Politica e Istituzioni

Avanti, c’è posto…

Degli avventizi della politica

Leggendo e ascoltando qua e là le ardite riflessioni dei tuttologi (sapete che il nostro Belpaese è famoso per la forte presenza di tuttologi, coloro cioè che senza avere alcun titolo o capacità per affrontare un determinato argomento, non si lasciano comunque mai sfuggire la più piccola occasione per ammorbare il prossimo con uscite estemporanee, spesso ridicole quanto raccapriccianti), ebbene, leggendo qua e là, in questi giorni dove il tema della fortissima presenza di immigrati sul territorio italiano costringe anche i più riottosi a esprimere la propria opinione (magari con un tweet, come il politico di turno ci insegna), accade spesso di imbattersi in affermazioni veramente prive di qualsiasi capacità analitica e critica. Ma è la moda del momento, amici, e la tuttologia si diffonde. Ogni posizione espressa sembra quasi ispirata da Iddio e allora, modestamente, noi che ci ispiriamo soltanto in base a quel che possiamo conoscere e sperimentare, cerchiamo di fare una semplice riflessione al riguardo, in attesa di qualche risposta nei fatti, che speriamo prima o poi possa arrivare. Non importa prendere come esempio il nostro benamato Stivale, concentriamoci un attimo soltanto sul Molise. Se andiamo a leggere i dati ufficiali e quelli ufficiosi (e indubbiamente questi appaiono più vicini al vero), possiamo vedere che alla piccola regione sono stati assegnati (assegnati, ripeto) circa 2.000 immigrati. Piccolo numero, si dirà, e che, in virtù anche del continuo spopolamento, potrà essere assorbito. Certo, senza alcun dubbio. Ma il problema non sembra così già risolto, perché la domanda è: cosa dovranno e potranno fare questi duemila giovanotti? Dovranno vivere di assistenza, senza fare alcunché, senza lavorare, senza integrarsi, senza avere occupazioni? Oppure, per vivere, dovranno essere in qualche maniera impiegati? Scartata l’ipotesi che quei molisani (così come qui lombardi, quei toscani, quei siciliani) che lavorano e producono debbono necessariamente farsi carico anche dei nuovi arrivi, perché come è stato dall’alto stabilito incontrovertibilmente (vedi Papa Francesco, Renzi, Boldrini e compagnia varia) in Italia c’è ancora molto posto libero (soprattutto sulle panchine e nei giardini delle periferie, dove flotte di immigrati trascorrono stancamente le giornate, come a Pisa, a Lucca, a Firenze), scartata quella ipotesi perché appare facile capire che sarebbe una impresa disumana nel lungo periodo, occorre allora capire quali sono le politiche occupazionali messe in atto dalle varie amministrazioni regionali, al riguardo.

Gli ultimi dati diffusi dall’Istat e della Banca d’Italia ci mostrano e un’Italia e un Molise letteralmente in ginocchio: e non sono, queste, valutazioni personali o pessimistiche, sono i numeri a parlare, e purtroppo la matematica non è semplice opinione. Allora, il tasso di disoccupazione in Molise è del 20%, in particolare la disoccupazione si abbatte sui giovani da 15 ai 34 anni di età. Una strage. La notizia, apparsa anche su Televideo, il 5 dicembre 2014, aggiungeva inoltre che i senza lavoro sono ormai oltre 8 milioni in Italia. I dati del Censis erano altresì sbalorditivi e impietosi per quanto riguardava le realtà meridionali dove un italiano su 5 (il 20%…) teme ormai di finire in povertà. Ripeto per i riottosi: di finire in povertà, cioè di non possedere più i mezzi neppure per la semplice sussistenza. Sono passati sei mesi da quel rapporto e la situazione, soprattutto in Molise, pare essere ulteriormente peggiorata: basta farsi un giro nei centri maggiori e scopriamo come il commercio sia ridotto ai minimi termini, le maggiori industrie chiuse, l’occupazione concentrata soltanto in poche piccole imprese. Un collega di università l’altra sera mi diceva, con un amaro sorriso di scherno, che a Isernia erano ormai più gli assessori comunali che i negozi aperti… Triste consolazione.

