Politica e Istituzioni

Adriano Olivetti, il Movimento Comunità e la sfida per cambiare il paese

La sera del 27 febbraio 1960 nei pressi di Aigle, una piccola cittadina Svizzera, trova il suo tragico epilogo la storia di un uomo che aveva immaginato e tentato di cambiare le sorti del nostro Paese, in un momento storico complesso come quello del secondo dopoguerra.

Quella notte, il treno della comunità in movimento giunse alla sua ultima fermata e, Adriano Olivetti, venne colto da un infarto che gli fu fatale e che pose, prematuramente, fine a quello che era stato il suo incredibile percorso umano, sociale e politico.

Una storia, quella di Adriano e del suo Movimento Comunità, capace di riservare stupefacenti tratti di attualità che ne stanno portando ad una recente e sempre più diffusa riscoperta delle vicende ad essa correlate.

 

Ma chi era Adriano Olivetti? Noto maggiormente per l’attività di imprenditore di macchine da scrivere con l’omonima compagnia di famiglia (il padre, Camillo, la fondò nel 1908 ndr), Adriano era una figura eclettica. Nacque ad Ivrea l’11 Aprile 1901 e crebbe all’interno di un vortice di suggestioni, esperienze, risvolti ed ideali derivanti dall’ebraismo socialista del padre Camillo ed il cristianesimo protestante valdese della madre Luisa Revel.

 

Decise di rompere i canoni di una visione classica della realtà, professando concretamente la riduzione del divario tra le classi sociali e prefigurando un nuovo modello della realtà politica, culturale, industriale e sociale per l’Italia neo-repubblicana.

Alla sua illuminata gestione imprenditoriale, che portò la Olivetti ad essere la prima azienda in Italia ad introdurre servizi e tutele per i lavoratori che rimarranno per decenni precursori dei futuri modelli di sviluppo aziendale, affiancò l’attività di urbanista, di diffusore di cultura e di politico.

 

Quest ultimo aspetto, forse meno noto, rappresenta l’impresa più ardua dell’esperienza “olivettiana” ed il suo lascito così intriso di concreta speranza, merita una necessaria riscoperta alla luce dell’odierno depauperamento della classe dirigente italiana.

Adriano Olivetti, constatato l’appiattimento di un sistema politico ancora fortemente colpito dall’impatto col “ventennio” e, appurata la carenza di risposte concrete dall’ideal tipo di partito a lui più consono, il Partito Socialista, fondò nell’estate del 1947 il Movimento Comunità.

Avvalendosi della collaborazioni delle eccellenze della cultura, dell’industria, dell’architettura e della società attiva di quell’epoca, Olivetti ed il Movimento Comunità, sarebbero diventati quella “particolare anomalia” che avrebbe tentato di modificare gli assetti del sistema politico dapprima piemontese e, successivamente, italiano.

 

Alle radici del Movimento Comunità ed alla base di ogni sua successiva proposta di azione vi è lo scritto fondamentale di Adriano: L’ordine politico delle comunità. Il testo, scritto durante l’esilio svizzero tra il 1944 e il 1945, rappresenta la proposta di una nuova “ingegneria costituzionale” dell’ordinamento italiano, impregnata dalla volontà di chiudere la triste pagina dittatoriale e dalla volontà di evitare il ritorno di uno Stato democratico-liberale, debole e inefficiente.

L’ordine politico delle comunità individua l’organo propulsivo per consentire l’avvio di tale “nuova fase”: la “Comunità concreta”. La Comunità viene intesa come spazio ideale, di massima efficienza e vivibilità, sia per l’individuo, che per la collettività, capace di garantire la ricostruzione di un tessuto connettivo reale e non artificiale.

La Comunità, secondo Olivetti, rappresenta la nuova unità base sulla quale fondare l’azione politica del Movimento. Essa era intesa come area geografica-territoriale comprendente tra i 75.000 ed i 150.000 abitanti, all’interno della quale la nuova società, orientata essenzialmente al socialismo, avrebbe concepito il connubio tra l’individuo e la collettività con un’organizzazione in macro-settori tematici guidati dai Consigli di Comunità.

