Politica e Istituzioni

Quel che pensava e diceva la gente della guerra, dell’Italia e della Marina militare nella censura postale (1940-1945)

Qualche tempo fa, mi è capitato di leggere un libro di memorialistica scritto da un normale cittadino barese che aveva vissuto sulla propria pelle l’epoca fascista in veste di iscritto alla GIL. Da quelle pagine apprezzai diversi spunti storici che negli scritti accademici spesso non avevano avuto il giusto valore. La gente comune racconta gli eventi storici da un altro punto di vista che non è quello delle istituzioni e dell’ufficialità dei documenti, Forse con grossolanità e qualche inesattezza, dice altre verità, racconta i sentimenti, ciò che realmente accade nella non virtualità dei numeri ufficiali. Il prof. Pardini, nella sua premessa, richiama a riguardo lo storico Renzo De Felice, che appunto considerava importante per lo studio della Storia il pensato della gente comune, segnalando come possibili fonti le relazioni mensili dell’ufficio Coordinamento Servizio Censura della Regia Marina (CSC), e così, altrettanto i rapporti della Polizia, dei Carabinieri e dei servizi di Censura (militare e civile) del Ministero della Cultura popolare, dell’Ispettorato corporativo centrale, del Sindacato e del Partito “per comprendere molti aspetti dell’atteggiamento dei militari e dello spirito pubblico del Paese, nonché della popolarità della guerra e del consenso al regime.”.

Il prof. Pardini, nella sua ricerca, partendo dalle prime fasi di sviluppo organizzativo del servizio di Censura postale militare fino alla fine delle ostilità, ripercorre l’esperienza bellica italiana da un’angolatura e da una prospettiva diversa, vista cioè con gli occhi dei militari e della gente comune, ma non per questo meno importante, oggi per gli storici, ieri per gli stessi apparati politici e militari. L’autore riassume, che le prime verifiche sulla posta da e per i combattenti venne realizzata in occasione della guerra d’Etiopia e della guerra civile spagnola, al fine di captare frasi ritenute dannose per le forze armate o per il Paese, casi di spionaggio, atti di propaganda sovversiva o antimilitarista e che, nelle fasi successive, dopo che venne affinato psicologicamente, il servizio di Censura misurò come un termometro la situazione morale ed economica del paese e l’influenza esercitata dai principali avvenimenti militari e politici sulla popolazione e sulle truppe.

Per la sua ricerca, Pardini si affida alle Relazioni dell’Ufficio Coordinamento Servizio Censura della Regia Marina, ritenute più complete ed esaustive rispetto a quelle prefettizie coordinate dal ministero degli Interni, che avendo una natura politica, prendono in considerazione prevalentemente gli aspetti politologici, trascurando invece quelli economici e ancor più propriamente quelli psico-sociali.

Con grande onestà intellettuale, il prof. Pardini riconosce comunque i limiti scientifici della sua ricerca dovuti alla stessa natura dei documenti usati, alla non continuità delle raccolte documentali, sia a livello temporale sia a livello organizzativo, a causa delle circostanze belliche.

Lo stesso fatto di sapere di essere sottoposti a controllo postale, di per se riduce fortemente l’esprimere sincero dei propri sentimenti per iscritto, che rimarrebbero prova di indagine giudiziale. Ne risulta da ciò un primo limite all’affidabilità dei risultati. Inoltre, il controllo postale non potette essere esercitato in maniera complessiva a causa dell’immensa mole di corrispondenza smistata, e questo limite andò aumentando nel corso della guerra. Alla conclusione forzata del servizio censura nel 1943, fa notare l’autore, l’Ufficio CSC, su un totale generale di 233.033.000 pezzi affluiti, aveva potuto verificarne un complesso totale di 96.575.000 pezzi (quindi il 42% circa). Si aggiunga, poi, che il lavoro informativo dell’Ufficio CSC, si estendeva anche al controllo delle telecomunicazioni, quindi dei telegrammi e delle telefonate. La sola verifica delle voce, per dare un’idea, di fatto avrebbe richiesto un personale addetto che superava di gran lunga il numero dei 40-45 censori adibiti all’Ufficio, sminuendo la reale efficacia dei risultati. A prova di quanto scrivevo prima, in una maggiore libertà di azione dei mittenti, proprio nelle telefonate si sono riscontrati gli abusi più significativi. Poi c’era la sezione dedicata agli esteri per il controllo dell’andamento politico negli altri Stati, le cui referenze erano affidate ai corrispondenti. Nel libro si parla di Stati Uniti, di Gran Bretagna, della Francia e di qualche altro stato dove era presente la comunità italiana, tipo Brasile ed Argentina.

