Politica e Istituzioni

Libia: la caotica storia di un sogno democratico infranto

A partire dai primi mesi del 2011 l’onda della cosiddetta “Primavera araba”, ha tinto di rosso le acque della sponda nordafricana e mediorientale del Mar Mediterraneo. È dalla Tunisia che è partito il vento della “rivolte” che è poi arrivato in tutti gli altri Paesi, fino a giungere anche nel cuore del Mediterraneo, in quella Libia già tanto martoriata ed agonizzante.

Un Paese la cui storia è sempre stata turbolenta: unito quasi con la forza dalle Potenze Occidentali (in primis Gran Bretagna e Francia, interessate soprattutto alla sua posizione strategica all’interno dello scenario mediterraneo) alla fine del periodo coloniale italiano.

La “permanenza” italiana in Libia ebbe inizio nell’ottobre del 1911, in risposta al preminente controllo che l’impero Ottomano esercitava nel mar Mediterraneo. Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio in carica, diede seguito alla dichiarazione di guerra del 29 settembre e attaccò i turchi inviando, il 4 ottobre, un primo contingente di truppe sulle coste libiche che trovò la strada spianata da un pesante bombardamento navale, avvenuto nelle ore precedenti.

Questa rilevante scelta politica avveniva a quindici anni di distanza dalla sconfitta di Adua e dall’armistizio di Addis Abeba, che rappresentavano un’ancora cocente parentesi per il Regno d’Italia. Francesco Crispi deciso a dare lustro al suo Re, invase nel 1896 l’Etiopia sicuro di una rapida ed indolore vittoria. L’impreparazione strategico militare italiana e la sottovalutazione dell’avversario si rivelarono una combinazione fatale al punto che, le truppe guidate dal sovrano etiope Menelk II, in pochi mesi ebbero la meglio sull’esercito invasore.

L’Italia dunque, mossa anche da un sentimento di rivalsa, si apprestava ad avviare una nuova campagna coloniale. Giolitti, seppur convinto di una vittoria certa, a differenza di Crispi condivise con lo Stato Maggiore una strategia meglio definita che si dimostrò, almeno inizialmente, efficacie. L’elemento negativo di quella campagna fu però di altra natura. Gli italiani erano pervasi dalla convinzione di essere accolti quali liberatori dall’oppressore turco, portatori di salvezza e di prosperità. La realtà libica si rivelò ben diversa: il controllo ottomano non era strutturato e capillare, pertanto gli abitanti avvertivano una loro indipendenza e non erano di certo disposti favorevolmente nei confronti di chi minacciava di farla sparire definitivamente.

Molteplici furono gli episodi in cui i partigiani libici, talvolta coadiuvati dalle milizie turche, aggredirono ed ebbero la meglio sugli italiani. Il 23 ottobre 1911, a Shara Shatt (Sciara Sciat), un sobborgo di Tripoli e tre giorni dopo a el-Messri, si consumarono due imboscate libiche ai danni dell’esercito italiano che causarono oltre seicento morti e numerosi feriti. Giolitti informato delle perdite chiese al generale Umberto Cagni una ferma reazione che, prontamente, avvenne. Tripoli fu messa a ferro e fuoco, circa 1800 abitanti furono uccisi per rappresaglia ed altri quattromila vennero deportati in zone di detenzione italiane. Di questi, buona parte perirono gettati in mare durante il viaggio o nelle carceri di Tremiti e Ponza.

La portata e la brutalità degli eventi ebbero un’eco mediatico quasi pari ai fatti del 2011 in quanto suscitarono l’indignazione della comunità internazionale, in particolare, in Gran Bretagna e Francia si tennero manifestazioni che condannavano le atrocità commesse in Libia dall’Italia. Il conflitto volse al termine con la firma del trattato di Losanna, il 12 ottobre 1912, nel quale veniva sancito il controllo civile e militare dell’Italia sulla Tripolitania e la Cirenaica lasciando agli ottomani la sovranità giuridica e religiosa.

