“Investire sulla presenza dei servizi significa investire sull’uguaglianza sociale”

Lo storico del territorio Rossano Pazzagli interviene all’Ottava Edizione del Mac di Oratino, con una lectio magistralis sul futuro delle aree interne.

“Il Molise rappresenta l’emblema delle aree interne italiane” – ha dichiarato il prof. Rossano Pazzagli, durante la sua relazione enunciata, in piazza Rogati, nel corso dell’appuntamento inaugurale dell’ottava edizione del MAC di Oratino -” Laddove la definizione di aree interne non è esattamente quella che viene pronunciata, associando le aree interne ad altre aree del Paese come il Salento, il delta del Po o le coste della Calabria, ma dove tale denominazione sta ad indicare una condizione esistenziale dei luoghi caratterizzata dall’abbandono, dalla trascuratezza e dalle ferite e derisioni che ne conseguono”. E ha proseguito: ” L’Italia vive le conseguenze di un processo squilibrato di sviluppo cominciato negli anni “50, nel secolo scorso, che ha preferito concentrare la popolazione, i servizi, le attività produttive, soltanto, in alcuni poli, come le città e i tratti di costa che sono progressivamente cresciuti, a danno di altre aree, come il Molise, la Basilicata, la Calabria, ma anche di altre configurazioni collinari e montane del Nord Italia, evidentemente, marginalizzate, in un Paese, storicamente e strutturalmente, policentrico, che, dal punto di vista ambientale è costituito, all’80%, da colline, montagne e da uno “scheletro” fatto di crinali, di Alpi e dalla dorsale appenninica..”.

La lectio magistralis “Dal Molise all’Italia: le aree interne come questione nazionale” di Rossano Pazzagli, professore associato di Storia moderna, contemporanea, del territorio e dell’ambiente, presso il Dipartimento di Bioscienze e Territorio dell’Università del Molise, ha inaugurato, nel pomeriggio di sabato 22 Agosto 2026, l’ottava edizione della rassegna di eventi culturali “ORATINO MAC- Musica, Arte e Cultura”, inserita nel cartellone estivo “Vivi Oratino 2026” programmata nei giorni 22 e 23 Agosto 2026, dalla direzione artistica del pianista molisano Simone Sala, in collaborazione con l’amministrazione comunale, presieduta dalla Sindaca Loredana Latessa. 

Il festival “ORATINO MAC” – Musica, Arte e Cultura” fu fondato nel 2019 dal Sindaco dell’epoca, Roberto De Socio, con l’amministrazione comunale di Oratino e dal pianista bojanese Simone Sala (classe 1982), oggi docente e Vice Direttore del Conservatorio “Lorenzo Perosi di Campobasso”. In seguito alla lectio magistralis del prof. Rossano Pazzagli dedicata allo spopolamento, alle comunità locali ed al futuro delle aree interne, c’è stata l’esibizione musicale di Samuele Giancola Trio, con la partecipazione del sassofonista e clarinettista mantovano Marco Guidolotti, per una serata dedicata al jazz contemporaneo ed all’improvvisazione. Il programma ha quindi previsto, per domenica mattina, il concerto all’alba, sul tratturello di Oratino, del pianista Simone Sala con il virtuoso contrabbassista, originario di Frosinone, Maurizio Turriziani, che ha lavorato, per quarant’anni, accanto al compianto compositore Ennio Morricone. Mentre, domenica sera, 23 Agosto, la rassegna ha previsto il concerto “One World”: grande progetto dedicato alle musiche dei Coldplay, rielaborate per solisti, doppio oro e orchestra, per la direzione di Luciano Fiore, con la collaborazione di Gioele Chiaiese, Giada Franchella, Kevin Marseglia. Lucia Zuppa, con la voce recitante di Lello Lombardi e quelle del Coro Giovanile Art of Choir di Faenza, nell’ambito di una collaborazione con il Conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso.  

