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L’Europa lontana

La sensazione di smarrimento che accompagna l’attraversamento di passaggi epocali come quello che tocca la società contemporanea ha prodotto un costante incremento dell’avversione nei confronti dell’Europa, intesa come istituzione. In questo particolare disegno dello sviluppo globale, un nuovo attore internazionale, la Banca Centrale Europea, ha costruito e sta consolidando un paradigma interpretativo dell’azione comunitaria basato sull’assunzione di un ruolo guida, riconoscibile de facto seppur non desumibile dai trattati.

La teoria funzionalista, assunta dai governi degli stati membri dell’allora CEE quale modalità di costruzione del processo di integrazione europeo per piccole tappe, dopo un periodo di successi, ha palesato tutte le sue difficoltà. Un approccio, quello funzionalista, che prevalse sulla “spinta accelerata” immaginata da Altiero Spinelli durante il suo esilio dalla dittatura fascista sull’isola di Ventotene. Spinelli riteneva che l’Europa non potesse cadere dal cielo e nel 1941 elaborò il testo “Per un’Europa libera ed unita” meglio conosciuto come “Manifesto di Ventotene“.

Questo testo prevedeva la proposta di una nuova Europa, da costruire al termine della seconda guerra mondiale, che avesse l’ambizione di porre fine ad ogni azione bellica, e di unire economicamente e politicamente le nazioni europee.

L’impegno e l’abnegazione di Spinelli, padre fondatore dell’Europa, hanno garantito comunque un apporto fondamentale per la costruzione delle istituzioni europee come oggi le conosciamo. Il progetto di Ventotene ha contribuito, in maniera particolare, alla formalizzazione del Parlamento Europeo quale organo elettivo, e all’elaborazione dell’Atto Unico Europeo che ha creato le premesse per giungere all’Unione Europea.

Un interessante elemento di confronto tra l’approccio “spinelliano” e quello funzionalista lo si può desumere proprio in merito al percorso che ha consentito, ai paesi membri, di ottenere il diritto di voto per eleggere il Parlamento Europeo. L’impulso di Spinelli, unitamente ad altri importanti esponenti della politica europea, portò nel 1958 alla nomina di una speciale commissione incaricata di redigere il progetto dell’elezione a suffragio universale dell’assemblea parlamentare europea.

Il gruppo di lavoro, guidato dal belga Fernand Dèhousse, elaborò nel febbraio del 1960 un piano embrionale che fu presentato alle istituzioni ed approvato dal P.E. il 17 maggio 1960. Il gruppo di lavoro dimostrò un rapidità di azione che si scontrava con la volontà funzionalista e, difatti, la prima elezione a suffragio universale del P.E. avverrà solo nel 1979, ben diciannove anni più tardi. Quell’Europa immaginata come un’unione politica federale ha ceduto il passo alla concertazione degli Stati, tipica del metodo intergovernativo, ed alla costante carenza di un decisore politico unitariamente riconosciuto.

Con l’avvento della crisi economica globale maturata a partire dal 2008, la percezione del sentimento europeo da parte dei cittadini degli Stati membri è andata via via diminuendo. Un processo rapido quanto improvviso che ha visto il suo apice alle elezioni europee del 25 maggio 2014, con l’incoronazione dei partiti e dei movimenti che fanno dell’euroscetticismo il loro elemento portante.

Una parabola discendente che trova conferma con il referendum consultivo, svoltosi nel Regno Unito il 23 giugno 2016, che ha sancito la volontà dei cittadini britannici di abbandonare l’Unione Europea.

Il distacco enorme venutosi a creare tra i cittadini europei e le istituzioni europee è una delle principali cause di tale esito. Un gap che viene ulteriormente accentuato dall’accrescimento della percezione, non del tutto errata, della mancanza di autorità e autorevolezza degli attori istituzionali dell’Unione Europea. Questo sentimento di vuoto politico europeo che, in tempi recenti, sta trovando uno sbocco preferenziale nell’adesione sempre più diffusa agli ideali euroscettici, viene esplicato in maniera più rigorosa estrapolando il concetto di “Deficit Democratico“.

La teoria del deficit democratico, elaborata nella sua prima versione da Weiler, Haltern e Mayer nel 1995, può essere riassunta in cinque punti fondamentali che descrivono il distacco tra i cittadini europei e le istituzioni dell’UE, causato soprattutto dall’inesistenza di un reale decisore politico unitario.