Il pensiero Olivettiano e comunitarista contenuto nell’ordine, pur sottolineando l’importanza del sistema democratico elettivo, per ogni organismo di governo dal livello a locale sino a quello nazionale, esprimeva la necessità di formare una classe politica preparata e competente. Per accedere alle cariche elettive dei consigli, dei comitati e dei macro-settori bisognava possedere, necessariamente, le conoscenze atte a svolgere lo specifico ruolo.

Sgombriamo subito il campo da possibili ed affrettati equivoci: il pensiero di Adriano Olivetti ed il progetto del Movimento Comunità non sono utopia. A prova di ciò vi sono le esperienze sociali e politiche, in ambito locale e nazionale, che concretamente hanno preso forma.

Tuttalpiù si potrebbe affermare che vi fu un’attuazione incompleta dell’ambizioso disegno tracciato ed a ciò, la tragica scomparsa del fondatore, contribuì non poco.

 

La fase operativa per la realizzazione concreta dell’Ordine politico delle comunità si apprestava ad avviarsi e, dopo un iniziale dialogo con il Partito Socialista prima, ed il Partito Cristiano Sociale di Gerardo Bruni poi, il 3 giugno del 1947 aprivano le prime sezioni del Movimento Comunità in Piemonte. La prima riunione ufficiale si tenne il 19 settembre del 1947 presso la sede centrale di Ivrea in via Roma n°4 presso i locali di un ex caserma. Durante tale riunione si diede vita al primo organismo dirigente del movimento il Comitato Esecutivo della Comunità del Canavese (il canavese rappresenta il comprensorio dei comuni della fascia tra Torino e la Valle d’Aosta).

Il Movimento, dopo una prima fase organizzativa, individuò quale organo di informazione ufficiale il periodico, avviato nel 1946 da Olivetti, “Comunità”: rivista che tratterà di una molteplicità di argomenti tra i quali politica, economia, sociologia, urbanistica, architettura, letteratura, arti figurative, spettacoli teatrali e cinematografici.

Sempre in quell’anno, Olivetti avviò la case editrice “Edizioni di Comunità” che diventerà, in seguito, diretta emanazione del Movimento. Edizioni di Comunità, che nel recente periodo ha riscoperto nuova linfa con un’intensa produzione di pubblicazioni, si occupò di divulgare alcuni testi, sconosciuti in Italia, che trattavano, prevalentemente, di politica, sociologia, economia, statistica e incarnavano le tesi della proposta comunitaria.

 

Dopo i primi successi nei comuni piemontesi dovuti alla forte azione del progetto di realizzazione delle comunità del canavese, che poi si sarebbe formalizzato, nel 1954, nell’ I-RUR (Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale), l’azione del movimento si diffuse lungo il territorio della penisola. Tra il 1949 ed il 1951 vi fu, infatti, l’apertura di centri comunitari nel Lazio (tra i più importanti vi furono quello di Roma a via di Porta Pinciana e quello di Terracina), in Campania, ed in Basilicata.

 

Ed è proprio qui, in terra lucana, che si verificherà una delle azioni più incisive per la tutela della Comunità poste in essere dal Movimento. Infatti, grazie all’aiuto di un pool di urbanisti ed agronomi, venne progettato e realizzato, tra il 1951 ed il 1953, il borgo “La Martella”: un innovativo spazio abitativo che doveva rappresentare il prototipo della nuova comunità di Matera. Questo sito, destinato alle famiglie che abitavano i “Sassi”, permise alla cittadina lucana di mutare da città reietta a uno dei più progrediti centri del meridione, utilizzando le parole di Geno Pampaloni, componente della direzione politica esecutiva del Movimento.

E se oggi Matera è stata eletta capitale europea della cultura per il 2016, si deve anche all’attività di Olivetti ed ai progetti del Movimento Comunità.

 

Ciò fa comprendere quanto la questione meridionale, affrontata con il fondamentale contributo di Riccardo Musatti, fu elemento verso il quale, Olivetti e il Movimento Comunità, posero una notevole attenzione.

In primis l’apertura, nel 1951, di una sede dell’azienda Olivetti a Pozzuoli, centro alle porte di Napoli, rappresentò un chiaro intento di valorizzazione delle risorse professionali e culturali del Sud della penisola.

