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Se l’acqua non è potabile?!
SCATTA IL RIMBORSO!!

La Corte di Cassazione con un importante provvedimento , il n. 25112/15, si pronuncia in materia di approvvigionamento idrico.

Nell’ipotesi in cui l’utente non possa utilizzare l’acqua per scopi alimentari perché l’acqua non è potabile, il Comune può imporre lo stesso l’obbligo di pagare la quota relativa al servizio di depurazione?

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha risposto a questo importante interrogativo.

Il ragionamento dei giudici di legittimità parte dal presupposto che il consumatore riceve la prestazione principale che consiste nella somministrazione della risorsa idrica, cui si affianca sempre la prestazione della fornitura dei servizi di depurazione e fognatura.

In altre parole, come la stessa Corte ha rilevato, la tariffa del servizio idrico integrato è il corrispettivo di una prestazione commerciale complessa.

Sarebbe, quindi, per i Giudici di Cassazione, irragionevole obbligare l’utente a pagare la quota relativa al servizio di depurazione  nell’ipotesi in cui la controprestazione – oggetto del contratto di somministrazione – manca. Difatti, sempre a parere della Corte , la tariffa del servizio idrico, in quanto corrispettivo del servizio idrico , appunto, trova la proprio fonte proprio nel contratto di utenza.

La stessa, in altre parole, non può essere considerata una tassa.

Con il provvedimento in questione, quindi, viene ritenuta corretta la decisione di merito con la quale il Tribunale adito condannava la società erogatrice alla restituzione della somma richiesta dall’utente/ cittadino a titolo di servizio di depurazione.

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