Alla ricerca dell’Io interiore e della felicità

Con le 54 pillole di saggezza del prontuario filosofico di Maurizio Santilli “Dialoghi tendenti alla felicità”

“La vera rivoluzione non è il Pil ma il Bil (benessere interno lordo). Non è il denaro il nostro punto di riferimento più autentico, ma, al contrario, l’essere apprezzati e trovare il proprio daimon, come dicevano i greci, ovvero quel talento che ci consente di fare quel lavoro appagante e creativo, in grado di attrarre la felicità”. Scrive l’attore, cabarettista e autore venafrano Maurizio Santilli, nel suo libro sulla crescita personale  “Dialoghi tendenti alla felicità”, edito da Cosmo Iannone Editore, traendo spunto dall’omonimo spettacolo teatrale da lui scritto nel 2015 e portato, a lungo, in tournée.

“La felicità non è nella destinazione, ma nel viaggio” – dice l’attore Maurizio Santilli, nel suo libro dedicato ai nostri antenati e presentato sabato pomeriggio, 25 Ottobre, nel Salotto Culturale voluto dal compianto Patron del Pastificio La Molisana, Vincenzo Ferro. “Quando mi chiedo come potrei essere più felice, mi viene sempre in mente Itaca!”-  dice Santilli ricordando la poesia di Konstantin Kafavis, in cui il viaggio diventa metafora dell’esistenza, per invitarci a non scoraggiarci e ad affrontare le avversità con coraggio.- “fai in modo che il tuo viaggio sia pieno di ostacoli e buche” – prosegue, presentando il suo libro “perché, come diceva, ad esempio, l’attore protagonista del film di Sorrentino La mano di Dio, al giovane Fabietto, per fare il cinema devi avere qualcosa da raccontare”.

Nel “vocabolario” della felicità di Maurizio Santilli (Venafro, 9 giugno 1964), attore televisivo e teatrale, cabarettista, nonché doppiatore e autore di film come “Il Viaggio”, primo film ad essere girato completamente in Molise, ci sono 54 voci che rappresentano altrettante pillole di saggezza, capaci di dimostrare come dentro ogni parola “chiave” possano nascondersi concetti, ricette ed insospettabili sentieri per raggiungere la felicità, avvalorati dai famosi aforismi dei più grandi pensatori della storia della filosofia, del costume e dello spettacolo: da Platone a Kant, a Cartesio, Lao Tze’, Rousseau, Pitagora, fino a Pier Paolo Pasolini, Mario Monicelli, Lucio Dalla, Franco Battiato.

“Tra le 54 voci che ho individuato, durante il mio percorso di cambiamento interiore e di vita, durato oltre 15 anni, c’è n’è una che oggi ci serve come il pane, rappresentata dalla filosofia” – dice l’attore Maurizio Santilli, “perché, attraverso la filosofia capisci il mondo e le sue contraddizioni, ma soprattutto ti alleni a considerare il tutto da differenti punti di vista, spostando quel problema che ci sembrava insormontabile, per ridimensionarlo, da un’angolazione diversa. Oggi non posso, ad esempio, risolvere il problema delle guerre che ci sono nel mondo, ma posso cambiare il mio modo di vedere le cose, recuperando il mio benessere interiore, spegnendo, per un momento, i telegiornali”.

“Fate attenzione a come, oggi, vengono date le notizie” – prosegue Maurizio Santilli, durante l’intervista di Michaela Marcaccio, “le notizie, oggi, vengono date perché tu possa essere controllabile e avere paura. Ma quando intercetti la conoscenza e la cultura, intercetti, invece, un sé che si forma, acquisendo uno spessore e una presenza che non sono scalfibili”, risponde all’intervistatrice, ricordando l’assenza attuale del tempo di qualità e il clima di negatività che oggi caratterizza il mondo dell’informazione.  

Tra le voci del libro compare la curiosità, quella che non ti farà mai invecchiare: “La vecchia nun ze vuleva murì pecchè nun z’era finita de imparà” – Maurizio Santilli ricorda, così, un proverbio popolare, nel corso dell’incontro, per far comprendere come la cultura, la curiosità e la conoscenza siano strettamente collegate, per darci un senso critico del mondo. “Ti abbeveri alla sete della conoscenza, per comprendere chi vuoi essere. Tutte le 54 voci elencate nel libro tendono alla felicità, intersecandosi, spesso, fra loro, per intercettare un percorso virtuoso di me, collegato a un Io interiore, collegato all’anima e alla conoscenza, che spesso dimentichiamo di avere e che distrattamente, nella vita di tutti i giorni, tendiamo a perdere. Invece, preferisco abbeverarmi alla conoscenza, per provare ad essere la versione migliore di me”, dice Santilli, ricordando il lavoro continuo della sua ricerca, ispirata dalle riflessioni fatte durante le passeggiate molisane.

