L'intervento

Responsabilità civile dei magistrati, nuove norme in vigore

E’ entrata in vigore lo scorso febbraio la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.

Si tratta, in sostanza, di norme che modificano ed integrano le precedente legge denominata “Vassalli”, dal nome del Ministro della Giustizia che ne era stato l’artefice ed il propugnatore.

Nonostante la vecchia legge, risalente al 1988, fosse alquanto equilibrata e condivisibile nei principi, l’esigenza di una sua riforma è stata palesata sul presupposto di una sua scarsa applicazione. Sono stati pochi, infatti, i magistrati condannati al risarcimento del danno nei confronti dei cittadini vittime di cosiddetta “malagiustizia”.

Ed in effetti, la Corte di Giustizia Europea aveva condannato l’Italia, nel 2011, ritenendo che la legge Vassalli fosse inadeguata, atteso che i cittadini erano, a detta dei Giudici europei, privi di adeguata tutela dinanzi a errori o inadempienze dei Giudici.

Da qui, l’esigenza, avvertita da diverse parti, di riformare l’impianto normativo previgente.

Nella legge n. 18 del 2015, ora approvata, accanto al dolo ed alla colpa grave, che devono sussistere per ipotizzarsi la responsabilità del Magistrato, compare anche il diniego di giustizia.

Dunque, ora sono tre le ipotesi sulla cui base il cittadino può agire per il risarcimento del danno da esso subito, che può essere sia patrimoniale che non patrimoniale.

Il dolo consiste, come molti lettori sapranno, nella intenzionalità e nella previsionalità dell’evento dannoso, per cui il provvedimento che ha cagionato il danno deve essere stato preordinato in modo del tutto intenzionale a danneggiare il cittadino.

Invece, la colpa, che per potersi avere responsabilità deve essere grave, consiste in una marcata e palese violazione di leggi, ordini e discipline o in notevole negligenza, imprudenza o imperizia.

La colpa grave può consistere in emissione di un provvedimento non previsto dalla legge o senza motivazione, in travisamento dei fatti o delle prove, in affermazione ovvero negazione di un fatto che invece è incontrovertibile, in violazione di principi dell’Unione Europea.

Invece, il diniego di giustizia è il ritardo, l’omissione o il rifiuto di un magistrato nel compimento di un atto del suo ufficio.

Fatta questa disamina, naturalmente preliminare e assai sommaria, viene in rilievo l’impressione che si sia inteso, con la nuova legge, sanare le procedure di contenzioso dell’Italia con la comunità europea in materia, ma che è certo che i mali della Giustizia italiana sono talmente numerosi e strutturali che è evidente la inadeguatezza delle nuove norme.

Intanto, moltissimi giudici si trovano ad operare in condizioni a dir poco emergenziali, ed a far fronte ad un carico di lavoro che oggettivamente costringe a lunghi rinvii o comunque a risposte in tempi assai dilatati.

Poi, per chi è operatore del diritto, anche una lettura superficiale delle nuove norme fa immediatamente pensare che ogni qualvolta si impugna un provvedimento giurisdizionale, vengono sollevati vizi di travisamento dei fatti, violazioni di legge, erronea valutazione di fatti e prove.

E nel sistema italiano, le cui garanzie risiedono, tra l’altro, nei diversi gradi di giudizio, avviene pertanto che assai di frequente giudici che sono chiamati a sindacare l’operato di altri giudici ribaltino le deduzioni e le conclusioni di questi ultimi.

Si pensi al caso più frequente di una sentenza di primo grado riformata in appello.

E pure ai molti altri casi l’impugnabilità di provvedimenti è una forma di tutela imprescindibile per il cittadino. Si pensi al ricorso all’appello dinanzi al Tribunale del Riesame contro una ordinanza di custodia cautelare, che ha privato improvvisamente il cittadino della sua libertà.

Ora, sembra di poter dire che se i motivi per i quali sentenze, ordinanze e decreti vengono modificati perché impugnati costituissero fonte di responsabilità per i giudici che li hanno emessi, allora il sistema si bloccherebbe, e cesserebbe del tutto di funzionare.

Per cui è evidente che per individuare in concreto i casi nei quali scatta la responsabilità del magistrato occorrerà attendere l’opera della giurisprudenza, cui spetta il compito di individuare le fattispecie che possano configurare casi di diniego di giustizia, colpa grave o dolo.

Intanto, però, occorre capire che per la Giustizia italiana occorrono interventi strutturali, e soprattutto un numero assai maggiore di magistrati. Più giudici per rispondere ad una domanda di giustizia crescente. Solo così ritardi, disfunzioni e aspettative deluse potranno essere alleviati.

Avv. Stefano Sabatini

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