Del resto basta sottolineare come il fattore spopolamento, per alcune località in aperta depressione economica, come il Molise, sia un fatto consolidato: pensate, che se oggi la popolazione molisana è calcolata in quasi 320.000 abitanti, l’Istat prevede che nel 2015 essa sarà scesa a 310.000 e nel 2025 sotto i 300.000 abitanti, con un crollo di circa 10.000 persone a lustro. Il dato preoccupante però investe le categorie giovani: infatti, se oggi la fascia di età 18-30 anni è di quasi 4.000 giovani molisani, essa passerà rispettivamente a 3.400 e a 2.900, con un crollo del 50% dei giovani in meno di mezzo secolo in un fazzoletto di terra. Il tema dovrebbe spaventare, non soltanto preoccupare, la classe politica e amministratrice molisana, ma tant’è…

Andiamo avanti. In questo quadro dovremmo inserire il dato (sempre fornito da Istat) secondo il quale nella regione Molise il numero degli individui poveri è salito da 63.000 a 80.000 e le famiglie che giudicano la loro situazione economica un po’ o molto peggiorata erano (negli anni pre-crisi, cioè nel 2009) ben il 43%…  Nel 2013 l’83% delle famiglie molisane non riusciva a risparmiare; il 47% delle famiglie (il 47% dico, la metà delle famiglie molisane…!) non era in grado di fare fronte a eventuali piccole spese impreviste; e ancora il 40% delle famiglie molisane, sempre nel 2013, arrivavano a fine mese con grande difficoltà. Questi dati, nella brutta forbice economica tra le regioni del centro e quelle del sud Italia, allontanano paurosamente il Molise dall’ultima regione del centro per valori e indicatori economici (l’Abruzzo) e la espongono alla ripresa delle migliori regioni del sud (la Basilicata). Il quadro, per chi ha giudizio, è piuttosto fosco, e per questo è meglio soprassedere in merito crollo verticale del tasso di occupazione. Ci sarebbe da farsi vincere dalla sconforto.

Ma torniamo a noi: in questa grave, depressiva e preoccupante situazione economica, occupazionale e sociale, allora, quali politiche occupazionali ha messo in atto l’amministrazione regionale molisana per contenere la gravissima disoccupazione? cosa ha fatto per invertire la rotta? e, soprattutto, cosa fa per immettere sul mercato del lavoro questi 2.000 o più nuovi arrivati? Si badi, tutti ragazzoni alti e grossi, in buone condizioni fisiche. Cosa sanno fare? che lavori sanno svolgere? come potranno essere impiegati?

Queste sono domande che non avranno risposta, per varie ragioni. Non ultima, e questa appare la riflessione più amara, in virtù dell’incapacità delle classi politiche a maturare scelte effettivamente percorribili e traducibili in soluzioni operative. Come abbiamo potuto verificare, almeno la metà degli italiani, oggi, rifiuta decisamente questa politica, questi partiti, queste istituzioni, e fondamentalmente – concordano anche gli studiosi di politologia, oltreché gli storici – perché oggi chi si impegna in politica lo fa soltanto per due motivazioni di fondo: 1) si fa politica per difendere e sostenere i propri interessi; che possono essere personali e familiari (il più delle volte e quasi sempre), oppure di gruppo, di azienda, di associazione, di clan, di partito.

2) si fa politica per passione (ahahahah!); coloro che fanno politica “per passione” sono quasi sempre servi di partito, e antepongono e anteporranno una visione parziale, faziosa, “partigiana” appunto, sul resto del quadro e dei problemi.