L’edizione 2026 del festival MAC ha fatto, quindi, registrare un ampliamento culturale della propria offerta, rispetto al tradizionale focus sull’ impegno musicale, focalizzando l’attenzione sul tema delle aree interne, grazie al contributo del prof. Rossano Pazzagli (Suvereto, 20.10.1958), docente dell’Unimol. Ex direttore ed attuale componente del Consiglio Scientifico del Centro di Ricerca per le Aree interne e gli Appennini (ArIA) dell’Unimol. Direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni”, presso l’Istituto Alcide Cervi di Gattatico (Re). Vice Presidente della Società dei Territorialisti, con trascorse esperienze amministrative, dirette, nella veste di Sindaco di Suvereto (LI), per due mandati, dal 1995 al 2004. Accademico georgofilo e direttore della rivista “Glocale”. Tra le sue numerose pubblicazioni che ne documentano il percorso scientifico, c’è l’interessante libro: “Un Paese di paesi. Luoghi e voci dell’Italia interna” (ETS, 2021).

La Sindaca Loredana Latessa ha introdotto il professore, ricordando alcune delle difficoltà che penalizzano, attualmente, Oratino, come, ad esempio, le ridotte corse degli autobus che collegano Oratino al capoluogo molisano e la necessità di custodire e rilanciare borghi molisani come Oratino, che non sono da considerare periferie ma che rappresentano una questione nazionale. 

Il prof. Rossano Pazzagli, nel corso della sua lectio magistralis, ha sostenuto che i piccoli paesi non vanno considerati, semplicemente, come territori destinati al declino, ma che possono recuperare centralità, dignità e protagonismo, se si rileggono le vocazioni e le risorse del territorio, come quelle ambientali, paesaggistiche, culturali e sociali, che potrebbero rappresentare un nuovo modello di sviluppo del territorio. 

“Spesso siamo bravi a occuparci di cose lontane, bypassando quello che è intorno a noi. E siamo portati a guardare piuttosto che a vedere, dove il vedere significa capire, interpretare, entrare in relazione con ciò che si osserva. Se guardassimo l’Italia da un’angolazione diversa, rispetto a quella che si inquadra di consueto, osservandola da città come Roma o Milano, scopriremmo un Paese diverso, con una ricchezza nascosta dall’abbandono. Non possiamo ipotizzare una rinascita se non pensiamo alle cause del declino che ha fatto sì che l’Italia, un Paese di paesi, si dimenticasse dei propri paesi, nell’arco di 70 anni” – ha proseguito Pazzagli – “abbiamo vissuto uno spaesamento, a partire dalle metà del ‘900,nel senso di un disorientamento dovuto alla perdita dei paesi (circa 25 mila in Italia, rispetto ai quasi 8.000 Comuni), coinciso con la perdita di abitanti e di attività produttive, nonchè di protagonismo, di punti di riferimento e dignità sociale. Lo spaesamento dovrebbe spingerci, oggi, all’appaesamento.   

 Il Molise è l’unica regione italiana che, oggi, conta meno residenti oggi rispetto a quelli presenti all’epoca dell’Unità d’Italia, quando accoglieva quasi 400mila abitanti. Cifra che superò nella metà del Novecento. Lo spopolamento del Molise maggiore è avvenuto non oggi, ma fra il 1950 e il 1970, quando il Molise perse 87.000 abitanti, nell’arco di 20 anni, durante gli anni migliori del boom e del benessere nei quali l’Italia cresceva, registrando un aumento dell’occupazione e degli abitanti (circa sette milioni), mentre la regione scendeva a 320.000 abitanti. Nello stesso momento in cui l’Italia cresceva, il Molise perdeva le sue attività produttive tradizionali, per conoscere  lo spopolamento e l’abbandono. Ci fu una leggera ripresa, soltanto nel decennio precedente agli anni ’80, quando arrivarono l’istituzione regionale, gli uffici, lo sviluppo del terziario. Mentre, nell’arco dello scorso ventennio,  il Molise ha continuato a perdere 34mila abitanti. Gli anni del boom economico furono la radice della crisi del modello rurale, dei paesi, del territorio, delle regioni più interne”. 