L’Italia, passata dal governo dei liberali alla dittatura fascista, riscoprì una politica coloniale quando il duce del fascismo Benito Mussolini, con l’intenzione di armonizzare la diarchia con Vittorio Emanuele III, decise di conferire a quest ultimo il titolo di Imperatore d’Italia. Una delle prime azioni studiate da Mussolini riguardò proprio la Libia. Nonostante alcune operazioni strategiche intraprese dal governo Facta nel 1922, la Cirenaica sfuggiva ancora al completo controllo dello stato italiano a causa di un’intensa attività della confraternita musulmana Senussia, guidata da ʿUmar al-Mukhtār (Omar al- Mukthar).

Nel 1929 il governatore italiano a Tripoli, il generale Pietro Badoglio, ed il vice-governatore a Bengasi, il generale Pietro Graziani, su indicazione del Duce, decisero di avviare una serie di attività volte a creare una discrasia tra le formazioni ribelli e la popolazione sottomessa. Furono costruiti circa dodici campi di concentramento dove vennero rinchiuse le popolazioni seminomadi della Cirenaica. La regione fu letteralmente svuotata: circa diecimila persone perirono durante la prigionia, e un numero incalcolato trovò riparo in Egitto o nel deserto. In aggiunta, i due generali fecero costruire un tracciato di filo spinato lungo circa 270 chilometri sul confine tra la Libia Italiana e l’Egitto, tra Bardia e Giarabub.

Alla fine del 1931 i militari italiani scovarono ed uccisero il leader ribelle Omar al- Mukthar ponendo così fine alle speranze di indipendenza di una nazione e sottomettendo il popolo libico a seguito di un atroce genocidio. Solo tra il 1934 ed il 1940, mediante l’azione del governatore Italo Balbo l’esperienza fascista saprà dare un tono elevato e spettacolare alla sua presenza in Libia con la costruzione di importanti infrastrutture e la bonifica dei territori desertificati. Il Duce del fascismo però non si accorse di quanto prezioso fosse il contenuto di quella terra, rigogliosa di “oro nero” che, di lì a poco, avrebbe scatenato le brame di mezza Europa; forse era troppo occupato a falcidiarne gli abitanti con l’intento di ottenerne la venerazione.

Crispi, Giolitti, Mussolini, nonostante i differenti contesti temporali e sociali, commisero il medesimo errore, quello di pensare che gli italiani sarebbero stati considerati dal popolo libico “bravagente”, amici ai quali aprire le proprie porte e tendere la mano. Non considerarono che la volontà e l’ambizione di un popolo alla propria autonomia e alla propria libertà può divenire enorme soprattutto quando viene messa in discussione. Non considerarono inoltre che le atrocità commesse avrebbero avuto effetti perpetuatisi sino agli eventi del 2011 ed in quelli più recenti.

Pochi anni dopo la proclamazione dell’Indipendenza e l’inizio della monarchia di re Idrīs I si ritrovò a fronteggiare una repentina ed improvvisa fonte di ricchezza, senza possedere le capacità basilari per amministrarla. La scoperta del petrolio e la conseguente incapacità dell’apparato burocratico, infatti, se da un lato ingrossarono le casse dello Stato, dall’altro non riuscirono ad apportare benefici alla popolazione. Al contrario, iniziarono a minare la stabilità e l’unità del Paese, favorendo il dilagare di fenomeni come favoritismi, clientelismi, corruzione e conflitti di interessi. Si venne a creare, così, un’elite politica, la sola capace di detenere il potere economico.

La situazione non migliorò neanche dopo il colpo di stato del 1969 attuato dal Colonnello Gheddafi e dagli altri Ufficiali Liberi che ha portato al rovesciamento della monarchia. Iniziò, così, per la Libia un duro periodo di oppressione e repressione durato per ben quarantadue anni, fino a quando, sull’onda degli eventi della Primavera araba che avevano scosso la Tunisia e l’Egitto, anche i libici hanno trovato la forza di ribellarsi al loro Ra‘īs e liberare così la loro patria, provando a regalarle una nuova luce e una nuova speranza.

