 7 dicembre 1779 e qui deceduto il 26 Luglio 1849, nacque in una famiglia borghese di fine Settecento e “cominciò a respirare idee liberali grazie al padre che fu esiliato, perché tacciato di professare idee liberali”- ha raccontato Antonio Salvatore -“Il padre, Carlo Marcello, accusato di giacobinismo, fu esiliato a Marsiglia, insieme al primogenito Raffaele, perché frequentava Eleonora Pimentel Fonseca, anche lei figura di spicco del patriottismo meridionale, madrina della Repubblica Nazionale del 1799, che sarebbe stata catturata e impiccata a Napoli dai Borboni. Gabriele Pepe sembra avviato agli studi umanistici e scientifici, quando, già a 17 anni, manifesta una spiccata propensione per il mestiere delle armi. Si recherà, giovanissimo, a Napoli, per arruolarsi, come alfiere, nel secondo reggimento della Cavalleria “Abruzzo”, pagando duemila ducati. E già nel 1798, partecipa alla prima campagna militare, nell’esercito napoletano, sconfitto dalla Repubblica romana, filo francese. Gabriele Pepe viene, quindi, preso prigioniero a Velletri, dove riuscirà a fuggire, nel 1799, per aderire alla Repubblica Napoletana, nella veste di soldato semplice, combattendo contro l’Armata Sanfedista che passò per il Molise, saccheggiandolo e tentando di violentare la sorella di Pepe, salvata dai mezzadri della famiglia. Lui sarà ancora, per otto mesi, prima prigioniero, quindi condannato a morte e la pena sarà trasformata in esilio a Marsiglia. Entrerà a far parte della Legione italiana, stanziata nella Pianura Padana, quando ci fu il trattato di Pace a Firenze, nel 1801, fra Napoleone e Federico IV, imposto dopo una nuova sconfitta del Regno di Napoli, che permise l’occupazione francese in vari territori. Per 4 anni, Gabriele Pepe, abbandonerà le armi per fare il letterato. Verrà, quindi, promosso da alfiere a tenente, quindi a capitano e trasferito prima a Foggia, dove combatterà il brigantaggio e quindi a Bergamo, in una Compagnia che sarà trasferita in Spagna. Qui Pepe salverà l’esercito dalla distruzione e si coprirà di onori, diventando Croce di Cavaliere del Regno delle Due Sicilie, e proposto come tenente colonnello. Tornerà in Italia, nella veste di aiutante di campo del Generale Francesco Pignatelli. Nel 1815 Gabriele Pepe partecipa attivamente alla campagna militare di Gioacchino Murat, ma viene gravemente ferito in una battaglia nelle Marche e rientra a Napoli dove viene nominato Colonnello all’interno dell’esercito napoletano. Nel 1820 sarà eletto Deputato della Provincia del Molise nel Parlamento napoletano: incarico che durerà fino ai primi mesi del 1821, quando l’intervento delle truppe austriache pose fine alla sua esperienza costituzionale, costringendolo all’esilio in Moravia, dove rimarrà per due anni. Da esule potrà, quindi, rientrare in Italia, e non essendo possibile rientrare all’interno del Regno, avrà la facoltà di scegliere Firenze, come nuova residenza”.
Lo scrittore ed ex deputato e senatore del Regno d’Italia, Luigi Settembrini, in una pagina delle “Rimembranze”, riguardante la mattina del 15 Maggio 1848, scrisse un aneddoto in cui dichiarò di aver incontrato Gabriele Pepe, Generale della Guardia Nazionale, al quale chiese:” Generale, perché la Guardia Nazionale non obbedisce agli ordini della Camera?” e Gabriele Pepe risponde: “L’ho detto a questi signori, che non mi vogliono ascoltare. Provate a dirglielo Voi!”. Settembrini risponde: ” E che sono io, o Generale, rispetto a Voi?”. In quel momento entra un giovane, con gli occhi e il volto di un matto che esclama: ” Chi parla di togliere le barricate è un traditore ed io gli tiro”. E appunta il fucile sul petto di Gabriele Pepe, il quale, come chi scaccia una mosca, spinge, stizzito, in alto la punta del fucile, dicendo: ” Non fate sciocchezze” e gli volta le spalle, imperturbabile, per andarsene via tranquillo, con le mani dietro le reni. Luigi Settembrini, a quel punto, prese per il braccio il giovane e gli disse: ” Sai chi è Gabriele Pepe? E’ un prode soldato che ha il petto pieno di cicatrici. E’ colui che difese l’onore d’Italia contro il francese Lamartine che la insultava. E’ un grande e savio cittadino. E’ un uomo di virtù unica, innanzi al quale tu e io dovremmo cadere in ginocchio”. Il giovane si fece pallidissimo e disse”: Oggi siamo tutti pazzi!”. E dopo un poco pianse. E Luigi Settembrini, riferendosi a Pepe, scrive: “Vive ancora e, forse, leggerà queste parole che ho scritto”








