Economia

La caccia alla competitività avverrà con l’abolizione dei diritti dei lavoratori?

Il giudice del lavoro di Isernia dice No.

Parte del drastico impoverimenti della zona occidentale della terra senz’altro dipende dalla nota concorrenza asiatica che fa del bassissimo costo del lavoro la sua arma principale contro la produzione industriale del resto del globo; dimentiche del fatto che la nobiltà del lavoro risiede tutta nell’incremento della dignità della specie umana, la classe dirigente nazionale e sempre più numerose aziende di bandiera italiana  stanno emigrando verso le terre dell’est, e culturalmente, e fisicamente, alla ricerca di operai che non pretendono ferie e malattie pagate, oppure semplicemente che non hanno pena nel lavorare più di 12 o 14 ore al giorno. Le realtà industriali che non si piegano a tale ignobile pratica, invece, cercano di importare al di qua dei confini nazionali la non cultura dell’umiliazione del lavoratore senza volto e senza diritti; fermo restando che la materia in menzione è totalmente deregolamentata, nel senso che nessuna manovra politica è stata attuata per imporre dazi doganali sulle merci estere di importazione provenienti da paesi che non rispettano la sacrale figura del lavoratore, né in alcuna misura si cerca di favorire l’industria Italiana con trattamenti fiscali più equi e ponderati. In questo scenario generale, con l’Ordinanza resa all’esito del procedimento R.G. 677/2013 e depositata in Cancelleria in data 04/08/2014, il Giudice del Lavoro di Isernia, dr. Mario Ciccarelli,  ha ribadito i diritti sanciti nell’evoluto Statuto dei Lavoratori Italiani, dichiarando illegittimo il licenziamento di un lavoratore dell’industria automobilistica “DR Motor Company” Spa, il quale era stato espunto dall’organigramma aziendale per aver esercitato il diritto di sciopero e quindi di manifestazione del proprio pensiero, in assoluta linea con i principi costituzionali sanciti dagli artt. 21, 39 e 40 della Costituzione. Al lavoratore, Filippo Esposito, venafrano con inquadramento formale di manovale di primo livello, rappresentato e difeso dal celebre e brillante avvocato giuslavorista Giuseppe Di Vito, erano state dapprima negate alcune retribuzioni per prestazioni mensili già effettuate, poi erano state calunniosamente addebitate condotte offensive nel confronti della dirigenza aziendale sulla base delle quali si era poggiato l’illegittimo licenziamento del lavoratore in esame. Invece, all’esito dell’attività istruttoria scaturita dall’azione giudiziaria proposta e sostenuta dal medesimo avvocato Di Vito, il Tribunale isernino ha accertato che la realtà ontologica dei fatti era tutt’altra, ossia, ha constatato come il ricorrente Esposito fosse stato assunto a capro espiatorio per il semplice fatto di aver esercitato civilmente e legalmente i suoi diritti sindacali; in altre parole, il Tribunale sostiene che il licenziamento oggetto di causa era illegittimo perché nessun lavoratore può giammai essere licenziato per il semplice fatto di aver partecipato ad una manifestazione esprimendo civilmente il proprio pensiero, quantunque in contrasto con quello del proprio datore di lavoro.  Totalmente infondate, sostiene la Magistratura, risultano essere nel caso di specie le accuse mosse dall’azienda al proprio lavoratore.

Un bel risultato portato a casa per tutti i lavoratori della Piana Venafrana, i quali, con le proprie battaglie civili hanno il dovere di indirizzare la linea industriale locale verso quella produzione d’eccellenza che non conosce concorrenza, se non quella attuata da lavoratori altamente specializzati e ben retribuiti.

Articolo Precedente

La festa patronale di Venafro, una tradizione senza tempo

Articolo Successivo

Non solo crisi a Venafro