La storia del Molise riletta attraverso la divulgazione etnografica dei costumi d’epoca della “Collezione Scasserra”


“Ogni paese molisano aveva un suo abito. Una forte simbologia ne caratterizzava l’immagine e lo stile. Nelle occasioni pubbliche: osservando la mappa, ovvero il copricapo femminile, era possibile riconoscere il singolo paese molisano di appartenenza di ogni donna, nonostante i paesi fossero poco distanti fra loro, nel periodo storico che ha riguardato il Molise, fra la metà dell’Ottocento e i primi vent’ anni del Novecento” – ci ha spiegato, accogliendoci e guidandoci nel Museo presente nei pressi della sua dimora, Antonio Scassera, fondatore del Muves- Museo delle Vestimenta, inaugurato nel giugno 2025 e che ha già registrato la presenza di 2.500 visitatori.
Il Muves, che due anni fa, ha ottenuto il riconoscimento del Ministero della Cultura come “bene culturale di notevole interesse” e che, oggi, risulta sottoposto al vincolo di tutela e conservazione della Soprintendenza del Molise, rientra, inoltre, in un progetto statale che mira a salvaguardare i beni patrimoniali materiali e immateriali a rischio di scomparsa.
“La finalità del Museo – dice il Direttore del MUVES, Antonio Scasserra – è quella di ridare dignità e rigore scientifico ad una collezione che mira a far comprendere il valore di originali costumi d’epoca, nell’ambito dello scenario più ampio del patrimonio etnografico italiano, per svincolarsi, una volta per tutte, dall’enfasi folkloristica che l’ha svalutata, penalizzandola, nel passato”.
La collezione Scasserra è il frutto della tenace passione di Antonio Scasserra, classe 1980, archivista, archivista di Stato, etnoantropologo, laureato in Beni Culturali, che ha dedicato le sue due tesi universitarie al tema dei costumi d’epoca dell’area del Matese e all’oreficeria popolare molisana. Scasserra deve alle sue origini di Roccamandolfi, la nascita della passione: ” Sono cresciuto fra donne che indossavano i tradizionali costumi d’epoca, a Roccamandolfi ” – ci spiega Antonio Scasserra -” sia fra quelle della mia famiglia, paterna e materna, che fra una ventina di donne nel mio quartiere, che hanno rappresentato delle vere e proprie allevatrici, durante la mia infanzia. Quando avevo 12 anni ebbi una folgorazione, come quella di Paolo sulla via di Damasco, quando mia madre recuperò, accanto a un cesto della spazzatura, una fotografia antica nella quale erano ritratte delle donne che erano diverse rispetto a quelle del mio quartiere. Quando avevo 16 anni, la studiosa Ada Trombetta, che al tema degli abiti d’epoca, si dedicò, in maniera scientifica, pubblicando anche un volume, si accorse della mia passione”.
Il Muves, racconta, nella sigla, la presenza, nel Museo, delle “vestimenta”, come, tradizionalmente, nel gergo popolare, le donne anziane chiamavano i costumi, ed è introdotto da un primo ambiente, arredato in stile settecentesco: la Sala d’Onore dedicata a Ferdinando IV di Borbone, il ” Re Lazzarone” e “popolano”, nato nel Palazzo Reale di Napoli, che salì al trono ad appena 8 anni, nel 1759, incarnando, nel corso del suo regno i criteri del riformismo illuminato.
Costui, fin da bambino, amava rubare gli abiti dei figli della servitù per scorrazzare per Napoli e intorno ai vent’anni, organizzò un concorso di pittura, convocando, a Palazzo Reale, i maggiori pittori dell’epoca, chiamati a ritrarre delle coppie di contadini in costume. I vincitori del concorso furono stipendiati e mandati in tutte le province del Regno, per quattro anni, per poter inviare a Napoli, delle tavole dipinte con i costumi dell’epoca, più belli, del Regno delle due Sicilie. Alla fine del Settecento, quando i rampolli delle principali famiglie nobili europee vennero in Italia, per studiare le bellezze artistiche dell’Italia, nutrirono una particolare attenzione per i costumi d’epoca, annotando i particolari più interessanti, dal punto di vista estetico ed etnografico. La Sala d’Onore “Ferdinando IV di Borbone” presenta le porte curate dall’artista italoargentina Julia Vazquez, completamente decorate da medaglioni con i ritratti della famiglia Scasserra, che indossano i costumi d’epoca. I soffitti della Sala, dipinti dall’artista molisana Annalisa Cerio, sono divisi in quattro sezioni, per rappresentare le quattro stagioni dell’anno e della vita della donna, per vestire, simbolicamente, la donna molisana. Il dipinto principale, presente nel soffitto centrale della Sala è rappresentato dall’allegorìa del matrimonio. La progettazione degli arredi in “stile” della Sala e del Museo, voluti da Antonio Scasserra, è stata curata dal designer Angelo Martinino. Mentre, l’artista Valeria Pistilli ha curato, con la tecnica della sintografia, la realizzazione delle gigantografie presenti nel Museo.
