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Nullità del licenziamento, lavoratrice reintegrata

Sentenza n. 246/2019 – Corte d’Appello di Ancona

 

 

Si è rivolta al Tribunale di secondo grado proponendo appello avverso la sentenza che ha rigettato la domanda proposta dalla medesima nei confronti del proprio datore di lavoro volta ad ottenere la declaratoria di nullità o l’annullamento del licenziamento intimatole per giusta causa, nonché la condanna al pagamento degli emolumenti maturati durante 29 giorni di malattia.

Per il primo giudice la lavoratrice ha commesso la violazione disciplinare contestata ed il licenziamento è stato adeguato e proporzionato all’adempimento contrattuale emerso da documenti acquisito e testimonianze.

Per la ricorrente il medesimo licenziamento è stato intimato allorquando si trovava in stato di gravidanza. Poi contestata la violazione di legge in ordine alla corretta valutazione della mancanza attribuitale e la sanzione sproporzionata rispetto alla violazione addebitata.

Nel processo si è costituita la società datrice di lavoro contestando l’impugnazione avversaria e ribadendo la gravità della violazione tale da compromettere in via definitiva l’elemento fiduciario posto a fondamento del rapporto. La società ha quindi eccepito l’infondatezza di tutti i motivi di appello proposti dalla lavoratrice chiedendo di dichiarare l’inammissibilità dell’impugnazione.

Il Tribunale ha confermato la ricostruzione dei fatti come effettuata dal datore di lavoro e ritenendo che il comportamento tenuto dalla lavoratrice fosse sorretto da un intento doloso ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa, pur se irrogato in costanza di gravidanza.

Per la Corte, però, la contestazione disciplinare mossa nei confronti della lavoratrice non ha fondamento.

I provvedimenti di interdizione dal lavoro sono stati conseguenti a due diverse gravidanze, la prima interrottasi ad agosto, la seconda cominciata a settembre. Tale situazione ha comportato l’avvio del procedimento disciplinare a carico della lavoratrice non avendo la società ricevuto, a suo dire, alcuna notizia dello stato di malattia protrattosi. Procedimento disciplinare conclusosi, appunto, con il successivo licenziamento.

Il Collegio ritiene, però, a differenza di quanto sostenuto dal primo giudicante, che la lavoratrice ha fornito la prova attraverso produzione documentale e testimonianze.

Per ciò che concerne, invece, i documenti ritenuti artificiosamente creati, la falsità dedotta dalla resistente è stato frutto di mere congetture che non hanno trovano alcun concreto fondamento negli atti di causa, dai quali, al contrario, si è ricavata la smentita alle ipotesi formulate dalla società.

Ritenuto insussistente l’illecito disciplinare contestato alla ricorrente.

La Corte ha quindi accolto l’appello dichiarando la nullità del licenziamento irrogato e condannando la società appellata alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno liquidato attraverso il pagamento di un’indennità commisurata alla retribuzione mensile globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento fino all’effettiva reintegrazione, oltre accessori, nonché al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali per il medesimo periodo.

 

La sentenza in esame può essere richiesta per mezzo di Lexgenda alla voce ‘Richiedi una sentenza’

 

 

 

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