Ai limiti organizzativi, vanno aggiunte, poi, le stesse circostanze di guerra, in special modo a partire dal 1943, con il disfacimento delle forze armate italiane e la caduta del fascismo. Di fatto, almeno per quel che riguarda la Marina militare, essa riprese il proprio servizio di censura postale solo con la costituzione del secondo governo Badoglio, nell’aprile 1944, potendo per di più controllare solo la corrispondenza in partenza dei militari della Marina. I limiti di quei documenti è ulteriormente accentuata dal fatto che gli organi di censura della Marina potevano esercitare il loro potere alle sole province della Puglia, mentre solo in un secondo momento vennero riconsegnate al governo italiano anche le regioni Sicilia, Sardegna e Calabria.

Cosa ci raccontano dunque tutti questi documenti? Un bellissimo spaccato umano dell’Italia di quell’epoca con sottili linee psicologiche del dramma della guerra, ma anche l’esaltazione e l’idea di nazione che permeava gli animi dei combattenti e delle madri sedute davanti alla radio per ascoltare le notizie dal fronte, in attesa, appunto della lettera del proprio figlio. Poi c’è anche la platea dei connazionali all’estero che inveivano contro i nemici della patria e denunciavano le faziosità della stampa locale e il trattamento ricevuto dai governi nemici, come per esempio il sequestro dei nostri piroscafi in America. Tra lo scritto, non manca neppure la corrispondenza dei prigionieri di guerra, anche quella dei nemici, che dicono di noi che siamo “brava gente”.

Allo scoppio della guerra, comunque, la gran parte dell’opinione pubblica è entusiasta, crede in un conflitto breve e vittorioso, ha profonda ammirazione per il Sovrano e per il Duce e le istituzioni militari godono di alta stima. Dalle lettere dei nostri marinai emerge un grande attaccamento al dovere, coraggio e spirito aggressivo, entusiasmo per gli avvenimenti politici e militari, ed anch’essi credono, come il popolo, che la guerra sarà breve. Tali convincimenti saranno presto disillusi dagli avvenimenti della guerra, e così presto i sentimenti saranno destinati a cambiare. Già nel dicembre del 1940, tardando il realizzarsi delle promesse, si comincia a mettere in discussione la preparazione italiana ed i meriti dei comandi militari, fiducia che andrà via via diminuendo.

Dalla corrispondenza esaminata nei primi mesi del 1942 il clima appariva già piuttosto diverso. Serpeggiava una certa preoccupazione generale. La propaganda fascista, tuttavia, riusciva ancora ad essere convincente, anzi sembrerebbe il vero volano atto a sostenere la speranza di vittoria e ad offuscare la reale situazione del fronte. Così scriveva ad esempio un conoscente ad un marinaio in Tripolitania: “… il morale è sempre alto ed il cuore è sempre pieno di giubilo per la nostra amata e invita Patria, per potersi sfogare quando sarà giunto il momento buono, cioè quello della vittoria finale delle nostre armi e quelle del glorioso Terzo Reich, che tanti milioni di figli aspettano per essere liberati da quelle infami catene che li tengono stretti nello spazio vitale, per potere, un domani, respirare a polmoni pieni, quell’aria che fino a questo momento è stata loro privata, da quella lordura di egemonia e plutocrazia britannica, dalla mercenaria politica roosveltiana, dalla più ignobile e spudorata delle loro alleate…io sono certo che l’Asse e il Tripartito saprà infliggere a quegli ipocriti signori la lezione che vanno meritandosi.”.

Alla cieca fiducia dei combattenti si contrapponeva però il realismo della vita quotidiana di una nazione che comincia a sentire gli effetti della guerra, come le difficoltà a reperire le merci, specie quelle alimentari e il crescere dell’inflazione. Iniziavano anche i primi dissapori interni, muovendo accuse ai cosiddetti “Imboscati” e cercando i primi capri espiatori. Dalla risultanza dei controlli postali, nel maggio del 1942, scrive il prof Pardini, “per la prima volta, le manifestazioni di lamentele e di preoccupazione eguagliarono quelle di entusiasmo e di fiducia. Sebbene non si potesse definire ancora, come ricordava l’Ufficio CSC, vero e proprio «disfattismo»”. Con il passare dei mesi, il contegno dell’opinione pubblica peggiorò proporzionalmente all’andamento del conflitto. Per un certo periodo, tuttavia, ci si aggrappava ancora ad una miscela di patriottismo e di fede religiosa, ed anche sotto i primi bombardamenti alleati si scriverà: “…Dio non permetterà una vittoria anglosassone. Sarebbe ingiusto. Io non crederei più a niente se Dio facesse arridere la vittoria al brutale bolscevismo”; ed ancora : “Un giorno dalle macerie fumanti delle nostre più belle città si leveranno gli spiriti dei nostri cari morti a gettare in faccia al nemico tutto l’odio che per esso si nutre e lanciargli l’anatema per tutta la vita”.

