L'intervento

Sottrae file aziendali, condannato a risarcire i danni dopo il licenziamento

Il pronunciamento anche sulla presunzione di un rapporto di lavoro subordinato

 

Il Tribunale di Firenze, in data 25 gennaio 2013, si è pronunciato sul ricorso di un lavoratore in merito all’accertamento del rapporti di lavoro subordinato alle dipendenze di una società e sull’illegittimità del licenziamento intimatogli.

Il ricorrente aveva prestato attività lavorativa presso la convenuta dal febbraio 2002 all’ottobre 2005. In particolare, dal febbraio 2002 all’ottobre 2004, era stato impiegato con due contratti di collaborazione coordinata e continuativa e poi dall’ottobre 2004 con un contratto a progetto. Nell’ottobre 2005 la società recedeva dal contratto versando il preavviso in esso previsto.

Nel ricorso, il lavoratore adduceva che in realtà si era trattato di un contratto di lavoro subordinato e pertanto sosteneva che la risoluzione anticipata del contratto di lavoro fosse un caso di licenziamento nullo, illegittimo o inefficace.

La controparte nella sua memoria difensiva dichiarava di aver risolto il rapporto di lavoro a causa degli scarsi risultati commerciali raggiunti dal ricorrente che, inoltre, era anche stato scoperto a sottrarre file aziendali contenenti dati commerciali. Tale condotta era stata ritenuta integrante il reato di cui all’art. 622 del codice penale e, di conseguenza, il collaboratore era stato condannato in primo grado alla pena di 8 mesi di reclusione e al risarcimento del danno non patrimoniale. La società proponeva domanda riconvenzionale chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali provocati dal ricorrente che, utilizzando i dati sottratti, aveva stornato affari e clienti verso una società concorrente presso la quale era stato assunto dopo che era cessato il rapporto fra le parti.

In relazione alla domanda mirante al riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato il giudice dichiarava che per quanto riguarda i rapporti di collaborazione coordinativa e continuativa non sussiste alcun requisito prescritto dalla legge e pertanto l’onore probatorio in relazione agli indici di subordinazione spetta al lavoratore. Il giudice rilevava che in giudizio non erano emersi elementi, come l’eterodirezione dell’attività lavorativa, a cui ricollegare, in conformità anche agli indirizzi giurisprudenziali (Cass. sez. lav. nn. 1717/09, 3713/09 e 13858/09) la presunzione di un rapporto di lavoro subordinato.

Per quanto riguarda il periodo in cui l’attività si è svolta nella forma del contratto a progetto il giudice riteneva opportuno effettuare altre considerazioni. Il lavoro a progetto è disciplinato dagli artt. 61-69 del D. lgs 276/2003 (c.d. Decreto Biagi) può avere oggetto compiti inerenti alle attività che rientrano nella normale attività del committente. Tuttavia, afferma il giudice trattasi di un’attività “che si affianca all’attività principale senza confondersi con essa coordinandosi come suo aspetto specifico o particolare o ad essa apportando un quid pluris connesso alla professionalità del collaboratore”.

Poiché l’incarico affidato al ricorrente aveva la finalità di espandere ed evolvere l’attività della società e non vi erano specifiche direttive tecniche e organizzative, ma anzi, queste erano risultate generiche, il giudice non accoglieva la domanda del lavoratore ritenendo presenti le caratteristiche della collaborazione a progetto. A sostegno di questa decisione il Tribunale si avvaleva delle dichiarazioni rese dal lavoratore durante l’accertamento ispettivo Inps che valutava come confessione stragiudiziale resa a terzo e liberamente valutabile dal giudice alla luce dell’art. 2735, comma 1.

In relazione alla domanda riconvenzionale, il ricorrente non contestando la sottrazione dei file aziendali contenenti dati commerciali, tuttavia, adduceva che nel giudizio non sarebbe stato un fatto utilizzabile, poiché la società aveva violato la privacy del lavoratore con accesso alla sua posta elettronica sia durante, che cessato il rapporto di lavoro e, quindi, in violazione dell’art. 4 Stat. Lav. Il Tribunale evidenziava innanzitutto che tale normativa riguarda solo i lavoratori dipendenti e quindi non era applicabile al caso di specie. Inoltre, era pacifico che il controllo sulla posta elettronica del dipendente non era stato condotto per controllare l’attività lavorativa, ma a tutela del patrimonio aziendale (Cass., n. 2722/12).

Quindi, accertato che il lavoratore, tramite l’utilizzo dei dati sottratti, per conto della società concorrente presso la quale era impiegato, aveva contattato i clienti della convenuta per stipulare contratti di fornitura di beni e servizi a prezzi inferiori, il giudice lo condannava a risarcire i danni da lui provocati e quantificabili in quelli costituiti dal mancato guadagno della convenuta.

 

Dott. Matteo Balestri

sentenza 105-2013

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