Cultura

Intervista a Franco Valente, l’architetto venafrano con numeri da rockstar.

Franco Valente, classe ’46, architetto, se non il maggiore, è senz’altro tra i più grandi cultori del territorio molisano di tutti i tempi.

Centinaia tra interventi di restauro e progetti, 7 libri, 900 tra articoli e saggi,  il suo blog nato solo il 21 settembre 2011 ad oggi conta già 920.000 visitatori; è proprio il caso di dire che raramente la cultura riesce ad avere al suo seguito folle tanto fitte ed interessate. Dunque, “Franco Valente chi è davvero?”

 “Preferisco dire di me che sono un autentico sessantottino, avendo partecipato in prima persona ai noti eventi di Valle Giulia; appartengo agli ambienti della sinistra e prima ancora che cattolico mi definisco cristiano; la mia personalità è intrisa del messaggio messianico, tuttavia tengo a precisare che sono uno strenuo antagonista di tutte le organizzazioni paracattoliche tipo “CL”, che abusano del messaggio evangelico al solo biasimevole scopo di procurare profitti economici agli gli adepti.”.

L’altare di Sant’Angelo in Grotte è uno splendido esempio dell’opera di Franco Valente architetto. Lei che ne pensa?” 

“Nessuno sa che quell’opera l’ho realizzata io; in effetti la mia specialità è il restauro, restauro inteso come cambiamento di destinazione d’uso delle strutture nel rispetto della loro storia. Sono contro il modernismo, tuttavia un castello medioevale oggi non ha alcun senso se viene considerato ancora per la sua iniziale funzione di difesa (del padrone dal popolo direbbe Machiavelli). Compito del bravo architetto è dunque quello di saper dare alla vecchia struttura architettonica una nuova funzione; ciò, ovviamente, senza cancellare la storia dell’opera ristrutturata, anzi, preservandola.”

 “Quali sono i suoi principali restauri?”

“Beh, indubbiamente l’abbazia di San Vincenzo al Volturno, il castello di Monteroduni e la torre del mercato di Venafro; purtuttavia ho sempre avuto il privilegio di lavorare con importantissime strutture di pregio, tra le tante figurano anche decine di palazzi signorili venafrani.”

 “Che rapporto ha Franco Valente con la sua città?”

Nemo profeta in patria! Sono nato e cresciuto qui, questa terra mi ha fatto lavorare tanto ma, quando mi chiedono da dove io provenga rispondo sempre dicendo che sono di Capracotta: i miei genitori erano di lì; questa è una terra affascinante ma ha sempre avuto pessimi amministratori e non mi trattengo nel dire che quella attuale è la peggiore amministrazione dall’Unità d’Italia; a proposito, per queste terre l’Unità d’Italia è stato uno stupro vero e proprio, ma pur sempre uno stupro che ha prodotto un figlio buono.”.

Cos’è per lei un’opera d’arte?”

“L’opera d’arte è una realtà dinamica. Intanto, l’opera in quanto oggetto è una potenziale opera perché ciò che essa riesce a trasmettere dipende dalla luce che deve arrivare alle spalle dell’osservatore, che, frapposto tra la luce e l’opera deve dare un senso a ciò che, illuminato, gli si para innanzi. Un’opera, poi, per essere grande deve avere un grande pubblico, perché il semplice giammai coglierà certe finezze che vi sono racchiuse. Nell’arte, quella autentica intendo, c’è sempre una certa reticenza (aposiopesis)ed il vero artista è quello che riesce ad impegnare l’osservatore in uno sforzo creativo di lettura dell’oggetto artistico e dei suoi vari significati.”.    

qual è la sua corrente di pensiero?

“Questa domanda mi fa pensare che stiamo un po’ parlando del sesso degli angeli.. ahah.. comunque sono uno strutturalista, nel senso che il tempo ha per chiunque un significato diverso e, soprattutto, la diacronia e la sincronia possono influenzare molto le relazioni tra i soggetti; se ad esempio mi svegliassi dopo dieci anni di coma, quest’intervista verrebbe da me affrontata con una conoscenza del tempo e delle cose pari a dieci anni fa, quindi, in un momento sincronico, cioè ora, mi troverei a discorrere con strumenti e conoscenze di allora e, cioè, diacroniche. Dunque lo strutturalista è chi tiene presente nella sua esistenza che il tempo e le esperienze di ognuno portano la conversazione su piani soggettivi inevitabilmente distanti.”.

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