Il Muves accoglie soltanto una parte della “Collezione Scasserra”: una quarantina di costumi originali rispetto ai 100 costumi esistenti. 800 pezzi di oreficeria popolare rispetto ai 1200 pezzi esistenti e centinaia di capi sciolti e di oggetti di uso quotidiano dell’epoca. Una campionatura di pezzi che, in molti casi, non è stato necessario restaurare, ma soltanto lavare, perché si trattava di pezzi nuziali che sono stati conservati, in maniera eccellente, per essere indossati il giorno delle nozze. Il reperimento dei costumi e della oreficeria è stata il frutto di una ricerca fatta da Antonio Scasserra, che ha esplorato il territorio, intervistando le famiglie presenti nei paesi molisani, durante i suoi studi universitari e della collaborazione fornita dalle numerose comunità di famiglie molisane emigrate all’estero, in modo particolare, in Canada e negli Stati Uniti
Le “vestimenta”, ovvero gli abiti rinvenuti, venivano indossati dalle donne del popolo, da coloro che vivevano una condizione più agiata, grazie al fatto di essere figlie di artigiani, di proprietari terrieri, di pastori transumanti, allevatori. E sono esposti all’interno del Museo, in cui ci sono ambientazioni suggestive che evocano la chiesa, il sagrato, il corteo e gli sposi, secondo percorsi che partono dal progetto del costume, dalle differenziazioni generate dai vari ceti sociali e suddivise secondo lo schema di vestizione della donne, fino ad arrivare alle “mappe”, ovvero ai copricapi: ” Ogni costume è di un paese diverso” – ricorda Antonio Scasserra, fondatore e Direttore del Muves – ” perchè ognuno, nel giorno del matrimonio, indossava il costume più bello del paese di provenienza, che poteva riguardare San Massimo, Campochiaro, Bojano, Guardiaregia, Cercemaggiore, che nonostante fossero paesi poco distanti, vantavano identità precise grazie agli abiti e ai cappelli che rappresentavano degli elementi distintivi, di riconoscibilità ed appartenenza, simili all’effetto identitario che può essere generato dai gonfaloni. E c’era l’abito della sposa, che doveva distinguersi, attraverso i caratteristici grembiuli. L’abito bianco arriverà più tardi, influenzato dall’Inghilterra. E abbiamo anche qualche abito nuziale che presenta influenza di stili provenienti dai Balcani. A quei tempi non esistevano le sarte come le conosciamo oggi, ma c’era il sarto del paese che realizzava l’abito su misura, per chi poteva permetterselo. Altrimenti il costume veniva confezionato fra le mura domestiche. E molti abiti erano realizzati completamente dalla lana di pecore. Le donne della famiglia provvedevano alla cardatura, alla filatura, alla tintura della lana, alla tessitura ed al confezionamento”.
Un’altra distinzione nell’abbigliamento dell’epoca era quella dettata dallo stato civile, per cui l’abbigliamento era diverso a seconda dello stato civile (nubile, coniugata, vedova, vedova giovane che aspirava a risposarsi) e poteva cambiare nei colori, le fogge e i monili: oggi esposti nel Museo, con manifatture in oro da 9 carati, nella misura di 800 pezzi di gioielleria, quasi interamente provenienti da Agnone, che fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento risultava, particolarmente, ricca di botteghe orafe.
Ci sono stati eventi recenti come la Giornata del Dialetto e delle Lingue Locali e come l’Expo 2025 di Osaka, nel luglio 2025 (nell’ambito del progetto “MoliSAKURA”), che hanno consentito di divulgare la pregiata Collezione Scasserra, oggi più nota all’estero che nello stesso Molise ed oggi contenuta nel Muves – Museo Vestimenta creato da Antonio Scasserra ed aperta tutti i giorni, su prenotazione, in un’area periferica di contrada San Giovanni dei Gelsi 130, rappresentando il lodevole messaggio della passione di singoli cittadini e di uno sforzo di imprenditoria privata, dalle finalità educative e didattiche, che mira a rileggere, in maniera meno folkloristica e più scientifica, la cultura di un territorio e la storia sociale, economica e politica di un Paese.

























