Politica e Istituzioni

Regione senza alcuna… ragione

Occorre fare un po’ di chiarezza, cari amici lettori, in merito a uno dei temi più interessanti, dal punto di vista istituzionale, degli ultimi tempi. Soprattutto perché occorrerebbe riportare la vita amministrativa e civile italiana nel lungo letto nel quale essa è trascorsa senza gravi scossoni per quasi 150 anni. E occorre fare chiarezza, ancor più, ai più giovani, a coloro cioè che si sono trovati catapultati, senza alcuna colpa, in una realtà sociale e politica dove rintracciare i confini dell’identità culturale e storica non appare più cosa tanto facile, nemmeno ai più avveduti. Il continuare a somministrare, da parte di alcuni ceti politici maggiormente interessati al particolare, piuttosto che al generale, all’interesse piuttosto che al necessario, il continuare a somministrare e a gabellare agli altri una realtà che non è, finisce, inevitabilmente, per portare fuori strada. Sempre, e con gravi conseguenze.

Dal punto di vista istituzionale ciò si è ineluttabilmente verificato allorquando i professionisti della demagogia interessata sono stati mobilitati per abolire le Province come enti amministrativi, pensando – ovviamente senza alcuna ragione storica – che esse fossero la ragione di un grave squilibrio economico e politico del Paese. Erano, e sono, balle complete, non lasciatevi tanto facilmente infinocchiare. E vediamo perché.

Sin dall’inizio della nostra avventura unitaria la divisione amministrativa consisteva nel Comune (livello amministrativo locale più piccolo); sopra il Comune esisteva il Mandamento, poi le Circoscrizioni e, infine, l’ente amministrativo maggiore, le Province. Quest’ultime avevano una chiara definizione geografica e storica e non erano frutto di astratti disegno a tavolino, ma rappresentavano una vera e propria realtà territoriale giustificata da secoli di tradizioni e di storia comune. Il sindaco del comune e il rettore della provincia non erano elettivi, ma erano nominati dal Governo; soltanto nel 1889 quelle due importanti cariche divennero elettive, sebbene il suffragio maschile fosse ancora ridotto. Il livello amministrativo più importante era naturalmente la provincia, in cui avevano sede le strutture decentrate dello Stato, e soprattutto le prefetture, cioè la massima diramazione del Governo in periferia (a capo delle Circoscrizioni stavano invece le sottoprefetture). Nel 1926 si ebbe una nuova riforma e il sindaco (che divenne podestà) e il Presidente eletto della Deputazione provinciale (che divenne Rettore) tornarono a essere di nomina ministeriale. E questo fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale, nel 1945, allorquando il sindaco e il presidente della provincia tornarono ad essere eletti dai rispettivi consigli, comunale e provinciale, già eletti dal popolo a suffragio universale.

Non esistevano, fortunatamente, ulteriori enti amministrativi locali, essendo stati soppressi, nel 1927, sia i mandamenti sia le circoscrizioni, che rimasero soltanto come indicazioni territoriali. Le regioni, in Italia, non avevano mai avuto alcuna giustificazione, neppure geografica, sebbene molti e importanti federalisti (Gioberti e Cattaneo) ne avessero avanzato il riconoscimento. Le regioni continuavano a essere indicate soltanto come un semplice aggregato interprovinciale, perché erano le province (così sostenevano i liberali e i democratici) il vero perno delle tradizioni locali cui affidare alcuni poteri amministrativi e il decentramento. Le regioni, a livello territoriale, avevano un significato soltanto statistico, puramente statistico, e si dovette aspettare l’idea di un geografo, Pozzi, perché esse fossero disegnate sulla carta e, nientemeno, il 1913 perché a quelle circoscrizioni interprovinciali si desse ufficialmente il nome regioni. Esse erano: Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi e Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabrie, Sicilia e Sardegna. Anche sotto il sistema politico fascista le regioni non trovarono ulteriore credito, se non da un punto di vista meramente statistico e geografico.

Con i lavori dell’Assemblea costituente, nel 1946-1947, per il riassetto istituzionale e amministrativo dello Stato, alcuni partiti politici si mostrarono particolarmente favorevoli all’introduzione della Regioni: la Democrazia cristiana, il Partito repubblicano e il Partito socialdemocratico spinsero molto in quella direzione, superando le opposizioni del Partito socialista e del Partito comunista (che vedevano nella presenza di un ulteriore livello amministrativo locale una certa barriera per la rivoluzione di classe…), ma non quelle tenaci della destra, cioè dei monarchici, dei liberali e dei missini , che apportarono nella discussione profonde e serie argomentazioni, cui oggi la storia finisce per dare molte ragioni.