Difficilmente, in entrambi i casi analizzati, noi ci troveremo di fronte a un uomo libero, a degli uomini liberi, a una classe politica libera, che non sia serva di interessi o di idee, o, peggio, di partito Se a quanto sopra, circa l’incompetenza fondamentale della classe politica, aggiungiamo anche il diffuso grado di corruzione, di disonestà e di ladrocinio che serpeggia pressoché ovunque dal nord al sud del Paese, senza distinzioni territoriali, sociali e politiche (anche se ultimamente occorre sottolineare che il partito che non ha bisogno di alcuna certificazione di onestà, come dichiarato dal Presidente del Consiglio e segretario di quel partito, cioè il PD, in realtà appare piuttosto coinvolto in gravi episodi di corruzione), grado di corruzione vieppiù aumentato negli ultimi anni, ci accorgiamo di quanto la speranza del popolo italiano di risalire la china si faccia sempre più flebile…

Quante possibilità possiamo intravedere, allora, per dare una speranza alle nuove generazioni, in questa situazione al collasso? Beh, il discorso investe sfere di competenza molto più ampie e complicate, tuttavia, in queste poche righe cerchiamo di mettere alcuni punti fermi, e ne vediamo intano almeno due:

1) soppressione degli enti amministrativi Regioni, che sono innaturali in Italia, che si sono rivelati dannosi, hanno creato malgoverno e moltiplicato cricche clientelari e corruzione.

2) recupero del senso della misura e della realtà. Non esistono i fenomeni, i tuttologi, i pifferai con la bacchetta magica. Un solo esempio, giusto per farsi due risate: Schettino ha scritto un libro, sulla nota vicenda della nave Concordia, e subito la stampa ha affermano, stando a quel che riportano alcuni giornali, che ormai la sua attività era quella di “scrittore”…! Caspita, che carriera folgorante, e chi di libri ne ha scritti 12 o 24 che cosa sarebbe allora, un enciclopedico? Per non parlare dei cantanti, poi: tutti politici provetti ed eruditi di alta scuola, sebbene si limitino a scimmiottare qualche frase fatta e banale. Anche se adesso, piuttosto che scrittori o cantanti, sembra andare molto di moda professarsi storici (mah…, sai che guadagni, anche da un punto di vista economico…!), quindi sedicenti storici (che figata!), anche se gli storici sarebbero persone davvero difficili da eguagliare, uomini di indubbio valore come Federico Chabod, Gioacchino Volpe, Renzo De Felice…, per altri sarebbe già molto definirsi come semplici studiosi di storia. Ecco, riprendere il giusto senso della realtà, quel livello di umiltà in base al quale si deve sapere che ci sarà sempre qualcuno più sveglio, più capace e più bravo, e volare bassi, ma bassi davvero, perché oggi come oggi è un gran casino e di fenomeni, in giro, non se ne vedono molti, e i problemi sono gravi, non ultimo un certo rullar di tamburi, che i meno sprovveduti sentono da tempo avvicinarsi a grandi passi.

Ma di questo parleremo una prossima volta e ne parleremo a quei quattro o cinque gatti che, come noi, non sono fenomeni. In attesa intanto di sapere che lavoro svolgeranno i nuovi arrivati, come verranno integrati e quando. Ma senza sentire ancora oltre le solite fesserie che anche noi una volta eravamo migranti, che l’Italia è grande e accogliente, che occorre uno spirito fraterno, che ci dobbiamo volere bene e aprire le porte… I ceti politici e amministrativi devono delle risposte esaurienti e razionali, e lasciare la retorica a chi si erge sui pulpiti delle chiese. O sui minareti delle moschee. Se non sono in grado di darle, quelle risposte, debbono sempre ricordarsi che nessuno, se non loro stessi (il sindaco di Roma ha dichiarato che resterà al suo posto fino al 2023…), li desidera a spron battuto a quell’incarico e a quel posto , e chi verrà dopo non è detto che debba fare peggio, anche perché, al dato di oggi, sarebbe forse impossibile.

 

Giuseppe Pardini

Presidente del corso di laurea in Scienze politiche

Università degli Studi del Molise – Campobasso

 

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