Storia

Venafro ai tempi del colera.

Intense ed importanti le attività che animano la civica biblioteca di Venafro “De Bellis – Pilla”; sotto la supervisione del responsabile Gianpiero Milano e la direzione del fine presidente prof. Giacomo Gargano. Tra le tantissime iniziative promosse, legate alla valorizzazione e diffusione della cultura locale, spicca una del tutto spontanea intrapresa dalla biologa Marilena Ferrara ed incoraggiata dal predetto personale istituzionale. La scienziata, sulla scorta delle pubblicazioni condotte dal medico del XIX secolo Nicola Pilla e sulla base di un’altra sessantina di libri ad esse coeve, tutti custoditi all’interno delle biblioteca in parola, ha affrontato uno studio certosino ed acuto sull’incidenza del colera nel territorio venafrano negli anni a cavallo tra il 1810 ed il 1864; “…Il colera- spiega la dottoressa- è stato in assoluto la peggiore piaga dell’umanità, mietendo in tutto il mondo oltre 57.000.000 di vittime, cioè  molte di più rispetto alla peste o all’hiv! Per tale motivo esso è riuscito ad unire tutta la comunità scientifica ed è stato il primo grande impulso per la nascita e lo sviluppo dell’igiene istituzionale, quindi per l’acqua clorata, per l’imbiancamento con la calce delle pareti interne ed esterne delle abitazioni, per l’utilizzo e la produzione del sapone; nelle scuole addirittura venivano fatte imparare ai bambini delle filastrocche in cui erano spiegate tutte le necessarie tecniche di prevenzione e, quanto alla navigazione, vennero varate severe regole relative alle distanze che le imbarcazioni dovevano mantenere le une rispetto alle altre”.  La dott.ssa Ferrara, poi, chiarisce la natura batterica del colera e le cause scatenanti della sua diffusione a macchia di leopardo, in prevalenza legate al cibo. Tale malattia, appunto, era definita come “la malattia capricciosa”, poiché strettamente legata all’alimentazione. I corpi dei deceduti a causa del colera, infatti, non venivano bruciati o adeguatamente seppelliti, ma, venivano spesso abbandonati nelle paludi e da lì partiva il contagio per via  dell’acqua infetta. Il riso, ad esempio, non veniva cotto perché le famiglie povere non riuscivano a procurarsi il combustibile necessario; allora detto alimento veniva reso morbido e commestibile solamente attraverso l’ammollo prolungato in acqua fredda (8/10 h). Di qui i batteri, in assenza di cottura non potevano che proliferare ed aggredire l’essere umano. Tornando all’analisi del territorio venafrano, dunque, la biologa spiega come negli anni considerati (1810-1864), a Venafro, tra civili e soldati napoleonici, morirono circa 300 persone. “Fu proprio l’esercito francese a portare in queste zone la terribile epidemia, tant’è vero che il dr. Pilla, onde evitare il contagio, capì subito la necessità di far ricoverare le milizie transalpine fuori città e proprio in quell’occasione l’ospedale venne collocato fuori dal perimetro cittadino, lì dove è ora il nosocomio “SS. Rosario”. Eppure, le scorribande amorose dei giovani napoleonici, a caccia delle affascinanti venafrane del tempo, vanificò quella lungimirante precauzione adottata dal luminoso medico Pilla.” Queste incredibili testimonianza rese dalla fitta documentazione della biblioteca offrono uno spaccato storico e scientifico di quello che fu uno dei momenti più difficili per l’umanità, Venafro inclusa; presto, il mirabile lavoro di studio e ricerca compiuto dalla dott.ssa Marilena Ferrara sfocerà nella redazione d’un libro, comodamente fruibile dai curiosi ed interessati lettori.

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