Ma il parto delle Regioni, guarda caso…, doveva essere alquanto difficile e ebbe modo di passere con non poche confusioni. Il dibattito sull’importante tema fu assai sbrigativo e non privo di posizioni estremamente deboli: anche sulla ripartizione geografica c’erano forti contrasti e molti dubbi, fin quando non apparvero anche proposte innovative, tra le quali quelle per la istituzione della Regione Lunezia, del Sannio, del Salento, della Sabinia e dell’autonomia del piccolo Molise. Nell’ottobre del 1947, infine, dopo non pochi pasticci burocratici e legislativi, si ebbe l’approvazione dell’elenco delle Regioni, alcune delle quali a Statuto speciale, così come oggi lo conosciamo, con l’autonomia della ventesima regione, il Molise, appunto, giunta soltanto nel 1963.

Ai maggiori osservatori istituzionali apparve chiaro che l’introduzione dell’ente Regione era una forzatura, anche particolarmente delicata, al punto che se ne sarebbe sempre rinviata l’attuazione fino, guardate bene, al 1970. In 110 anni l’Italia aveva potuto fare a meno dell’ente amministrativo Regione. Ma, dal momento che esse vennero attuate, avrebbero avuto modo di funzionare correttamente? Gli italiani, per qualche tempo lo credettero, tanto che la percentuale dei votanti, nelle prime elezioni regionali sfiorò pressoché ovunque il 90%. Una così rilevante partecipazione popolare dava un effettivo riconoscimento giuridico e politico ai nuovi enti amministrativi, che, col tempo, avrebbero assunto sempre maggiori deleghe e poteri da parte dello Stato. Nel 2001 si ebbe infine la riforma del titolo V della Costituzione, con la quale vennero assegnati ulteriori poteri alle Regioni, proprio nel momento in cui iniziavano a emergere le gravi incapacità di quegli enti a funzionare.

Oggi il giudizio critico sul funzionamento degli enti Regioni appare fin troppo facile; basti pensare agli enormi (e irreparabili?) guasti prodotti dalle Regioni in quasi tutti i campi di propria pertinenza amministrativa, che – per di più – in questi ultimi tempi si è andata artatamente dilatando. Basti dire che si parla di Governo (??) regionale e di Governo centrale (come se fossimo negli Stati Uniti d’America, insomma!) e il presidente della Giunta viene definito Governatore (come nel Texas, appunto)… Una barzelletta, insomma, se il problema non fosse tragico. Pensiamo per un momento al completo fallimento delle politiche regionali in settori vitali, come quello della sanità, per esempio, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’occupazione. Alle gravi insufficienze amministrative, inoltre, si deve aggiungere un assoluto aumento, quanto incontrollato, di clientelismi, di nepotismi, e infine anche di corruzione, che farebbero rivoltare nella tomba i vecchi uomini della destra e della sinistra storica. Questi severi giudizi, inoltre, sono stati adesso assolutamente confermati dall’atteggiamento di netto rifiuto del popolo nel voler “giustificare” l’esistenza delle Regioni. Il popolo, infatti, ha recentemente dimostrato, in maniera inequivocabile, di non voler dare alcuna giustificazione alle Regioni e alle loro classi dirigenti, con un netto segnale di rifiuto e, nel contempo, di condanna. Nessuno si senta escluso, tutti sono coinvolti. Mai si era assistito, dal 1970 a oggi, a un netto e categorico segnale di condanna del popolo nei confronti di una politica e di coloro che la attuano. Nelle recenti elezioni amministrative a stento si è arrivati al raggiungimento della metà degli elettori votanti, il 50%. Non si tratta più di un semplice segnale di pericolo; si tratta ormai di una severa bocciatura popolare. In molte regioni il dato è rimasto ben ampiamente al di sotto delle metà, come in Toscan,a dove ha votato appena il 48%. Ma la Toscana, dal 1946 in poi, si è rivelata una delle regioni più conservatrici del Paese e il netto rifiuto al voto assume, in quel caso, anche una forte valenza di sdegnoso rifiuto alla politica dei partiti (in particolare di quello che comanda senza interruzioni con un fare tipicamente settario…).

Non possiamo indugiare ancora sull’argomento, ma certo è che se i numeri parlano, stavolta hanno alzato forte la loro voce e gli italiani, dal sud al nord senza distinzioni, hanno fatto ben comprendere che le Regioni, e le loro classi dirigenti, così come sono, non hanno alcuna necessità di esistere. Vedremo se cambierà qualcosa, ma è certo che le Regioni sono da abbattere, e che occorre ripristinare le province, prima che il danno diventi irrecuperabile. Torneremo ancora, dopo questa breve ricostruzione storica, sull’argomento, intanto amici preparatevi, perché anche soltanto col 47% dei votanti, i “Governatori” e le Regioni possono continuare a fare danni alla nostra società e al nostro Paese.

Giuseppe Pardini

Presidente del corso di laurea magistrale in Scienze politiche

Università degli Studi del Molise – Campobasso

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