“Come si allena la coscienza, quella sentinella etica, come la chiami tu, che siamo chiamati a leggere dentro di noi? ” chiede l’intervistatrice, Michaela Marcaccio.

“Dobbiamo essere coscienti, innanzitutto, che la nostra felicità è lì, dentro di noi “- risponde lo scrittore – “e che puoi intercettarla, soltanto, attraverso strumenti di conoscenza del sé. Oggi, proviamo un po’ tutti a essere americani, confondendo la felicità con il materialismo, ma non lo saremo mai. Noi veniamo dalla Grecia e se non facessimo filosofia, saremmo degli infelici”.

“Come si esce dal fallimento, per tendere alla felicità?” chiede Michaela Marcaccio. 

“Innanzitutto, i miei non sono stati fallimenti ma tentativi di felicità” – risponde Santilli – “I nostri avi non ci hanno, purtroppo, insegnato la cultura della sconfitta. E poteva pensarci soltanto un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, a scrivere sul valore della sconfitta, sostenendo che ai nevrotici del successo, preferiva, di gran lunga, la cultura della sconfitta. Una cosa che gli riusciva molto bene e che lo riconciliava con il suo sacro poco”. 

Uno dei capitoli del libro ai quali è maggiormente legato Maurizio Santilli è quello sull’avidità, considerata la micidiale radice di ogni male e ricordata nel libro, con la frase di Tyler Durden, un personaggio del romanzo Fight Club: “Le cose che possiedi, prima o poi ti possiedono”. “E’ allora capisci che quelle tre case che hai sono solo guai” sorride Santilli, nel corso dell’intervista.

Maurizio Santilli ricorda inoltre come l’Italia sia stata uno dei pochi Paesi dove sia nata prima la cultura e poi la nazione: “Abbiamo avuto, in Italia, dei pensatori clamorosi. Per intercettare la filosofia occorre conoscere la lingua napoletana e quella tedesca. Noi siamo di cultura napoletana. Proveniamo dalla Magna Grecia. E penso, ad esempio, alle lettere di Seneca a Lucilio. Quelle in cui Seneca dice a Lucilio  di tirare fuori la parte migliore di sé, ovvero le virtù. Quelle virtù che ci consentono di difendere la bellezza, di cui è fatta il patrimonio dell’Italia. Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo, ma siamo noi che dobbiamo salvare il mondo. Il problema è quando la bellezza non la vedi più”.

“Come possiamo misurare la normalità e come questa può aiutarci a tendere alla felicità?” chiede Michaela Marcaccio all’autore del libro “Dialoghi tendenti alla felicità”.

Santilli risponde, leggendo il brano presente nel suo libro concluso dalla frase di Lucio Dalla: “L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normali”, in cui viene ricordata la necessità della giusta distanza, del dare relatività alle cose guardando le cose con gli occhi del “buon senso”, che oggi manca sempre di più.

“Il silenzio e la saggezza in che rapporto sono?” conclude Michaela Marcaccio.

“Camminano insieme. Ho fatto un film, il Viaggio. E ho scritto un altro soggetto importante per il cinema, che rendono bene l’idea del silenzio delle aree montane. Di quello degli eremi.  E allora lì intercetti un quid, qualcosa di magico. Perché vanno, oggi di moda, i camminamenti in montagna e non più in mare? Non credo che sia un problema economico perché oggi costano di più gli ombrelloni e le sedie a sdraio. Ma perché la gente ha bisogno di una connessione diversa. Ha bisogno di ascoltarsi. E il silenzio della montagna ti permette di ascoltarti. Solo nel silenzio puoi capire chi sei e cosa vuoi. E trovare la verità. Come diceva il cantautore Franco Califano, che soffriva di solitudine, nonostante avesse vissuto una vita ricca di innumerevoli relazioni affettive, predicando la necessità dei corsi di solitudine quotidiana. Anche, perché, soltanto un solitario può essere un poeta. E quell’ora di silenzio e solitudine serve per intercettare quell’Io interiore che racconto nel libro, rivelatore di verità. Come diceva Rubi, un mistico tibetano, che invitava a dare retta a quella voce che non ha parole, riferendosi alla voce interiore”.

Fra le strade per la felicità, Maurizio Santilli, nel libro, non dimentica di ricordare quella dell’Amore, in tutte le sue forme, sempreché non l’abbiamo prima trovato per noi stessi.

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