Cultura

Agnone paradiso fiscale dal 1404 al 1861

Ogni comunità sociale, dacché l’organizzazione istituzionale è divenuta il modello ideale di correlazione tra amministrazione e popolo, ha dovuto fare i conti con un sistema tributario qualsiasi affinché le sovrastrutture pubblicistiche potessero trovare nutrimento per la loro naturale esistenza. Quantunque tale ovvietà sia valida anche per il territorio di Agnone, non può essere sottaciuta una speciosa circostanza che ha fatto della cittadina alto molisana un vero e proprio paradisco fiscale a far data dall’anno 1404 e sino all’Unità d’Italia;a detta di chi scrive è significativo a tal proposito lo studio d’un documento particolare che offre una spiegazione illuminante del principale motivo per il quale la cosiddetta “Atene del Sannio” è stata notorio ricettacolo di abili artigiani del rame, dell’oro, del bronzo e del manufatto bellico, e quindi, di rimando, di una importantissima classe intellettuale che specialmente nell’ottocento ha lasciato memorabili studi in ogni ambito dello scibile umano. Tale documento, appunto, è l’editto del 1404 di Ladislao di Durazzo, re di Napoli, con cui Agnone, che già aveva assunto lo status di “cittadina” nel 1395, venne proclamata “città regia”. Tale provvedimento aveva praticamente attribuito i territori in menzione solamente alla signoria del re, ragion per cui nessun feudatario avrebbe potuto pretendere a titolo di gabella alcunché dalla popolazione. Unico disturbo a tale privilegio acquisito venne arrecato nel 1417 allorquando la regina Giovanna D’Angiò, con lo scopo di rimpinguare le casse reali, tentò di infeudare Agnone ad una qualche famiglia nobiliare, ma la sommossa popolare che ne derivò fu sì efficace da indurre tosto la reggente a tornare indietro sui propri passi; quindi fino alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 la situazione fiscale agnonese rimase praticamente immutata. Questa tesi sembra avvalorata dal fatto che anche lo storico Nicola Mastronardi, già bibliotecario della biblioteca comunale Agnonese e quindi direttore del “Museo del Libro Antico” in essa allestito, attesta che ad oggi, l’altra tesi secondo cui la pregiata arte manifatturiera agnonese deriverebbe dai rapporti con la Serenissima, non ha ancora trovato riscontri storiografici seri o di qualsivoglia altra natura. Ad ogni modo, il prezioso testo di “affrancamento” del 1404 è tutt’ora custodito all’interno della biblioteca in parola ed il dr. Mastronardi, spontaneamente e grazie alla sua proverbiale disponibilità fa involontariamente notare la pronta fruibilità dei preziosi documenti custoditi all’interno e del “Museo del Libro Antico” e della Biblioteca Comunale, rispetto a tutti quegli altri documenti, altrettanto pregiati, custoditi invece all’interno della “Biblioteca Emidiana” di Agnone, appannaggio quasi esclusivo del clero. Ad ogni modo, tra i capolavori ed i testi antichi esposti nel museo pubblico ricordiamo l’opera omnia di Platone, nella versione critica curata da Marsilio Ficino, l’opera Omnia di Aristotele in greco antico, curata da Erasmo da Rotterdam, un’altra opera integrale di Aristotele in greco moderno, numerose “Aldine” del Manuzio e numerosissimi altri testi dati alla luce tra il 1500 ed il 1830, insomma appartenenti al periodo che la tassonomia designa come periodo del libro antico, dopo gli incunaboli e, prima della moderna stampa. Tornando quindi al proclama del re Ladislao di Durazzo ed alla fine del trattamento di favore fiscale avvenuta inesorabilmente ed in concomitanza con l’Unità (1861), osserva ancora Matronardi che l’emigrazione agnonese non ha riguardato i ceti più umili, come nel resto della penisola, bensì ha interessato principalmente larghe fette della classe artigiana, la quale, incalzata dagli effetti travolgenti della rivoluzione industriale e dalle considerevoli imposte di stemma sabaudo, trovò il proprio naturale sbocco oltreoceano, verso altre nuove terre diversamente regolamentate.

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