Politica e Istituzioni

Europa dei popoli o Europa delle banche?

In questi giorni convulsi per l’Europa vale la pena di chiedersi in che tipo di Europa viviamo. Il dibattito non penso sia basato sullo schierarsi pro o contro l’Europa, ma sia incentrato, invece,  sul modello di Europa venuto fuori dai trattati. Sicuramente non è stato il disegno di un’Europa dei Popoli a prevalere. Infatti come abbiamo avuto modo di vedere in questi ultimi anni non ci troviamo di fronte ad Europa forte ed egemone politicamente e culturalmente, libera da interessi privatistici e che esercita un ruolo fondamentale all’interno della comunità internazionale. Ma piuttosto abbiamo visto crescere un’Europa tecnocratica, finanziarizzata, che ha dimenticato, per forza o per volere, le proprie tradizioni morali e spirituali, che ignora il fondamentale principio della solidarietà interna, il caso Grecia ne è l’esempio più lampante.

I cittadini dei vari stati europei si erano illusi, o erano stati illusi, che cedendo la propria sovranità politica e finanziaria ad una ristretta cerchia di tecnici si sarebbero risolti i più annosi problemi, fra tutti gli sprechi e le ruberie.  La realtà però è stata ben diversa. Ciò non ha prodotto altro se non la disgregazione della sovranità popolare, politica ed economica, che ha portato molti paesi dell’eurozona fin sull’orlo della bancarotta.

L’errore più marchiano è stato senza dubbio espropriare gli stati della propria sovranità monetaria, trasferendola a livello centrale europeo, però senza prima cercare di creare le condizioni politiche affinché ciò potesse avvenire. Infatti ci siamo trovati una moneta unica ma diciannove politiche fiscali, economiche, di deficit e bilancio totalmente diverse fra loro, quindi una disparità paurosa che ha favorito le nazioni più ricche e solide a danno di quelle meno solide o più povere.  Questa progressiva perdita di sovranità affonda le proprie radici nei primi anni novanta, quando con la costituzione dell’istituto monetario europeo(IMI) e della BCE, è iniziata la progressiva perdita di sovranità. Ciò perché è stata tolta ai singoli governi nazionali la facoltà di stabilire gli indirizzi di massima della propria politica economica, nonché la facoltà di regolare l’emissione delle banconote, prima dell’entrata in vigore dell’euro.  Con l’entrata in vigore dell’euro il tutto è stato amplificato, perché un’unica moneta per economia diverse non sempre può funzionare. Quando non funziona, come nel nostro caso, crea ingente disoccupazione, rafforzando nel contempo chi è già forte, la Germania, ed indebolendo chi è in difficoltà. Inoltre senza il controllo sulla propria moneta, un qualsiasi stato si vede ridurre , e di parecchio, la propria autonomia. Infatti non può provare, in nessun modo, a contrastare una crisi con misure diverse da quelle imposte dal governo finanziario europeo.

A seguito di questi passaggi “politici” si è andata delineando un’Europa finanziarizzata e burocratizzata, dove l’economia ha prevaricato la politica, sfilacciando di conseguenza il tessuto sociale delle varie nazioni europee.  Ed inoltre l’eccessiva burocratizzazione ha comportato lo spostamento decisionale dagli organi eletti dai cittadini ad organismi bancari e finanziari lontani dalle problematiche delle singole comunità.  Infatti i poteri del Parlamento Europeo sono inadeguati  e limitati, rispetto a quelli degli organismi economici, ciò a dimostrazione di come l’economia, almeno in Europa, abbia surclassato la politica e del peso quasi nullo che  in questa Europa hanno i cittadini, che vedono imporsi diktat senza poter far nulla. Infatti già da tempo la moneta ha perso la sua storica funzione di unità di misura della ricchezza, per diventare strumento di controllo e governo della politica. Ciò è di molto amplificato in Europa, dove complice la confusione politica, la moneta ed il debito pubblico dei paesi dell’eurozona sono diventati strumenti di controllo con i quali la Troika tiene sotto scacco i paesi più deboli, costringendoli ad adottare politiche di austerità e deflazione.

Inoltre va sottolineata l’assenza di una potenza economicamente e politicamente egemone in grado di poter trainare gli stati più deboli, così da poter diminuire il gap esistente tra i paesi nordici e quelli dell’area mediterranea. I più potrebbero obiettare questo mio pensiero, dicendo che una potenza egemone all’interno dell’UE c’è, ed è la Germania. E’ vero non nego il ruolo economicamente egemone della Germania, ma allo stesso tempo fine a se stesso. Infatti in questi anni di recessione la Germania, nonostante sia stata la nazione meno colpita dalla crisi, non è stata capace, o non ha voluto, ricoprire il ruolo di volano per l’intera economia continentale. Anzi ha fatto tutto il possibile affinchè nessuna nazione, appartenente all’area euro, potesse spiccare il volo, o quantomeno provare a rialzarsi attraverso politiche pubbliche di sostegno all’economia. Il perché di questo comportamento è facile da capire, in quanto la Germania, che che ne dicano loro, è l’ultimo stato sovrano dell’area euro, in quanto sfruttando la propria forza economica, condiziona, a suo vantaggio, le politiche dell’UE, così da poter favorire la propria economia a scapito delle altre. Inoltre ha avuto la capacità di plasmare, negli anni della crisi, l’euro a propria immagine e somiglianza, trasformandolo in un nuovo “Marco”, adottato, a differenza del passato, da tutti. Cosi facendo ha ulteriormente impoverito i paesi mediterranei, vistisi negli anni privare prima della propria moneta e poi della sovranità. Alla luce di questo ragionamento è facile asserire che la Germania non sia potenza egemone, intesa come traino e volano di una intera comunità, ma solamente una nazione forte economicamente ma fine se stessa, in quanto questo tipo di politica è destinata a morire, poiché si arriverà al punto che, a causa delle condizioni economiche dei paesi dell’area euro, la Germania non sarà più in grado di allocare i propri beni, ed essendo un paese esportatore, questo è un dato da non sottovalutare. Purtroppo non sempre la bravura in ambito economico coincide con la lungimiranza politica.

Marco Saluppo

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