Politica e Istituzioni

Era il 2 giugno 1946

Nel maggio del lontano 1946 tutto congiurava contro la monarchia.

La stampa, in primis, era completamente schierata a favore della repubblica; tutte le forze politiche dell’arco ciellenista (eccetto parte dei liberali) erano apertamente repubblicane; le maggiori organizzazioni economiche del paese, quelle sindacali, dei lavoratori e delle varie strutture di categoria avevano fatto sentire a più riprese la loro preferenza per l’avvento di una nuova forma istituzionale; per la repubblica era anche la Chiesa di Roma, erano gli Alleati (in particolare gli inglesi, che consideravano Casa Savoia uno scalpo di guerra), e infine era il governo, con lo stesso De Gasperi che aveva abbandonato anche la posizione prudente o, almeno, neutrale. che si doveva esigere dal governo.

Tutto, insomma, congiurava contro il giovane Umberto II, Re d’Italia da neppure 30 giorni, quando la popolazione italiana (compresa la componente femminile) venne chiamata a scegliere la forma dello Stato. Anche le regole erano cambiate in corso d’opera (la scelta del referendum popolare, piuttosto che la discussione in assemblea costituente, era stata approvata solo il 16 marzo…), e la propaganda repubblicana non disdegnava pressioni e minacce verso i, pochi, attivisti della Corona, essendo la violenza politica eletta a prassi. Il 2 giugno 1946 si avvicinava a grandi passi e nessuno tra i vari osservatori delle cose politiche italiane (non ultimi gli stranieri, da sempre adusi a occuparsi impropriamente di questioni di politica interna del Bel paese) nessuno scommetteva una lira sull’eventualità di un successo monarchico. Il socialista Romita, ministro degli Interni, ben si era adoperato per far svolgere le elezioni amministrative, nei primi di marzo, soltanto in quelle realtà locali, soprattutto settentrionali, dove i partiti repubblicani potevano ottenere (e infatti ottennero) facili quanto ampie vittorie.

In Molise si seguiva la falsariga di quanto accadeva nel resto della, ancora profondamente ferita, penisola. I fogli maggiori della “regione” non mettevano in dubbio il successo repubblicano; i tuttologi (anche allora, come adesso, fiorivano da più parti), i presunti intellettuali, i sedicenti scrittori, parevano un disco rotto: «Il Giornale del Molise» affermava sicuro, attraverso le penne di quei valentuomini, che «il trionfo della repubblica si poteva ritenere un dato di fatto già acquisito», chiosando alfine: «ma non basterà che il maggior suffragio dei voti sia in favore della repubblica, ma occorrerà che essa si affermi in modo così chiaro, così netto, così incondizionato, da non lasciare adito a incertezze di sorta. Occorrerà che la monarchia non sia vinta soltanto, ma travolta dalla concorde volontà popolare». La monarchia era già morta, anche per gli attivisti dell’Unione democratica molisana, «nel cuore di tutto il popolo», e sarebbe stata sepolta il 2 giugno da milioni di schede popolari». Lo scrittore molisano Francesco Jovine rincarava la dose, sostenendo che la repubblica avrebbe vinto facilmente: «senza alcun dubbio e con una maggioranza schiacciante». Ogni commento pareva scevro da ogni corretta analisi, se non storica, almeno polemica, e lo stesso Jovine concludeva il suo infervorato intervento con affermazioni azzardate, che neppure l’importanza dell’ora poteva giustificare: «Il popolo italiano mostrerà in modo clamoroso di avere la consapevolezza profonda della situazione, e voterà per la repubblica. L’equazione fascismo-monarchia è una verità indiscutibile»… E con questo si chiudeva, anche allora come adesso, la bocca a chi seguitava ad avere un pensiero originale e fuori dal politicamente corretto. E anche in Molise, quindi, si sarebbe confermato che gli intellettuali e gli uomini di scienza poco sono idonei a vaticinare gli umori, i sentimenti, le passioni e le idealità di quel popolo che invece vorrebbero interpretare…

Per di più, quando si affermava «il popolo italiano» si ometteva di ricordare sempre che molti (forse troppi…) italiani, in quella circostanza, erano privati del loro diritto di voto (che per una nascente repubblica democratica fondata sul lavoro, ecc, ecc,…, non era cosa da poco…): non potevano votare le centinaia di migliaia di ex combattenti e i soldati italiani, ancora prigionieri fuori dai confini del Regno; non potevano votare altre centinaia di migliaia di ex fascisti, privati dei diritti elettorali, incarcerati, costretti alla latitanza e alla macchia; non potevano votare gli italiani residenti nelle province ancora non restituite all’amministrazione italiana (Trieste, Gorizia, Bolzano), o ancora occupate (Fiume, Pola, Zara), delle colonie e dei possedimenti italiani all’estero. Nelle realtà locali a concentrazione monarchica i certificati elettorali vennero consegnati ai cittadini con parsimonia, e, spesso, distrutti. Oltre un milione e mezzo di italiani, insomma, non poteva prendere parte a quella esiziale consultazione popolare. Del resto il risultato sembrava scontato…

Eppure in quelle prime ore del 3 giugno i risultati furono sorprendenti: non soltanto la valanga dei voti a favore della repubblica non si era verificata, ma alle prime luci del mattino i risultati parziali vedevano in vantaggio addirittura la monarchia. E le sezioni che ancora dovevano essere scrutinate, come sempre accade nel nostro Paese, non erano certo quelle settentrionali, ma erano quelle meridionali, che avevano da subito descritto una preferenza per la monarchia. De Gasperi non tardò a comunicare al Capo dello Stato di essere a disposizione… Ma il 4 giugno i quotidiani non esitarono a riportare la notizia della vittoria repubblicana: i primi conteggi ufficiali parlarono addirittura di 12.600.000 voti repubblicani contro i 10.600.000 voti monarchici.