Inoltre Olivetti arrivò a progettare un Piano Industriale Organico per il Sud. Il P.I.O. prevedeva l’investimento, da parte dell’IRI (Istituto per la Riscostruzione Industriale), di risorse finanziarie in 150 Comunità depresse del mezzogiorno. Con una combinazione di incremento salariale e metodologie innovative di creazione di impresa, il Movimento Comunità prospettava lo slancio industriale del Sud Italia.

Infine, a seguito del progetto “La Martella”, il Movimento Comunità, mediante l’attività dell’UNRRA CASAS (Comitato Amministrativo di Soccorso ai senza tetto) e la collaborazione di Paolo Volponi e Riccardo Musatti, fu avviato lo studio del piano di sviluppo della regione Abruzzi-Molise che però non fu mai portato a compimento.

 

Tra la fine del 1952 e l’inizio del 1953, all’interno del Movimento Comunità, si fece strada la necessità di avviare un confronto più serrato col sistema persistente nell’Italia di quegli anni al fine di attuare in maniera più capillare i numerosi progetti ideati dai comunitari.

Fu così che la Direzione Politica Esecutiva, nel gennaio del ‘53, elaborò un documento, “Tempi nuovi, metodi nuovi”, che racchiudeva in se il significato della svolta nella linea politica impressa dalla dirigenza. Esso si basava sul superamento della riuscita fase di ramificazione nel canavese per guardare più in alto, al fine di ampliare gli orizzonti del movimento.

Il Movimento Comunità decise quindi, con determinazione, di partecipare alle elezioni politiche generali del 7 giugno 1953, tuttavia i risultati non saranno esaltanti. Con una carenza di presenza nelle circoscrizioni per la Camera dei Deputati, il collegio senatoriale di Ivrea, vedeva concentrate le uniche speranze di ottenere la rappresentanza parlamentare. Il risultato fu nettamente superiore ad altri collegi: Olivetti ottenne 24.916 preferenze pari al 19,84% ma ciò non bastò a strappare il seggio alla D.C. che raggiunse, con Modesto Panetti, quota 43.402 voti pari al 34,55%.

 

Nonostante un esito al di sotto delle aspettative il Movimento decise di continuare con la nuova linea politica e si preparò alle elezioni amministrative del ’56.

Il 29 Maggio, a dato acquisito, i dirigenti del Movimento Comunità, otterranno una nuova spinta motivazionale per proseguire sulla strada dell’intervento politico diretto deciso tre anni prima.

M.C. presentò le proprie liste, con il simbolo della campana e la scritta “Humana Civilitas”, in 63 comuni e riuscì a vincere in 32 competizioni. Il Movimento Comunità conquistò anche due seggi al consiglio provinciale di Torino, ed al comune Ivrea elesse 18 consiglieri su 28 seggi disponibili ottenendo come singola lista il 51 %, consentendo così ad Adriano Olivetti di essere eletto sindaco della sua città (carica che conserverà sino al 10 Gennaio del 1958).

 

L’importante seguito elettorale, le responsabilità di governo delle città, il sentimento di esaltazione provato dai dirigenti del movimento e, in primis, da Adriano Olivetti, che provocò il consolidamento dei loro ideali, spianarono l’asfalto per la preparazione alla sfida principale che M.C. vorrà affrontare per divenire, definitivamente, punto di riferimento a livello nazionale: le elezioni politiche del 1958.

Il Movimento Comunità riuscì a presentare i propri candidati in dieci circoscrizioni per la Camera dei Deputati e in numerosi collegi senatoriali, toccando una buona fetta del territorio della penisola ad esclusione della Sicilia e con una prevalenza al centro-nord.

Gli esiti del 25 Maggio 1958 però non saranno soddisfacenti e contribuiranno a designare un percorso di involuzione del Movimento. Alla Camera dei deputati il Movimento Comunità si attestò, su scala nazionale, allo 0,59 % acquisito grazie alle 173.277 preferenze ottenute che consentirono l’elezione di un solo deputato, eletto nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli: Adriano Olivetti.