Con la morte di Gheddafi, avvenuta il 20 ottobre 2011 per mano di un giovane ribelle, in Libia è iniziata una nuova era in cui si respira aria di libertà. A piccoli passi il Paese sta tentando di iniziare daccapo, ma la strada è ancora lunga. Lo scenario è in continua evoluzione e pieno di incognite in una Libia dilaniata e distrutta da una guerra asimmetrica non solo per l’evidente disparità delle forze che erano presenti in campo, ma anche per l’assoluta divergenza di mentalità e strategie. Una guerra combattuta da una parte, quella di Gheddafi, con ingenti risorse finanziarie a disposizione, armi e mezzi di propaganda, che non ha avuto nessuno scrupolo di coscienza, nemmeno un briciolo di umanità per la vita del suo popolo, per quegli esseri che non considerava nemmeno umani, ma che definiva “ratti” o a volte “cani”, contro i quali ha usato tutte le armi a sua disposizione, azzerando intere città dopo aver lanciato razzi e bombe a grappolo solo per mantenere ben saldo il proprio potere. Una guerra combattuta dalle brigate di un dittatore che non si facevano scrupoli di alcun tipo e organizzavano “festini” a base di stupri di gruppo che si concludevano con stragi di donne e dei loro familiari. Una parte che dietro di sé lasciava solo distruzione, senza risparmiare neppure gli ospedali e le moschee. Sono numerose le testimonianze che raccontano di come a Tripoli le brigate violentavano le ragazze nelle strade e di come c’erano intere zone trasformate in carceri per donne e bambini, i cui uomini, andati in cerca di cibo e di acqua, non erano mai più tornati perché rapiti o uccisi dai miliziani di Gheddafi.

Dall’altra parte, invece, c’era un popolo che per ben quarantadue anni ha vissuto nel terrore e solo con la morte del suo dittatore e la fine di questa guerra civile è riuscito ad assaporare finalmente la libertà. Un esercito di persone normali che hanno dovuto interrompere le proprie attività quotidiane e si sono ritrovate ad essere soldati improvvisati che non riuscivano ad essere spietati e sanguinari e prima di attaccare una città si assicuravano che i suoi abitanti fossero stati al sicuro per non provocare ulteriori morti. Un popolo represso e oppresso da un uomo che non aveva preso in considerazione il fatto che, come direbbe Taibi “con il tempo, e quando il sistema non riesce a disinnescare la rabbia, l’oppressione si trasforma in qualcosa di simile ad una pentola a pressione: quando si lascia libera, la rabbia riempie l’aria e la repressione può portare ad eventi inattesi, finanche il verificarsi di un’esplosione.

Con la caduta di Gheddafi, il popolo libico ha cercato di ricostruire un nuovo Paese fondato sulla democrazia e sulla libertà in tutte le sue forme. Con la morte del Ra‘īs la Libia ha aperto una nuova pagina tutta da scrivere, con molte sfide da fronteggiare e problemi da risolvere. Innanzitutto, c’era un Paese da ricostruire, una società ed un’economia da riorganizzare e da far decollare. C’erano diversi mali ereditati dal regime precedente da sradicare come la corruzione, il regionalismo ed il campanilismo, ma soprattutto c’erano l’odio e lo spirito di vendetta che nove mesi di guerriglia aveva lasciato dietro di sé. C’era bisogno che la gente tornasse ad occuparsi delle proprie attività quotidiane, così come faceva prima delle rivolte, ma questa volta senza paura, senza temere per la propria vita o per l’incolumità di qualcun altro. C’era bisogno che la Libia tornasse di nuovo a vivere, che tornasse a farlo per davvero, democraticamente e in un regime di libertà che permettesse alle persone di perseguire le proprie passioni, le proprie aspirazioni e i propri sogni. È per questo che i libici si sono battuti, versando il proprio sangue, sacrificando la propria vita e riuscendo tanto faticosamente ad assaporare un profumo di libertà fino ad allora sconosciuto. Ed il Paese, nonostante i numerosi problemi da affrontare, ci sta provando pian piano. Lentamente sta cercando di ricostruire il tessuto sociale e creare un nuovo canale culturale su cui puntare. Ma sono molte le sfide da affrontare, forse troppe per un Paese che ancora oggi, dopo ben cinque anni, non sa bene cos’è la democrazia.