Ma c’era un grande problema, anzi, un problema determinante, e cioè che non si accennava minimamente al totale delle schede bianche o nulle, voti che, a ragione della legge istitutiva del referendum (e come il diritto italiano aveva sempre insegnato…) avrebbero concorso al raggiungimento del quorum e, quindi, a decretare la vittoria di una forma istituzionale sull’altra. Certo la proclamazione di questa vittoria non spettava al Governo, o ai giornali, ma alla suprema Corte di Cassazione, che avrebbe avuto 15 giorni di tempo per pronunciarsi.

Ma i voti espressi apparvero un po’ eccessivi rispetto ai votanti, a non pochi uomini politici, soprattutto al molisano Enzo Selvaggi, rilevante esponente del monarchico Partito democratico italiano, il quale dette subito il via a una grossa battaglia per la difesa delle prerogative monarchiche. Troppe erano le cose che non quadravano, e molti gli aspetti da chiarire, ma i monarchici – sebbene vessati apertamente dal sistema, che represse in un bagno di sangue le manifestazioni monarchiche a Napoli, Palermo e Taranto – continuavano ad avere fiducia nelle istituzioni. Almeno fino alla notte del 12-13 giugno, allorquando il governo di De Gasperi, forzando la situazione, considerò i primi dati forniti come la proclamazione ufficiale del risultato. A Umberto II, che dichiarava di voler attendere i dati completi e la vera e propria proclamazione da parte della Corte di Cassazione, il Consiglio dei Ministri replicò dichiarando il governo stesso garante del voto di maggioranza e attribuendo al Presidente del Consiglio anche i poteri provvisori di Capo dello Stato.


Era un vero e proprio colpo di Stato, la minaccia di una nuova guerra civile aleggiò per molte ore sulle teste degli italiani. Il momento era davvero difficile e la nuova repubblica nasceva da un parto assistito, che se ne infischiava delle regole e del sistema democratico. Ma la mattina del 13 giugno 1946 Umberto II decise di lasciare la capitale e da Roma, non abdicando, raggiunse subito l’esilio di Cascais in Portogallo, sacrificando la monarchia e la sua corona per l’Italia.


Solo il 18 giugno (prestiamo attenzione alle date…) la Corte decise sui ricorsi e arrivò a negare persino validità al peso delle schede bianche e nulle, dichiarando quei voti (il cui vero numero rimane tutt’oggi ancora ignoto) «non validi», e soltanto allora – stabilito che tanto non valevano – ne fornì il numero “preciso”: 1.150.000 le schede bianche, 300.000 le nulle. Fuori dagli artifici e dalla leggenda, insomma, la repubblica aveva vinto con appena il 51,0% dei voti espressi, contro il 49,0% dei voti di italiani che non le avevano dato consenso. In molte realtà regionali, addirittura, la monarchia aveva sfiorato percentuali quasi assolute.

Nel Molise il 69% espresse la preferenza per la monarchia, e ci furono comuni dove tale cifra superò addirittura il 95%, come a Baranello, Castelpizzuto, Jelsi, Lupara, Macchia d’Isernia, Montaquila, Pizzone, San Massimo, il paese natale di Selvaggi. Così avvenne in molte altre contrade, in altri borghi, in altre città italiane. Il 2 giugno la monarchia aveva superato la sua prova più ardua e Umberto II aveva ben meritato della Patria.

Il 51% poteva bastare per “giustificare” la repubblica? Umberto aveva da tempo affermato che in caso di vittoria risicata per la sua parte avrebbe fatto ripetere il referendum istituzionale dopo l’approvazione della Costituzione, perché anch’essa, la nuova carta costituzionale, avrebbe necessariamente dovuto essere ratificata (come la Francia e altri Paesi insegnavano…) dal popolo. Anche la neonata repubblica parve, per qualche istante, capire che occorreva lavorare per sanare una tra le più brutte pagine del diritto e della democrazia, e il giurista napoletano (monarchico…) Enrico De Nicola, eletto dall’Assemblea costituente il 28 giugno, assunse allora i poteri di Capo provvisorio dello Stato, detenuti da De Gasperi dal 18 giugno, non certo dal 12. La stessa «Gazzetta Ufficiale», nel pubblicare il decreto del passaggio dei poteri, confermava quella data: 18 giugno…
Di lì a breve sugli italiani sarebbe calata dall’alto una nuova Carta costituzionale scritta e voluta da poco più di 70 persone, e che nessun italiano ebbe mai la possibilità di accettare e rifiutare con un plebiscito popolare: era, insomma, una costituzione octruayée, come si diceva in tempo di assolutismo. E tale sarebbe sempre rimasta, fino ai giorni nostri.

Ormai la repubblica, in Italia, appare consolidata, anche ai più scettici critici del nostro sistema, a tal punto consolidata che può permettersi di guardare alla sua nascita con la forza della ragione e delle scelte, e ricordare tempi, fatti e uomini senza le lenti affumicate della retorica. Tuttavia la storia deve ammonire gli italiani a non ascoltare i falsi profeti e i soloni che pontificano dai vari pulpiti senza averne le competenze e le conoscenze, perché non basta e non basterà mai, per ergersi a vati della politica, aver letto qua e là le pagine di qualche libro di qualche giornalista a la page…

Giuseppe Pardini

Presidente del corso di laurea magistrale in Scienze politiche

Università degli Studi del Molise – Campobasso

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