Il primo aspetto riguarda, appunto, le scelte politiche. Per quanto concerne le scelte politiche nazionali poste in essere dai governi e dai parlamenti, solitamente, esse risultano immediatamente poste al controllo dei cittadini. Ciò rende, o dovrebbe rendere, le istituzioni responsabili dinnanzi ai cittadini. Per quanto concerne invece le scelte politiche a livello europeo, il controllo e l’attribuzione di responsabilità non risultano affatto azioni immediatamente realizzabili, il che lascia, soprattutto ai governi degli Stati membri ed al metodo intergovernativo, un ampio margine di autonomia decisionale.

Il secondo punto riguarda il Parlamento Europeo. Il PE, nonostante un costante e notevole accrescimento delle proprie prerogative, non ha raggiunto ancora un livello tale da poterlo rendere paragonabile ai parlamenti nazionali. In particolar modo, il Parlamento Europeo non viene percepito come istituzione in grado di fare da elemento connettore tra i cittadini e le decisioni assunte dall’Unione Europa. Un ruolo che effettivamente il PE dovrebbe avere ma che non svolge.

Il terzo aspetto riguarda la natura di II livello delle elezioni europee. Tale definizione meriterebbe una trattazione dedicata, ma per una immediata intuizione basta indicare che le elezioni europee vengono in tal modo definite (Reif e Schmitt 1980, Schmitt 2010) poiché sono elezioni con un peso marginale, che vengono combattute su un’agenda politica più nazionale che europea e che finiscono per rappresentare, sovente, un banco di prova per i partiti nazionali.

Il quarto aspetto del deficit democratico concerne i luoghi della decisione politica. Il processo di integrazione ha determinato lo spostamento dei luoghi dove vengono materialmente assunte le decisioni politiche, che risultano diversi e disconnessi dai luoghi dove si cerca il consenso politico. Questa discrasia accentua l’indole ad assumere decisioni europee, che a livello nazionale probabilmente non sarebbero state mai assunte, senza che vi sia la possibilità di individuare un responsabile preciso.

Il quinto ed ultimo aspetto è rappresentato dall’elevata natura tecnocratica del processo decisionale europeo, quale fattore incrementale del distacco tra i cittadini e le istituzioni.

Esplicitare la teoria interpretativa “deficit democratico” consente di intuire facilmente quale sia il grado odierno di fiducia riposto dai cittadini nell’Unione Europea e nelle sue istituzioni e, al contempo, di delineare l’inesistenza di un centro decisionale politico unico, unitario e universalmente legittimato. Nonostante ciò, l’impressione palpabile è che l’azione istituzionale dell’UE sia talvolta giunta addirittura a commissariare Stati nazionali sovrani, incidendo in maniera rilevante sul corso democratico degli stessi. Due esempi, tra i più rappresentativi, sono l’intervento in Grecia nei confronti del governo Tsipras, vicenda che sarà oggetto di approfondimento nei paragrafi successivi, e la pressione portata in Italia per l’avvicendamento tra il governo Berlusconi ed il governo Monti.

L’impressione di un’azione viva dell’UE si avverte perché in questa incertezza approssimabile ad un vuoto politico europeo si sta facendo strada, in particolare a partire dal 2012, il processo evolutivo di un importante attore istituzionale: la Banca Centrale Europea.

Come nel 1952 per la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e nel 1957 per la Comunità Economica Europea, ancora una volta il fattore aggregante, o per meglio dire ri-aggregante, per un’Europa che necessita di nuova linfa potrebbe essere rappresentato dall’economia e dalla finanza.

La brusca frenata al processo di integrazione proveniente dal Regno Unito pur potendo rappresentare un grave colpo inferto all’Europa potrebbe essere tutt’altro che letale. Gli effetti della “Brexit” infatti sono misurabili esclusivamente per l’accrescimento dell’incertezza rispetto alla tenuta delle istituzioni europee e dei mercati economica. Essi non sono ancora valutabili in maniera metodologica ed approfondita, visto che il governo di sua maestà non ha ancora provveduto a ratificare formalmente l’esito della consultazione referendaria,

Un processo, quello riaggregante, che è tutto in divenire e che necessita un approfondimento delle sue valutazioni.

 

Giuseppe Iglieri– dottorando di ricerca in “Innovazione e gestione delle risorse pubbliche” Università degli studi del Molise

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