Il processo di transizione, avviato pochi mesi dopo la fine delle rivolte, ha ben presto subito un blocco, dovuto all’incapacità dei vari Governi succedutisi di integrare le varie milizie rimaste operative dopo la caduta del regime. La situazione politica è precipitata sempre più e il Paese presenta adesso tre distinti centri di potere: il Governo di Al-Thinni, quello riconosciuto a livello internazionale con sede a Tobruk; il Congresso Generale Nazionale di Tripoli, insediatosi nella capitale e appoggiato dalla maggioranza dei gruppi islamisti, moderati e non; il Califfato di Derna, autoproclamato da miliziani affiliati, per loro stessa dichiarazione, allo Stato Islamico. L’attuale assenza di un Governo centrale stabile e di Istituzioni statali ben consolidate è una delle principali cause della crisi in corso.

Incapacità di governare, frammentazione tra le varie milizie regionali, rafforzamento delle milizie islamiche indebolimento dell’economia libica, da sempre fortemente dipendente dall’esportazione del petrolio, ed aumento del flusso migratorio sono i principali sintomi causati dalla destabilizzazione del Paese, il quale, in realtà, non è mai riuscito a voltare pagina dal 2011.

Le iniziative della comunità internazionale, le ultime quelle relative al contrasto dei traffici illegali d’immigrati, sembrano mirare più a limitare i sintomi che a sradicarne le cause. Anzi, gli attori internazionali sono stati nell’ultimo biennio responsabili del procrastinarsi delle cause della crisi e dell’instabilità in Libia, delineando una guerra di prossimità che ha incancrenito il conflitto e ristretto i pochi e reali tentativi di ricomposizione del quadro politico e militare. A nulla, infatti, sono valse le svariate trattative che hanno visto, dal 2011 al 2015, seduti allo stesso tavolo i vari esponenti dei Governi di Transizione e degli altri due centri del potere per provare ad unificare le proprie forze.

L’aspetto che emerge principalmente è che chi vuole governare la Libia oggi, e soprattutto chi la governerà domani, potrà farlo solamente cimentandosi nella difficilissima opera di coinvolgimento di tutti gli strati sociali, capire le ambizioni politiche, compensare economicamente la rinuncia all’autonomia militare delle singole milizie, riportare gradualmente ciascuno nell’alveo di un percorso condiviso.

Il futuro della Libia, a cinque anni dalla fine delle rivolte, è ancora tutt’altro che ben definito. Come si nota, lo scenario è ancora in continua evoluzione e la calma stenta ad affermarsi nel Paese. Nonostante ciò, però, il Paese ha tutti i presupposti necessari per scrivere delle pagine brillanti sul suo futuro e costruire una forte democrazia in modo tale da non essere mai più considerata “quel grande scatolone di sabbia” privo di risorse, sogni, speranze e futuro perché nonostante tutto, qualcosa è cambiato: si è affacciata alla ribalta una generazione che ha impresso nel proprio DNA il cromosoma del cambiamento, che ha toccato o anche solo annusato, il valore della democrazia e non vuole tornare indietro.

La politica, la partecipazione e l’impegno fino alla testimonianza della libertà e della vita si sono conquistate uno spazio nella società, sia che la rivoluzione sia riuscita, sia che la transizione sia ancora in bilico, sia che bruci ancora il fuoco dello scontro. Credo che sia un inizio, forse solamente quello, di un’inesorabile trasformazione. L’esito tattico delle primavere arabe è ancora incerto nel Paese, ma il cambiamento strategico avvenuto in quella società è molto profondo e ben radicato. È per questo che la storia continua ed il futuro presto verrà scritto in maniera irreversibile.

 

Benedetta De Lisi, laureata in “Lingue straniere per l’impresa e la cooperazione internazionale”

Giuseppe Iglieri, dottorando di ricerca in “Innovazione e gestione delle risorse pubbliche”

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