Le incursioni alleate, trasformarono poi la fede patriottica per la vittoria in un profondo odio verso il nemico. Tale risentimento era ormai al di fuori di un qualunque aspetto propriamente militare. Un prigioniero di guerra che rimpatria, così scrive ai genitori: “…non solo rivedo la mia bella Italia, ma non ho più sotto gli occhi quei putridumi di inglesi, che devono essere odiati a morte perché
sono una brutta razza, sudici e bugiardi. …Imparate a maledire gli anglosassoni che farete un’opera buona all’umanità…”.

Con la perdita dei territori d’oltremare si sgretolò anche il sogno fascista. La fede nell’impero si trasformò in una fede patriottica-nazionalistica: “…Molti si dicevano fiduciosi che l’intero popolo italiano avrebbe saputo costituire una barriera insormontabile di petti e di volontà, contro la quale dovrà infrangersi ogni tentativo e ogni velleità nemica”. Con l’invasione della penisola da parte degli Alleati, anche i militari, pur mantenendo una media compostezza, persero le loro speranze, e come il resto della popolazione il loro animo era sostenuto dalla sola speranza in un futuro migliore per la nazione. “Noi soldati, in special modo noi marinai, siamo molto contenti poiché adesso ci sentiamo, anche se un po’ tardi, sotto una più onesta e salda guida”. La stessa speranza che del resto sosteneva la gente comune. La fidanzata ad un marinaio in Egeo: “In complesso tutta l’Italia ha tirato un gran sospiro di sollievo per essersi liberata da quella costrizione che le aveva tolto il respiro per 20 anni. Senza voler disconoscere tutto il bene che quell’uomo può aver fatto, è certo che specialmente ultimamente ha commesso un cumulo di errori e l’averci trascinati in guerra così impreparati è stato più che un errore, una colpa. Che eredità si prende Badoglio! Che Dio lo ispiri e lo aiuti e protegga la nostra Italia. Chissà prima del tuo ritorno quante cose saranno ancora successe e speriamo che siano belle…”.

Nell’ultimo periodo della guerra, il libro pone in evidenza le sofferenze della popolazione di fronte alla guerra. Al crollo di ogni fede politica corrisponderà d’ora in avanti il più assoluto materialismo. Si parla di scioperi e di salari, di lavoro e di prezzi, si festeggiano gli alleati che dispensano cibo al popolo, si pensa alla propria sopravvivenza. Si parla di disoccupazione, di prostituzione e di ogni altro genere di degenerazione ideale.

La parte finale del libro, insomma, è un vero dipinto della società italiana, che tanto somiglia ai nostri tempi. Mostra purtroppo quel legame opportunistico che gli italiani hanno sempre avuto. Un abile trasformazione del proprio credo commisurata alle convenienze. Prima la fede nel fascismo e nella patria, poi una misera consolazione psicologica in una paventata fede nella provvidenza, poi l’accontentarsi della sola salvezza della nazione ed in ultimo il disprezzo per la Germania. Era invece in aumento la popolarità degli eserciti Alleati. Si allestiscono ora le sale giudiziarie e i patiboli per condannarci l’un l’altro. I colpevoli sono da ogni parte, si passa dai “signori proprietari e di tutti i generali e di quel disgraziato di Badoglio, e del Re e il principino infame e traditore…” agli alleati che fingono di liberarci per renderci schiavi, ai comunisti traditori, agli imboscati.

Già qualcuno parla di partiti politici che fanno solo i loro sporchi interessi nel più assoluto individualismo, e viene segnalata la convinzione che si sia arrivati al punto di non saperci più governare. “Ma c’è di più ed è peggio: la maggior parte degli italiani non è iscritta a nessun partito”

Il libro risulta dunque appassionante, scorrevole e di facile lettura, non solo utile per gli addetti ai lavori ma anche a semplici appassionati della materia. Il testo è ben strutturato con una logica cronologica che individua agevolmente le varie fasi storiche dell’argomento, alternando utili e sintetiche premesse dell’autore e documenti riassuntivi agli stralci più significativi delle missive.

La ricerca si presta, dunque, al completamento di un’indagine sulla cinematica storico-sociale dell’epoca, con una efficace comparazione tra i contenuti memorialistici e quanto riportato in altri testi scientifici sull’argomento, misurando così lo scostamento tra la storia percepita dalla gente comune e il mondo accademico.

Massimiliano Italiano

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