Nella sua relazione, il prof. Pazzagli non sottovaluta l’importanza dei divari evidenziati dalla “questione meridionale”, ma sottolinea che lo squilibrio e lo spopolamento riguardò anche molti Comuni presenti nelle aree interne del Nord Italia. Da qui, la necessità di riflettere anche sullo “sboom”, ovvero sulle criticità territoriali delle aree interne,  oltrechè sui positivi risvolti del boom economico dell’epoca. Il Novecento costruì, così, una grande periferia territoriale in Italia, con declino demografico conseguente a perdita di servizi e a mancanza di lavoro.” Il declino demografico, nella storia” – ha proseguito il prof. Pazzagli, nella sua analisi sulla storia delle aree interne- ” non è stato sempre, necessariamente, un dato negativo, dal punto di vista del benessere della popolazione. Perchè essere in meno poteva equivalere alla presenza di una maggiore disponibilità di risorse per ciascuno. E, invece, siamo riusciti a vivere peggio, pur stando in meno, a causa di politiche inadeguate come quelle che hanno svuotato i Comuni di opportunità e servizi, sopprimendo le scuole, le corse, gli ambulatori, gli uffici postali, stimolando l’esodo dei cittadini rimasti. Non sarebbe una spesa mantenere i servizi nei piccoli luoghi, ma sarebbe un investimento in uguaglianza. Questo è il dramma. Abbiamo trasformato le differenze territoriali in disuguaglianze sociali. Togliere i servizi significa togliere diritti come la sanità, l’istruzione, la mobilità. La Costituzione dice che siamo tutti uguali e non che abbiamo diritti, a seconda dei luoghi in cui abitiamo. Facciamo in modo che l’accesso ai servizi possa essere possibile sia a chi vive nell’entroterra,  in montagna, in pianura o al mare…”. Rossano Pazzagli ha, quindi, passato in rassegna le citazioni di alcuni intellettuali del Novecento, come la “speculazione edilizia” evocata da Italo Calvino e l’alluvione demografica indicata dal geografo Lucio Gambi, ricordando la preziosità del paesaggio che rappresenta un processo, un’identità, il racconto delle trasformazioni di un territorio e di cosa potrà rappresentare nel futuro.

E poi ha parlato dello spazio, pro capite, immenso e ricco di opportunità future e a costi inferiori, che le aree interne come il Molise rappresentano. Ovviamente, le ricette per una strategia di rinascita delle aree interne uno studioso non può darle, ma può raccontare la propria esperienza ed ecco che Pazzagli  suggerisce di rileggere le vocazioni e le risorse del territorio. Di uscire, quindi, dalla logica dei numeri e da quella del “qui non c’è niente!”, valorizzando la possibilità che i piccoli paesi recuperino protagonismo, centralità, uguaglianza sociale, dignità, attraverso il lavoro, i servizi presenti sul territorio (es.: la banda larga, la fibra veloce, la presenza degli asili, delle scuole, degli ambulatori, dei collegamenti ferroviari), la possibilità di ospitare spazi per sperimentare l’innovazione e la promozione di nuove filiere e di nuove economie, recuperando, per esempio, il rapporto interrotto fra la città e la campagna, oggi fondamentale per l’agricoltura ed il benessere sociale. 

Il professore Rossano Pazzagli ha suggerito, inoltre, la necessità che si rafforzi la rete interistituzionale dei piccoli Comuni, per difenderne l’autonomia e per sostenere la capacità di lavorare insieme, ragionando per sistemi territoriali, senza dare troppo peso a confini provinciali e regionali.

“La marginalizzazione non è avvenuta per colpa del destino, ma come conseguenza di un modello di sviluppo capitalistico, urbanocentrico, consumistico che ha messo ai margini realtà come i piccoli Comuni, che un tempo erano centrali. Il modello attuale è fatto di competizione, di crescita, di concentrazione e individualismo ” – ha aggiunto il prof. Pazzagli, al termine della sua lectio magistralis – ”  Occorrerebbe ritornare al protagonismo locale dei piccoli Comuni nell’orizzonte globale, attraverso una mentalità nuova che privilegi la cooperazione alla competizione, il senso di comunità all’individualismo. Il policentrismo alla concentrazione. L’equilibrio al mito della crescita, sempre, rifuggendo dalle narrazioni retoriche e stereotipate del piccolo è bello e del borgo, per restituire centralità e protagonismo al territorio e ai paesi da intendersi come comunità vitali, capaci di funzioni e di relazioni. A luoghi che potranno salvarsi soltanto grazie al coraggio e alla resistenza di chi è riuscito a restare. All’affetto di chi se ne è andato via ed all’intraprendenza di qualcuno nuovo che arriva. Tornando, possibilmente, al campanile, non per starci sotto in rassegnata attesa di un salvatore, ma per salirci sopra e guardare lontano”.

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