 

I pareri interni al Movimento dopo le elezioni del ’58 erano contrastanti: vi era chi affermava, con convinzione, di proseguire nel cammino intrapreso e chi, invece, metteva in discussione la linea politica nazionale. Vi era però un dato di fatto: Adriano Olivetti era diventato onorevole e, pertanto, il movimento era arrivato a Roma. Proprio grazie a questa circostanza, che confermava l’ingresso nel sistema nazionale del Movimento, esso diveniva agli occhi degli altri partiti, in primis quelli della formazione governativa, una preda. Fu così che Amintore Fanfani, ricevendo l’incarico dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e dovendo formare il suo gabinetto, pensò bene di prospettare ad Olivetti l’incarico di Ministro dei Lavori Pubblici o, in subordine, di sottosegretariato all’Urbanistica. Olivetti avvertendo la trama della manovra messa in atto declinò l’invito pur confermando un appoggio esterno al futuro governo.

 

Gli accadimenti successivi alle elezioni del ’58 segneranno profondamente Adriano e l’azione del Movimento Comunità. Il 29 Settembre si riunisce ad Ivrea il Consiglio di Amministrazione della Società Olivetti e, in quella riunione, Adriano Olivetti, colui che era stato capace di portare l’azienda ai vertici nazionali ed internazionali, dovette rassegnare le dimissioni dalla carica di Amministratore Delegato. La direzione aziendale voleva un provvedimento atto a segnare lo sganciamento definito dal Movimento e lo ottenne.

Olivetti accuserà il colpo, la sua attività in Parlamento risulterà propositiva e costante ma l’estromissione dall’azienda gli comporterà un grosso disagio interiore.

Fu così che, dopo aver lasciato anzitempo il seggio alla Camera al collega ed amico Franco Ferrarotti, il 25 febbraio 1960 viene rinominato Amministratore delegato della Olivetti. L’uomo di Ivrea era tornato al suo posto con la volontà di attuare nuovi progetti ma, appena due giorni dopo, il treno decise di fermarsi e con esso l’opera di uno dei più brillanti pensatori politici contemporanei.

 

Nulla riuscirà a proseguire con la stessa spinta. L’azienda si avvierà ad un lento ma costante declino, lasciandosi sfuggire la preziosa occasione della conquista del primato mondiale nel campo dell’informatica. Il Comitato Centrale delle Comunità, riunitosi il 10 settembre del 1961, stabilì formalmente la rinuncia totale di ogni velleità politica ed elettorale del Movimento Comunità a livello nazionale e a livello locale.

Finiva così, troppo presto, un’esperienza in grado di introdurre valori sconosciuti all’interno del sistema politico italiano. La storia di Olivetti e del Movimento Comunità ha saputo dimostrare come il pensiero politico può tramutarsi in azioni concrete portatrici di innovazione. Il periodo tragico e nero nel quale, di li a poco, sarebbe caduta la nazione italiana è una triste conferma di quanto le ragioni comunitarie tentarono di essere premonitrici.

Le numerose azioni prodotte in quella che, chi ha avuto la fortuna di viverla in maniera attiva ha definito come l’esperienza più significativa della sua vita, sono state oggetto, e lo sono ancora oggi, di analisi e di studi economico-sociali volti a verificarne la riproducibilità.

Il pensiero comunitario, non pienamente compreso nel tempo storico in cui ha espresso la sua massima attività, porta con se un enorme carico di idee da trasmettere e conoscere appieno. Numerose sono le sue contaminazioni nell’attuale tempo sociale difatti molti, oggi, sono “olivettiani” e non lo sanno.

 

La verità, la giustizia, la progettualità e la bellezza dell’agire politico introdotti da Olivetti e dal Movimento Comunità, erano elementi di cui l’Italia di quel tempo aveva assoluta necessità.

Oggi in questo periodo di rinnovata incertezza, nazionale ed internazionale, si avverte l’esigenza di riscoprire gli aspetti cruciali di una vicenda che avrebbe meritato un destino diverso.

Rivalutare la bellezza dell’azione politica può rappresentare il punto di discontinuità, la frattura necessaria per riavvicinare due mondi, quello della società civile e della società politica, oggi tanto, troppo distanti. Olivetti ed il Movimento Comunità avevano iniziato a spiegarlo, oggi dovremmo provare a continuare quella narrazione.

 

Giuseppe Iglieri

Dottorando di ricerca in “Innovazione e gestione delle risorse pubbliche”

Università degli studi del Molise

 

 

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