Politica e Istituzioni

Sugli scheletri della repubblica… Prima Napolitano, poi Renzi, infine Mattarella hanno “chiesto” di fare luce sul delitto Moro

Uno dei primi atti, di un certo rilievo, compiuti dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato, anche in occasione dell’anniversario, quello di invocare la risoluzione del caso-Moro. Occorre far luce, aveva detto in sintesi il nostro Presidente il 9 maggio, su quella brutta pagina di storia della nostra Repubblica. L’affermazione avrebbe potuto anche passare inosservata, nel dibattito politico attuale preso da mille altri problemi impellenti, senonché, appena un anno prima, le medesime parole, “fare luce sul caso Moro”, erano state pronunciate dal precedente Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Come se non bastasse, il 14 marzo 2014, anche il neo presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, aveva dichiarato che “era ormai tempo di fare chiarezza sul caso Moro”.

Tre identiche affermazioni, nel giro di 12 mesi, da parte delle più alte cariche dello Stato debbono necessariamente far riflettere. Allora appare davvero strano che, a quasi 40 anni dal rapimento e dall’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, da parte di settori del comunismo terrorista italiano, le Brigate Rosse, vengano espressi in maniera molto forte questi appelli. Chi può far luce sul delitto Moro? Chi, meglio di un Presidente della Repubblica? E perché un invito così generalizzato, erga omnes, si dovrebbe dire? A chi si sono rivolti i due Presidenti? e noi, comuni cittadini, cosa possiamo fare al riguardo?

Facciamo intanto osservare che si sono occupati, nell’ordine, della risoluzione del caso-Moro, i mass media; la magistratura; la politica. Che risultati hanno ottenuto fino ad ora, in quasi 40 anni? Pochi, spesso molto scarsi, sovente contraddittori. E’ vero, ognuno ha portato ottimi elementi di conoscenza, e sono stati indagati tutti i filoni, nessuno escluso, ma la risoluzione del caso non è ancora agli atti.

La stampa, i giornalisti, hanno spesso fatto anche più del loro dovere, e numerosi scrittori hanno fornito le prime indicazioni su cui concentrarsi e operare; hanno individuato filoni e temi che spesso la stessa magistratura aveva taciuto. Ma nessun giornalista e nessuno scrittore ha potuto arrivare alla soluzione.

Del resto, alla parola fine, non è riuscita ad arrivare neppure la magistratura; nonostante sforzi immensi e ben cinque processi. Le polemiche, anzi, sono montate e hanno investito spesso l’opera del nostro sistema giudiziario, e si parla di faldoni spariti, di documenti trafugati, di bobine nascoste. Non è un bel pensare, e mentre nessun magistrato aveva modo e tempo di ascoltare 17 bobine (sarebbero 18, ma una è sparita…, del resto che vuoi, solo gli anziani hanno la mania del conservare le cose…) relative a quel mistero, molti altri erano affannosamente industriati a scoprire l’età di una giovane marocchina. Vuoi mettere l’importanza dei due casi..?!?

Infine la politica: ancora più grave il sostanziale fallimento da essa prodotta, con ben quattro commissioni parlamentari, la produzione di immenso materiale, che rende davvero vano il ritrovamento dell’ago nel classico pagliaio…

Ad onta di tutti questi sforzi, appare utile ricordare che la verità giudiziaria non corrisponde quasi mai con la verità storica, tra l’altro e che, forse, stando così le cose, bisognerebbe che le tre categorie investigative sopra esposte alzassero, magari momentaneamente, bandiera bianca e si provasse a tirare in ballo una quarta categoria, che sino ad adesso è rimasta abbastanza in disparte, quasi diffidente delle produzioni ufficiali, cioè quella degli studiosi di storia contemporanea. Nell’accademia italiana lavorano numerosi studiosi in grado di poter spingere un po’ oltre l’asticella della verità, ma ad essi non si è mai ricorsi. Anzi, il potere ha spesso giocato con gli storici, arrivando a negare loro, reiteratamente, ogni possibilità di aperto accesso alle fonti di indagine. Recentemente sia il governo Renzi, e poco prima sia l’esecutivo di Prodi, hanno messo a disposizione degli storici alcune carte e alcune fonti. Pareva che l’apertura degli archivi e dei suoi segreti fosse imminente, e le speranze di un Paese civile e moderno e democratico andavano tutte in quella direzione, quando invece la montagna ha partorito il topolino e quel che è stato desecretato appare davvero poca e inutile cosa. Me si tratta di una presa in giro? Ma davvero il governo Renzi ritiene che si possa fare luce sul delitto Moro con quelle quattro carte di terza mano? A quel punto forse sarebbe meglio tornare alle sedute spiritiche, magari nel corso di quarant’anni le tecniche si sono persino raffinate… Ad ogni maniera, se presa in giro deve essere, non ci sono problemi, gli storici, in fondo, sono uomini di arguto e pronto spirito, e se ne faranno una ragione. Ma se invero l’obbiettivo è quello di fare chiarezza sul caso di Aldo Moro, beh, allora occorre cambiare completamente direzione. I governi continuano a tenere gli storici nella condizione di assoluta inattività, negando loro l’accesso alle fonti (basti pensare agli archivi conservati a Castelnuovo di Porto) e nessuno, in questa situazione, potrà mai fare luce… Dobbiamo ancora attendere il sesto processo Moro, forse, o la quinta commissione parlamentare d’inchiesta? O davvero vogliamo andare oltre questa cortina di fumo artificiosamente innalzata dallo stesso potere che finisce per giocare con le sue stesse parole?

Signor Presidente Mattarella, lo Stato e la società italiana hanno tentato un po’ tutte le strade, per arrivare al cuore di un problema che è scolpito nella coscienza di ogni italiano onesto, non ritiene allora sia il caso di lasciare la parola agli storici e fornire loro, finalmente, quella strumentazione che ancora il potere si ostina a vietare? Quali enormi segreti possono danneggiare il nostro Paese, se essi sono invero serviti per raggiungere la verità e permettere che alcuni dei molti misteri della nostra storia nazionale, dal 1969 al 1983, vengano alfine risolti? I processi giudiziari e le commissioni parlamentari, appare inutile ostinarsi ancor a crederlo, non sono serviti alla causa, e molto probabilmente non serviranno mai. Si permetta agli storici di svolgere, correttamente e seriamente, il loro lavoro e probabilmente avremo qualche possibilità in più, che finora si è scartata a priori. Ma smettiamola anche di gettare fumo negli occhi degli italiani, come si è cercato di fare con i “versamenti” archivistici di Prodi e di Renzi. Pure un ragazzino delle scuole medie, dopo una prima fugace occhiata, capirà che quelle poche e sparse carte non servono a niente. E soprattutto non servono, signor Presidente Mattarella, a fare luce sul delitto Moro.

Giuseppe Pardini

Presidente del corso di laurea magistrale in Scienze politiche

Università degli Studi del Molise – Campobasso

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